Formicaleone

Vento e filo d’amore ~ Alcune poesie di Renato Minore dalla raccolta “Ogni cosa è in prestito”

Dopo la raccolta “O caro pensiero”, prova esemplare di una novità e originalità, consacrata dal premio Viareggio 2019, Renato Minore ci offre un’autoantologia della sua cinquantennale esperienza poetica con “Ogni cosa è in prestito”. Questa ricapitolazione si sposa allo stupore per l’emergere di una voce solitaria, densa e “contemporanea”, in cui si attua una decostruzione della tradizione che non si trasforma mai in sterile e compiaciuta avanguardia; di un “pensiero poetante” caldo, emotivo, mai cerebrale, musicalmente agrodolce e magnetico pieno di chiaroscuri che danno posto a bagliori, sgomenti, immagini spiazzanti, intuizioni liriche che non fanno sconti al limite e alla precarietà dell’esistenza umana, al dramma della finitudine e della incomunicabilità. Con una strategia compositiva che ricorda l’ultimo Montale di Satura; l’osmosi tra diari e versi del Paul Valéry del laboratoire intime de l’esprit; la poesia compatta, antilirica del paradosso e della contraddizione esibiti con ironia leggera e tremenda di Wisława Szymborska; la poesia zen mediata da quella interrogante dell’amico giapponese Kikuo Takano, ispirato da Heidegger.

Ne viene il canzoniere provocatorio sottolineato da Giulio Ferroni nella prefazione, antitetico ad un’epoca di atteggiata sufficienza, in cui la poesia è luogo struggente dell’attestazione dell’incompiutezza e della evanescenza della vita e delle relazioni umane, ma anche elaborazione della loro complessità e ambiguità.  

La lezione di Leopardi, di cui Renato Minore uno dei più compenetrati conoscitori, permette di intrecciare questo disincanto programmatico con l’abbandono al potere delle illusioni come esemplifica il bellissimo “Piccolo madrigale materno” con quella chiusa che apre alla perdita e ad una possibile riconquista: “Appena smozzicate le parole/ hanno ancora il seme di quelle poi compiute e definite/. Di te che già non sei più me/, il me che ora sono te”.

Questa fiducia nelle parole e nei versi non viene mai abbandonata come sottolinea Simone Gambacorta nella postfazione facendo emergere il contrasto con il Minore postmoderno incrinatore di ogni alibi e certezza come nell’incipit dell’emblematica “La piuma e la biglia”: “C’erano quattro biglie / colorate pronte a partire, / ma lo sparo fu rinviato / da sempre.”.
Quello che ci narra malinconicamente il nostro tempo con l’inedito Error System palinodia sapienziale sul dantesco e pandemico 2021 che riecheggia La Ginestra leopardiana: “Io sono qui/ e quello che ho compreso/ è già disfatto/ senza peso senza forma/ e quello che ancora potrei comprendere/ sposta la bussola/ verso mari ignoti/ che mai varcherò”.“Ogni cosa è in prestito anche il dolore” è il verso densissimo che dà il nome a questa raccolta cruciale. Ma di sicuro non sarà temporaneo, “a prestito” per tutti noi il dono di questa poesia, il dono di Renato Minore.
(Andrea Velardi)


Vento e filo d’amore
 

I
Le cose che io so le cose che tu sai
Le cose che facciamo finta di sapere
Le cose che fanno il mondo grasso e tondo
Le cose che hanno angoscia e fondo
Le cose appena sussurrate
Intuite eppure dimenticate
Svanite appena la luce s’avvicina.
Dormi dormi che ti passa il magone
Non hai che pelle erosa
guaina che inghiotte inghiottita
l’io del mondo, storia e differenza,
dolcissima idea del movimento
appena smorzato dal pensiero della sua fine
nella stringa nella stringa nella stringa.
Amore e pena dominio e specchio
tutto nella stringa mutevolmente.
Dormi dormi che la gioia s’avvicina
 
II
È come se ora
io e te fossimo costretti a muoverci
sulla superficie di un filo elettrico
mi accorgerei
ti accorgeresti
della dimensione
del filo
non di quella attorno
al filo.
Il custode della tua anima
ora ti chiede
se è possibile
avere un’anima
senza custodia.
 
III
Non ti manchi l’incoerenza del cuore
non conosce casi generali
solo il particolare
grande perché si muove
nella sfera del piccolo.
Non credere a ciò che si racconta
e si sogna sul mare.
Terribile è la sua potenza
più vicina al caos
che alla nostalgia
di bianchi delfini e nuvole
crucciate come carte
bruciate sugli orli.
Ma l’unico rimprovero
che non posso accettare
è proprio quello
che ho meritato.
 
 
IV
Ed eccoti dopo un quarto di secolo
a scivolare sulla pozzanghera del sogno
e dirmi che l’ipotesi d’una fuga
verso la liquidità gioiosa ch’era a nostra portata
appena dietro la cinta popolata
della città post-dannunziana, sì, quel salto
era possibile, e se non fu fatta
è per la mia abissale incontinenza
a mescolare le cose dette e le cose pensate,
e non sempre, animula, ciò che ho pensato
irresistibilmente s’è tradotto
nella potenza della comunicazione
che tutto avvolge, anche questo mio sogno
sfilacciato sfilacciato da far faticare
la modesta volontà di decifrazione
che mi ha fatto pensare tutto immobile,
già deciso o già vissuto?
 
V
Ecco rovesciati
che ti bruchi un po’
comoda incomoda (e tu mi mordi)
gira rovesciala
è una clessidra
e nel sogno c’ero caduto
senza volerlo
e sgocciolavo perdevo
anima per te che ne davi
e insostenibile fu
lo sgomento per guardarsi
in viso.
 
VI
Dovrai starci per sempre.
Ti ho serrato nel mio cuore,
ho perduto la chiave
e devi accordarti
in quel tremore ignoto al mondo,
cosa piena di paura,
dove creammo parole molte d’amore
e lasciammo non dette
parole molte d’amore.
Ti ho serrato nel mio cuore
e la chiave hai finto di averla
per meglio occultarla.
Sei il coltello con cui
ancora frugo nella mia piaga.

(In copertina: particolare di un’opera di Osvaldo Licini)

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