Formicaleone

Gli invisibili delle aree interne: i giovani.

I paesi assediati dalla miseria non hanno il volto degli emaciati e delle case grotta, ma dell’abbandono e di chi non se ne può andare.
La recente propaganda istituzionale sul ritorno a vivere nelle province si gioca sul futuro degli invisibili delle aree interne: i giovani. Ragazze e ragazzi che non lavorano, non studiano e non fanno nulla – ma soprattutto non hanno voce – e su queste prigioni si verticalizzano bandi e professioni in cui la merce di scambio è il loro abbandono. 

L’assenza delle loro voci mi crea un senso di nausea, perché non voglio assistere all’ennesimo scempio a carico del Sud e delle regioni più povere, dove una profonda lacuna conoscitiva crea miti, ritorni e accesso alla felicità. È solo una mitologia quella del tempo vissuto collettivamente in cui tutti devono condividere, partecipare e comunicare. 

Per rimanere a vivere nei paesi si punta sull’intraprendenza, quando invece la base di partenza è avere una sicurezza economica su cui contare, avere la capacità di produrlo e di mantenerlo quel reddito, non facile in territori dove la maggior parte delle spese gravano su chi investe. 

I paesi sono descritti come sistemi standardizzati, la figura del community manager risente di questa impostazione aziendale, perché i paesi sono intesi come start up e il risultato è avere creato «prodotti e non progetti».
Si è costruito un immaginario normativo su quello che dovrebbero essere i paesi: di chi rimane, di cosa dovrebbe fare, senza fare i conti con la realtà, che la solitudine e l’isolamento erodono qualsiasi volontà. Vivere in un paese di soli anziani è un incubo e sul loro abbandono ci sarebbe da scrivere e invece non se ne parla, come della mancanza di spazi culturali: biblioteche, ludoteche, centri sportivi, teatri, laboratori. Comunicare che i giovani vogliono rimanere a vivere nei paesi è aver raggiunto un traguardo solo a parole, a favore di chi deve consegnare dei risultati – senza finora, aver fatto nulla di concreto – lo stesso meccanismo perverso che ha negato i bisogni sta offrendo soluzioni. I giovani interpellati sulla possibilità di rimanere, dovrebbero porre questioni che lo Stato nemmeno si pone e non barattare il consenso per la visibilità.

Chi rimane è un eroe, pratica una restanza,
che in luoghi dove non c’è nulla vuol dire profondo malessere.

Le campagne nazionali a favore del ritorno o che istruiscono su come rimanere, stanno creando una falsa narrazione e ipotecando il futuro di giovani che potrebbero rimanere incastrati nell’eterna attesa per l’arrivo dei finanziamenti legati al Piano Nazionale Ripresa e Resilienza.
Chi rimane è un eroe, pratica una restanza, che in luoghi dove non c’è nulla vuol dire profondo malessere. La difficoltà nella compilazione del bando Borghi da parte di sindaci e amministratori – che potrebbe risollevare le economie locali e consolidare azioni partecipative create dal basso – è insita nel peccato originale con cui è stato pensato. Solo pochi sindaci, hanno elaborato una programmazione culturale o una strategia di sviluppo per il proprio paese e sappiamo anche che ci vogliono anni di ricerca e di analisi da parte di professionisti che indagano senza pressioni politiche e che osservano come i paesani indirizzano le scelte di vita.

Le amministrazioni comunali hanno creduto in buona fede alla quantità massiva di articoli   pubblicati negli ultimi anni, in cui si parlava di progetti e di programmazioni veicolate da accademici e da figure istituzionali, scoprendo solo dopo che erano intenzioni e proiezioni su basi teoriche a cui farà seguito il nulla.

Si è parlato di: «fuga dalle città», «ritorno alla terra», «giovani che vogliono tornare a vivere nei paesi», si è fatto credere che fosse in atto un grande cambiamento, una grande occasione e si è inneggiata la buona salute dei borghi, della comunità e della partecipazione. La cattiva notizia è che sono scomparsi tutti, e il bando Borghi è la sceneggiatura perfetta di quello che dovrebbero essere oggi i paesi.

Quello che non si dice è che queste programmazioni rispondono a cicli politici, a manifesti che giocano sulla visibilità di alcuni. Sull’eroismo di chi rimane si costruiscono narrazioni che non rappresentano il margine e non lo convalidano. Di storie di rinascite ne abbiamo sentite ogni volta che questo paese è stato destabilizzato. Nel 1960 esce L’Italia non è un paese povero di Joris Ivens, un documentario sui cambiamenti innescati dalla metanizzazione, commissionato da Enrico Mattei, direttore dell’ENI. 

Il film indaga sulla vita dei paesi in regioni povere tra cui la Lucania e per questo censurato, rimontato e fatto scomparire. Collaborarono al film: Alberto Moravia, i fratelli Taviani, Valentino Orsini e Tinto Brass, che riuscirà a riportare la pellicola in Italia. Storia che riprende Daniele Vicari nel documentario Il mio paeseuscito nel 2006, raccontando i retroscena della censura: “Chissà cosa pensò Ivens, quando censurarono pesantemente il suo film, addirittura cancellando alcuni episodi come quello della famiglia povera di Grottole e mandandolo in onda in piena estate nel 1960, con il titolo agghiacciante e minaccioso di Frammenti di un film di Joris IvensQueste immagini dovettero spaventare non poco i politici e i dirigenti della televisione pubblica. I volti dolcissimi e inermi dei ragazzini di Grottole, lo sforzo commovente dei genitori di mostrare una minima dignità, erano inconciliabili con la retorica dei governi di allora sul boom economico, visto come una panacea di tutti i mali atavici dell’Italia”.

Raccontare cosa sono i paesi oggi appare quasi militante. I giovani delle aree interne sono i meno aiutati e i più incentivati ad essere attivi e partecipi, chi rimane per scelta o perché non può andarsene gli si assegna un ruolo, quello di far parte della grande fetta dei ragazzi che aspetta secondo una visione escatologica del “fine ultimo comune”, in una successione di attese e di speranze.
Nel pantheon dei martiri inserirei: gli immolati alla causa paese, i beati che attendono, gli sguardi limpidi che si annidano nei bar, la disoccupazione sacra, chi vive nelle case a un euro, gli angeli degli annunci e delle promesse di finanziamento, il mistero di chi si è trasferito per fare smartworking, i cantori dei festival, i Manifesti nel cuore del deserto, i poveri perché autentici e gli ultimi perché saranno i primi.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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