Formicaleone

Una storia senza un varco: “L’acqua del lago non è mai dolce” di Giulia Caminito

Lo dovevo leggere da tempo il terzo romanzo di Giulia Caminito, Premio Campiello 2021, ma ho prima affrontato un percorso terapeutico di anastilosi dell’anima, come lo chiama Carmen Pellegrino ne La felicità degli altri, La nave di Teseo 2021.

Anastilosi è la tecnica di ripristino delle colonne di un tempio, perché, se la psiche è un tempio, è una tragedia quando vedi crollarne le strutture.
Avevo bisogno di un romanzo con la catarsi del lieto fine, invece mi sono imbattuta in trecento pagine dirompenti, che menano dritto verso la tragedia. Non c’è riscatto in questo libro e tutto lo fa presagire, fin dall’incipit: 

“Tutte le vite iniziano con una donna e così anche la mia, una donna con i capelli rossi che entra in una stanza e ha addosso un completo di lino, l’ha tirato fuori dall’armadio per l’occasione, se l’è comprato al banco di Porta Portese, il banco buono dei vestiti di marca ribassati, non quelli da poche lire, ma quelli con sono il cartello: Prezzi Vari. 
La donna è mia madre e ha una valigetta di pelle nera stretta nella mano sinistra, si è fatta da sola la piega ai capelli, ha usato bigodini e lacca, ha gonfiato la frangetta con la spazzola, ha occhi verdi e gialli e tacchetti da cresima, lei entra e la stanza si fa piccola.
Alle scrivanie siedono impiegati, mia madre ha passato tre ore all’angolo del palazzo, la valigetta contro il petto, e quando lo racconta dice che le sue gambe erano burro e la saliva acida…”

Il lungo incipit si chiude così: 

“Loro la alzano e la spostano di peso, la sollevano per braccia e gambe e allora la camicetta si apre e mostra un reggiseno senza ferretto, seni gonfi, la gonna si strappa e spuntano le sue mutande, mia madre ha già fatto a brandelli il vestito buono  scalcia e grida, come fiera spietata.
E io è come se fossi lì, in piedi a guardarla dall’angolo della stanza, la giudico e non la perdono.”

E infatti non la perdona: questo il fil rouge del lacerante racconto.
Questa donna è Antonia Colombo, una madre coraggio, figura topica che attraversa la letteratura di tutti i tempi, di una famiglia che abita in una stanza di venti metri alla periferia di Roma, negli anni ’90, quando Gaia, la protagonista e voce narrante, è piccola con un fratello, Mariano,  di quattro anni più grande, figlio di una precedente relazione, e con due gemelli neonati.

Si desume che Gaia, nome che stride col destino della fanciulla, è nata nel 1988, come Giulia Caminito. Eppure, chiarisce l’autrice nella nota finale, il romanzo non è autobiografico, ma trae spunto dal racconto, la Caminito quei luoghi di periferia romana, degradata e disagiata, e anche il Lago di Bracciano, li conosce assai bene, stante la perizia con cui li descrive, tuffandosi dentro di testa, come se li avesse frequentati da vicino.

Per quanto una scrittrice possa essere abile – e la Caminito lo è -, non si può entrare in una scena con dovizia di dettagli e tonfi al cuore se non la riguarda da vicino. Per cui, desumo che, pur non autobiografico, il romanzo tratta temi che hanno accompagnato la crescita della scrittrice anche direttamente.

Antonia La Rossa e Gaia, la figlia della Rossa (così viene chiamata) sono al centro del plot, i gemelli sono comparse e Mariano viene allontanato da casa per andare a Ostia dalla nonna, perché coinvolto in gruppi politici anarchici. Massimo, il padre, sulla sedia a rotelle, in seguito ad incidente sul lavoro, è l’emblema del disagio di questa famiglia e la vittima di Antonia, che lo tratta come un oggetto da ripulire.

(Bompiani, 2021)

Egli, con le gambe come due stuzzicadenti, è l’incarnazione della miseria umana, costretto a subire senza ribellarsi. La figlia della Rossa , con cui ella ha un profondo e dilaniante conflitto generazionale,  è una ragazza estremamente infelice: subisce le imposizioni della madre e cova un senso di ribellione che può esplodere in violenza.
Fanno da corollario le frequentazioni di Gaia: Agata e  Carlotta, che morirà suicida; Iris, l’unica amica vera, da cui pur la figlia della Rossa si allontana con un penoso senso di colpa, morta in seguito a grave malattia; il bullo Alessandro, a cui Gaia rompe una rotula per vendetta; Luciano, l’insignificante ricco primo fidanzatino della protagonista; Andrea, suo amico e poi suo fidanzatino; Cristiano, altro amico di Gaia, soggetto poco raccomandabile, con cui la protagonista corre la notte a fari spenti o compie atti illeciti; Elena, che Gaia conosce da universitaria e che le ruba il fidanzatino Andrea, con conseguenti reazioni violentissime da parte della protagonista. Sono tutte figure che accompagnano la figlia della Rossa nel suo percorso di crescita, che non produce nulla di fatto, se non frustrazione e dannazione.

Antonia è sempre più caparbiamente determinata  a fare della figlia un’alunna modello, tuttavia gli studi non cambiano la sostanza umana della protagonista e voce narrante, come se avere i capelli rossi, come la madre, fosse una condanna come per Rosso Malpelo.

Si legge tra le righe un’influenza del Verismo: dati alcuni presupposti (povertà, miseria, disagio sociale, subordinazione alle imposizioni altrui, nella fattispecie Antonia,) non può che derivarne un male. Gaia osserva la Roma bene dei suoi compagni di liceo con invidia devastante, soffre e poi soffre: bruttina, con due orecchie enormi, senza seno e fianchi stretti.

Non riesce a trovare una collocazione. Neppure le fugaci e inconsistenti storie di amore, neppure lo studio matto (si laurea in filosofia) la cambiano nella sostanza, e finirà per fare la donna delle pulizie , mettendoci tutta la rabbia indotta. Rimane senza lavoro a dimostrare alla madre che nella vita non c’è un varco nella maglia che stringe, né un riscatto sociale. Eppur si ribella, anche violentemente, ma non esce dalla spirale del male.

Un romanzo che abbatte le palizzate di intelletto, puntando dritto alle cose, al disagio, alla difficoltà a crescere e a emanciparsi, a trovare una strada, che travolge con il suo periodare fitto e denso ( risente del parlato, ma non c’è uso del dialetto). La tecnica dell’affastellamento la fa da padrone: tanti oggetti, tante persone, tanti luoghi passano attraverso le fibre di Gaia. Oggetti usati: non ha uno zaino nuovo né una Smemoranda, vestiti o scarpe nuove, né un televisore né un cellulare, a parte uno rubato, un vecchio Motorola basico. Ci sono cambi di residenza fino ad Anguillara Sabaudia, dove la protagonista torna in un finale annunciato all’inizio.

Non si tratta proprio del libro che si spera di leggere con il lieto fine, ma il ritmo incalzante, la voce sempre presente di Gaia, attraverso i cui occhi passa tutto il conflitto con la madre e col mondo, ne fanno sicuramente un romanzo di grande spessore del contemporaneo neorealismo. Eccesso di realtà che dilania, un pugno, più pugni allo stomaco in un’opera che non dà tregua e che incalza il lettore dall’inizio alla fine. Eppur, senza respiro, scorre… 


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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