Formicaleone

UNA MONTAGNA A METÀ

«Durante una visita ai miei feci un lungo viaggio in Valle d’Aosta, passando l’autunno 2016 tra le sue vallate deserte in quel periodo dell’anno. Tra ghiaccio, sole e silenzio, ritrovai la montagna, riallacciando un dialogo che era iniziato a 6 anni e terminato pochi anni prima, dopo aver girato in lungo e largo per le Dolomiti. A Pont di Valsavarenche, al culmine di un viaggio quasi dantesco, in un silenzio immenso e in un “inferno” di ghiaccio, sole e solitudine, capii che qualcosa stava cambiando e su di una panchina tra gli alpeggi di Gressoney La Trinite, ricominciai a dialogare con un mondo che avevo lasciato in sospeso perché avevo avuto altre priorità, soprattutto l’impegno che avevo preso con le persone» inizia così il racconto di Ilaria. La voce è ferma e il pensiero profondo, di chi sulle cose ha ragionato da tempo, si è fatta domande, tante, e data riposte, tante anche quelle.

Con Ilaria ci siamo conosciuti per caso e come succede in questi ultimi anni soprattutto grazie al mondo social: un commento, una risposta, uno scambio di idee, alcune riflessioni e poi l’intenzione di raccontare la sua storia, perché possa essere di aiuto per chi deciderà di spostarsi in montagna e magari abitare le aree interne per tutto l’anno.

«Sentivo che era finito un ciclo, di cui non rimpiangevo nulla, ma che non avrei rifatto, e che ora dovevo andare avanti e virare, perché il bivio mi era di fronte. E dovevo ricominciare proprio dalla montagna, da quella grande passione che mi accompagnava da una vita, e verso la quale mi sentivo in grado di poter apportare un valore aggiunto, di natura culturale e dalla quale ne avrei ricavato la fine del lungo stand by di me stessa», ci sono dei motivi che spingono a cambiare, dipendono dalle situazioni in cui si vive, dal lavoro, quando c’è, dalla propria indole e talvolta dai propri sogni. 
E allora eccolo il sogno, ma potremmo chiamarlo e meglio, progetto; «aprire una libreria di montagna in montagna, un centro culturale con incontri con gli autori di libri, dibattiti tematici specifici, e iniziative rivolte anche a favorire incontro e dialogo tra fruitori appassionati della montagna e abitanti della stessa. Facilitare un dialogo, necessario e vitale per il futuro di questi territori, che purtroppo ancora fatica a svilupparsi in maniera, a mio avviso, adeguata».

Un progetto pensato con attenzione e non certo nato da un capriccio. Ilaria aveva pianificato con attenzione ogni cosa, definito un budget e trovato le risorse per coprirlo, acquistato una casa con un fondo dove poter vivere e lavorare. Non si era lasciata guidare né dall’entusiasmo né dalla frenesia, progettando con cura ogni dettaglio. Può sembrare superfluo sottolinearlo, non lo è. Pianificare è evidentemente un buon modo di iniziare un progetto di simile portata.

Spesso mi dico: “è crollato tutto, è rimasta solo la montagna”, la montagna delle mie lunghe salite, e la montagna e chi la abita, con tutte le sue difficoltà. Difficoltà acuite per chi ha un lavoro “normale” e perennemente precario che richiede lunghi spostamenti verso la pianura. La montagna di una come me che vive divisa tra due mondi, mai nell’uno e mai nell’altro

«Mi sono fatta l’idea che tutti parlino di “futuro” della montagna senza avere un’idea coerente di ciò che è nella realtà il presente della montagna. Io l’ho sempre avuta e infatti il mio progetto prevedeva imprescindibilmente basi economiche solide per avviare un’attività di tipo commerciale-culturale che potesse intercettare sia l’interesse dei fruitori, che l’incontro tra questi e i veri protagonisti della montagna che nei tanti discorsi che si fanno, di fatto, sembra spesso non siano né ben accetti né conteggiati».

Parole da cui, se ancora serve, esce lo studio che Ilaria aveva profuso per definire il progetto.

Purtroppo, come spesso accade, all’atto pratico le cose non vanno come immaginato e quanto pianificato non può essere messo in pratica: una buona parte dei soldi devono essere usati per altro e così, la base economica non è più sufficiente. Ilaria deve abbandonare l’idea di aprire una libreria e tornare a fare il lavoro di una vita. Una batosta dura, difficile da metabolizzare. Il sogno deve essere momentaneamente accantonato. Ma non è tutto perché ora Ilaria abita in montagna ma lavora in pianura; si è trasformata in una pendolare che ogni giorno scende a valle, da cui risalire solo in serata. E spesso nemmeno quello, dormendo fuori casa quando gli impegni la tengono inchiodata sul luogo di lavoro.

«Questa condizione mi ha portato a fare varie riflessioni sul tanto discusso «andare a vivere in montagna». Ho realizzato che senza risorse congrue tali da poter vivere ovunque, come può essere un lavoro artistico molto remunerativo, o risorse ingenti da poter intraprendere nell’ industria turistica, o nell’ industria agro-alimentare, non ci sono molti sbocchi per chi ha lavori comuni, che tra l’altro hanno sempre meno la possibilità di essere svolti in telelavoro (il governo è stato chiaro sotto questo punto di vista, niente più telelavoro). Con lo smart working vero e proprio (che è diverso dal telelavoro) la maggior parte delle opportunità sono dei CO. CO. CO. outbound dove si lavora a provvigione e non ci si vive se non si hanno altre entrate»

Una riflessione amara «condizionata dal fallimento del progetto a cui tenevo molto», ma non per questo meno reale. Nei momenti di sconforto infatti il pensiero torna alla libreria, agli incontri non più realizzabili, alla vita montanara che si aveva immaginato di cui le rimane solo una parte. «Spesso mi dico: “è crollato tutto, è rimasta solo la montagna”, la montagna delle mie lunghe salite, e la montagna e chi la abita, con tutte le sue difficoltà. Difficoltà acuite per chi ha un lavoro “normale” e perennemente precario che richiede lunghi spostamenti verso la pianura. La montagna di una come me che vive divisa tra due mondi, mai nell’uno e mai nell’altro. 
In cambio ho potuto conoscere da vicino chi la montagna la abita, la lavora e la cura da secoli, parlare con loro e andare al bar con loro. Il bar, principale luogo di socializzazione dove in due/tre giorni ho conosciuto quasi tutti i compaesani e anche quelli dei paesi limitrofi»

La montagna come la sta vivendo oggi Ilaria ha da offrire poco in termini di opportunità, molto in termini di insegnamenti e di valori. Me ne accorgo ascoltando le sue parole e le riflessioni che si portano dentro e che dicono «la montagna ha bisogno di una visione progettuale di lungo periodo e di ampio respiro, ma per fare ciò ha bisogno di essere conosciuta e capita, ha bisogno di essere ascoltata, dalla politica e da chi dice di amarla, ha bisogno di diventare lei stessa portatrice di interessi e bisogni che se presi in carico e sviluppati in maniera progressiva e sapiente possono divenire ricchezza e opportunità di vita, di lavoro e di crescita collettiva».

Una visione ottimista che porta con sé sprazzi di sano pensiero oggettivo: «Onestamente credo che siamo ancora molto lontani dall’obiettivo, politicamente e a livello di opinione pubblica. Quest’ultima è spesso male informata e traviata da notizie sensazionalistiche ma poco aderenti alla realtà. Qualcosa si sta muovendo, ma molto poco e abbastanza male, perché assolutamente scoordinato e scollato da ciò che è l’ambiente montano fisico e culturale reale»

Dopo le parole dei precedenti articoli, immaginarestravolgerepazienza, era il momento di raccontare una storia, quella di Ilaria e il suo tentativo di trasferirsi in montagna con le difficoltà che questo comporta. Sono certo che nelle sue affermazioni si possano trovare elementi utili, concetti importanti e mi auguro determinanti in un confronto che, oggi più di ieri, credo imprescindibile. 


(Foto di Oreste Verrini)

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