Formicaleone

LA PASSEGGIATA

Ogni volta rischiavo seriamente d’innamorarmi. Anzi, la sensazione è che mi  innamorassi davvero, di quegli amori unici, travolgenti e inconsolabili, e tutto questo non per una donna che già esisteva, che magari era capitata nella mia vita la sera prima col fiato corto e le ginocchia scoperte. Il mio innamoramento era fatalmente destinato a donne che ancora non conoscevo; donne di cui ignoravo persino il colore degli occhi, e volendogliene attribuire uno non sapevo mai quale scegliere, perché tutti mi portavano a un’unica soluzione: l’amore, appunto. Scegliessi il verde, per esempio; quella sfumatura smeraldina dell’iride dentro la quale, come una costellazione in miniatura, luccicavano frammenti di un marrone primordiale. E poi i capelli, l’odore della pelle, le mani, i seni, perdio, la bocca: io di quelle donne non sapevo proprio nulla, eppure m’innamoravo, maledetta miseria, e credevo assai seriamente, anche per quel pizzico di religiosa fiducia, che prima o poi sarebbero capitate nella mia vita. E non una, signori, ma tutte, tutte per poter conquistare sempre la stessa, ovvero la migliore, ovvero la più capace di sostenere l’inqualificabile peso della mia malinconia. 

Questo insieme di piacevolissimi turbamenti era racchiuso nella passeggiata pomeridiana che da qualche tempo avevo preso l’abitudine di fare insieme a un tipo strambo, una specie di filosofo che chiamavano “il maestro” se non altro per il disincanto col quale giudicava le sorti dell’umanità, o se vogliamo essere più precisi, di un certo tipo di umanità. Pare che anche per lui la passeggiata fosse il miglior modo di muovere un corpo altrimenti corrotto dalle lusinghe della pigrizia che s’abbatte sugli uomini di mezza età e ne orienta inevitabilmente il destino.

Per quasi tutta la vita avevo vissuto nella zona periferica di un piccolo paese alle pendici dell’Etna. Lì, a crocevia di due strade che salivano per la boschiva Milo, il ristorante-pizzeria Moulin Rouge apriva alla Via Dei Ciclamini, zona residenziale in curva alla quale figurava una casetta di mattoni e pietra lavica e una betulla all’angolo del cancelletto d’ingresso. In quel posto confortevole è probabile che un giorno si sarebbe esaurita la mia tormentata esistenza, ma intanto la svolgevo come uno scolaro ubbidiente e mi facevo cavaliere di sprechi, il primo dei quali era certamente il tempo. Una dimensione, quest’ultima, che vivevo come un dramma dal momento che non mi fosse più possibile governarla utilizzando parsimonia e saggezza. Il tempo, insomma, era una di quelle cose che mi era sfuggita di mano troppo presto, forse a vent’anni o giù di lì. E più tentavo di riacchiapparlo, soprattutto sforzandomi, più correva velocemente, aggravando la convinzione che le settimane, e così i mesi e gli anni, s’andassero ad accorciare terribilmente. 

Dicevo tuttavia della mia passeggiata. Ogni pomeriggio di quell’estate, pressappoco intorno alle sei, col sole che cominciava a calare sul monte Zoccolaro, ma intanto era forte e accecante, e riscaldava ancora le tempie, m’avviavo col maestro per la vecchia stradina scassata che saliva a Milo passando per Via Algerazzi e Caselle. Sebbene più ripida e faticosa rispetto a quella utilizzata da automobilisti e modaioli della pedalata, era decisamente meno trafficata. Che tirata le prime salite: il maestro mi implorava di rallentare il passo sbuffando come un toro, ma io avevo un appuntamento con le donne fantasticate e dovevo sbrigarmi. 

Ai lati della carreggiata, una rigogliosa vegetazione di rovi porgeva, come ristoro a noi passanti, corpulente more color pece. Io non ne mangiavo perché temevo che di notte ci pisciassero i randagi, però immaginavo la torta senza piscio con la quale cominciavo ad innamorarmi e, in effetti, se vogliamo dare un avvio preciso alle cose era proprio dalla visione di quelle bacche selvatiche che iniziava il mio viatico verso l’amore. Pensavo, ad esempio, come sarebbe stato bello accompagnare il polso di una donna dentro quei rovi, evitando che si spinasse, per poi staccare insieme il frutto dal ramoscello e riporlo dentro una cesta di vimini. Già, ma com’era quella donna che ancora non c’era? Eppure ne avevo avute a dozzine di femmine, tutte con polsi affusolati e mani delicate; femmine premurosissime, persino troppe belle per me, ma quella, quella che io cercavo non la vedevo, e giuro però che mi pareva di sentirla accanto nella sua profumata invisibilità; forse per questo continuavo a camminare come un cieco. Il maestro sosteneva che sarebbe arrivata quando meno me lo sarei aspettato, bellissima, la più bella, ma con le cose della pazienza avevo litigato brutalmente sicché adesso, a sentirla solo nominare, la pazienza, avrei potuto sviluppare violente e inconsulte reazioni. E lui lo sapeva. 

Che poi volessi anche dimagrire lo ammetto, era vero; buttare via quei chili superflui, tornare a riprendermi una bellezza di cui ero stato un padrone distratto. La bellezza però va in rima con quella cosa per cui quando si è giovani non si ha comprensione. E io, della comprensione, la più bella destinata agli esseri umani, avevo clamorosamente tradito il patto.

Salendo incontravamo un albero di fichi che non maturavano mai, tant’erano a metà fra l’essere acerbi e rimanere rinsecchiti dopo una settimana di troppo sole. 

Sullo sfondo alla mia destra l’azzurro vivace dello Jonio pareva una stoffa srotolata e quei paesini lungo la costa – Acireale, Giarre, Riposto – quei paesini vivi quasi per ossequio rilucevano in sequenza, ubbidendo ai fantasmi della patria, cedendo come per prassi alle trame non troppo fantasiose delle cartoline da bar.  

Accanto ai casali ristrutturati e fiancheggiati di vigne dove viveva l’essenza di qualche divinità sconosciuta, piccoli ruderi del tempo antico si affacciavano sulla strada con la scritta “si vende” ormai sbiadita da anni di trattative fallite. Io rallentavo il passo dinnanzi ai loro usci, e anche il maestro; ne guardavo l’interno con curiosità e mi pareva di sentire le voci di uomini morti cent’anni prima.  

Ci sono luoghi che evidentemente si donano al passante, lo fanno proprio, e io ero un ottimo passante, anzi, ero il miglior passante della tratta Zafferana-Caselle; uno che se avesse potuto, quei cumuli di pietra li avrebbe comprati tutti.  Ma poi, mi ripetevo con angoscia, e ripetevo al maestro, cosa ne avrei fatto se quella donna che mi si muoveva in testa non si sarebbe manifestata? Per chi avrei preso quello scorcio di passato, di terra, di mondo, se del presente e del futuro e di tutti i tempi coniugabili ero solo un asterisco condannato all’immaginazione? 

Così continuavo a camminare, e camminavamo, senza voltarci indietro, brandendo in avanti un bastone che non avrebbe scacciato neppure un’ape. Presto venivamo investiti dall’odore di detersivo alla lavanda che usavano le donne degli albanesi; abitavano nelle piccole case, a sinistra, duecento metri prima che s’arrivasse ad Algerazzi, un quartiere dove c’erano più cani che elettori. Anche loro, dico gli albanesi, avevano le loro donne, ma non parevano felici, o forse lo erano moltissimo e l’infelice ero solamente io perché di quella loro vita non mi piaceva nulla. Non mi piacevano le birre lasciate sugli scalini, le scarpe sporche, le canottiere appese e pulitissime e le finestre socchiuse come a nascondere peccati indescrivibili. Ma va bene, si faceva presto a passare quel tratto per poi giungere alla ripida pendenza in curva dove due cani neri, serrati dentro un recinto, s’erano abituati a vederci passare e non abbaiavano più, ma si mozzicavano il culo l’un con l’altro per dare il via allo scatenarsi di altre bestie in lontananza, che invece parevano non averci mai visto e facevano come i bastardi all’inferno, ché se avessero potuto ci avrebbero sbranati azzannandoci le cosce, mordendoci ai fianchi, preferendo il cuore a qualsiasi altro organo. Poco importa, in fondo il cuore ai cani io l’avevo dato un sacco di volte.

Poi la salita finiva e cominciava un tratto pianeggiante in mezzo al bosco, con la scritta Milo, settecentocinquanta metri sull’ombelico del mare. Sensazione di frescura, abbandono, perdono, tipico odore di funghi di chi non trova funghi, e qualche serpe arrotata, forse una vipera, una piccola velenosa viperetta di poche settimane, sfortunata a vivere così poco. E c’era anche assai odore di baci, di quei baci che si danno in posti come quelli, dove si ha la sensazione che nessuno veda, ma in realtà vedono tutti, perché gli alberi, che siano querce oppure castagni, che siano ancora ginestre fiorite, hanno più occhi di qualunque umano e conservano la memoria di secoli. E quando uno passa e chiede loro gentilmente com’è stato vedere due amanti loro rispondono con uno scroscio di foglie o con un ramo che si spezza o con il frullare rapido dei passeri che non volano via per paura, no, ma per infantile pudore.  

E continuavo a innamorarmi, maledizione, per arrivare poi nel piccolo borgo di Caselle dove tant’anni addietro Jo Balboa correva a piedi scalzi dalla sua amata Ciricì e la baciava dove c’era la cabina telefonica, e quante volte ci andai anch’io in quella cabina a prenotare un’ala, per il duemila, per il duemila e venti, per il duemila e ancora niente. Sì, esattamente un’ala da attaccarmi alla spalla destra così che fossero due, perché a differenza di questi uomini mortali io con una c’ero nato, ma non bastava, non basta, anzi era un intralcio. Un fastidioso, insostenibile intralcio, pure da mettere sotto una camicia. Così tante volte pensai pure di tagliarmela la penna buona, ma poi sarei morto e io non volevo morire come gli uomini mortali, io volevo volare, sfidare la cima del vulcano sentendomi più potente del suo fuoco, avvertendo semplicemente Dio in fusione di due anime, la mia e quella della donna che avrei dovuto ancora incontrare. E sempre più mi pareva d’innamorarmi e Caselle era una grande vigna dove qualche volta passava il Casellante Servo della Gleba col jeeppone marca Benito e salutava orbo manco ci riconoscesse la virtù dei santi o dei minchioni. Allora il maestro raccontava dei suoi amori lontani, lontanissimi, remoti, e si sentiva un profugo che pensa alla sua terra e con i ricordi scappava alla Cecchignola, in quel lontano millenovecento e qualcosa, servizio di leva obbligatorio, lui un giovanotto gonfio d’acque quando la burina siòna l’aveva spompinato a meraviglia di tempi che non sarebbero più tornati. E poi s’accendeva una sigaretta il maestro, coi polmoni belli larghi, e lo sbuffo amaro, amarissimo, e parlava d’infarti e malattie, e di donne, naturalmente, quelle che non aveva mai avuto, ma di cui sapeva tutto, persino l’ora esatta del menarca. 

Al fare della sera a Caselle s’arrostiva carne alla brace e le vecchie col tombolo sedute davanti alla porta di casa ci guardavano stordite come se due uomini non potessero più camminare a piedi. Chissà se anche loro si erano innamorate almeno una volta in quella povera vita di platea; e se quell’amore c’era stato, grande, impetuoso, necessario come una pioggia dopo cent’anni di siccità, parevano averlo dimenticato persino nella rudimentale forma della goccia, tanto le loro rughe di cemento e tartaro avevano congelato il più naturale dei pianti. 

Le belle di notte fiorivano, piano piano fiorivano, inondando l’aria di profumi fiorivano, e nei cortili di pietra, sotto gli archi di antichi palmenti, l’ortensia vegliava sul sonno della madre che indolente allattava i gattini. 

La passeggiata proseguiva fino a Milo dove ci affacciavamo dalla piazza dei cinque tigli e i vecchi giocavano a carte e bestemmiavano di fronte alla chiesa con l’indulgenza del parroco pronta a rimediare. Allargando le braccia mi portavo al petto Taormina e poi ancora tutto quello che c’era con Taormina, e mi dicevo che in fondo da qualche parte qualcuna a cui avrei scaricato quell’immenso peso di bellezza e che m’avrebbe aiutato a portarla c’era, perché unita alla sua tutti questi posti avrebbero avuto il senso che nessuna ricchezza può restituire. Atto finale della consolazione di chi s’avviava a fare la strada del rientro, ripassando per gli stessi posti che l’avevano fatto innamorare ancora una volta, ancora un giorno. Le vecchie, gli alberi, i cani di Algerazzi, gli albanesi, i fichi e le more. Il maestro stanco. Ma ora era tutto in discesa, persino l’Etna che fumava come una bocca annoiata. E anche la Via Dei Ciclamini, dov’ero cresciuto strisciando le mani sull’asfalto – quella volta – e dove ogni pomeriggio credevo di partire per non tornare più solo. 


Vladimir Di Prima è nato a Catania nel 1977. Conseguita la maturità classica si laurea in legge e successivamente si specializza in criminologia col massimo dei voti e la lode. Autore di diversi romanzi, il più recente dei quali si intitola Avarìa (A&B editore) è anche regista indipendente con a seguito parecchie opere premiate in ambito nazionale e internazionale. Nei suoi cortometraggi sono apparsi volti noti del cinema e dello spettacolo italiani, fra cui Lucio Dalla e Lando Buzzanca. È stato altresì membro del comitato organizzatore del Premio Brancati-Zafferana. 

Fotografie di Vladimir Di Prima)

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