Formicaleone

La specie protetta: i restanti.

La versione locale di “aiutiamoli a casa loro” sono i manifesti sul restare. Una propaganda spinta da chi dai paesi probabilmente se ne è andato e da chi può scegliere se spostarsi. Una delle eredità della Grande Emigrazione è la paura, il senso di sdradicamento, la fatica del viaggio e del non trovare un posto nel mondo. Ce lo ricordano i suoni e le voci del Coro delle Mondine di Novi di Modena in una struggente interpretazione di Mamma mia dammi cento lirela madre indignata per la partenza maledice la figlia, che si allontana per amore e che morirà miseramente. Le preoccupazioni un tempo erano tante, chi lascia i paesi oggi è più consapevole e non vive una vita ridotta all’osso. 

In molte osservazioni leggo una lenta trasformazione, un tornare alla precisione dei ruoli, degli abiti, degli spazi, un sacrificio legittimato dall’insicurezza del momento, che è un’esaltazione di ciò che dovrebbe tornare ad essere il femminile e il maschile. Una propaganda moralista che è passata dal non si fanno più figli ai restanti. Un’idea conservatrice per risolvere il problema demografico, un cavallo di battaglia quello del popolamento che ricorda il Ventennio. 

Rimanere per fare figli, questa potrebbe essere la seconda ambizione statalista: “la santificazione della maternità, specializzazione di tutti i sessisti e i misogini dopo l’irruzione del femminismo nella storia”, come spiega Silvia Brignoni Un documentario suona l’allarme, in Se il mondo torna uomo. Le donne e la regressione in Europa a cura di Lidia Cirillo, Edizioni Alegre.

Il colonialismo demografico è il sacrificio estremo della nostra generazione precarizzata, che dopo aver smantellato i centri sociali, ha istituzionalizzato i contenuti e le modalità di partecipazione, per accedervi attraverso i bandi. Aziende di innovazione oggi li rigenerano quegli spazi, nei paesi come nelle periferie, usando termini e battaglie di cui non conoscono nulla, con rivendicazioni sui diritti che sono disposti a fare a pezzi in termini di relazione e di comunicazione a microfoni spenti.

Secondo la professoressa Enrica Morlicchio, docente di sociologia economica della Federico II di Napoli: “I dati sull’ultimo rapporto sulla povertà regionale che è stato pubblicato dall’Unione Europea che usa un indicatore di persone a rischio povertà ed esclusione sociale, non fa riferimento solo alle famiglie che sono al di sotto di una soglia di reddito, che è il reddito mediano dopo i trasferimenti sociali. Ma fa riferimento a persone che sappiamo di deprivazione materiale ed una povertà che non è solo reddituale, ma che non possono permettersi beni essenziali. Famiglie che hanno una bassa intensità lavorativa, famiglie i cui membri adulti lavorano il 20% del loro potenziale lavorativo. Tra le regioni italiane ben due sono al primo posto, Campania e Sicilia, segue la Spagna, la Grecia, alcuni paesi dell’Est e poi la Calabria, Basilicata e Puglia dove pesa il rischio di povertà ed esclusione sociale”.

Le crescenti disuguaglianze territoriali e le effettive prospettive di assistenza vanno evidenziate, perché ancora si muore per non riuscire ad arrivare in ospedale. Trasferirsi in aree senza servizi, infrastrutture e lavoro per rimanere in attesa della trasformazione dei paesi come se ci fossimo dimenticati del perché chi se ne è andato non è più voluto tornare, sposta il problema in contenitori più comodi, delegando a poche persone il ruolo di essere la voce di un dissenso, che sia ambientale, lavorativo, sociale, quando dovrebbe essere collettivo. Non si assumono posizioni pubbliche rispetto a comportamenti di sopraffazione e di oppressione, come quello delle mafie rurali e del sentimento patriarcale che anima i dibattiti. Maschilismo e paternalismo vengono esaltati, non si è interessati a cambiare lo stato delle cose, né credo sia possibile cambiare uno schema che ha costruito una dimensione sociale legata all’esclusione, perché rappresenta la normalità, uno stile di vita. 

Se si promuove il ritorno e la possibilità di lavorare in maniera agile ma le biblioteche sono chiuse da anni, i coworking sono vuoti e non si hanno colleghi o aziende di riferimento si è in una trappola. Dai paesi non può nascere un fermento lavorativo di smartworkers, a meno che non si fa parte di una élite benestante, che si può permettere di viaggiare e avere più residenze. Bisogna partire da quello che serve e non fare storytelling per accaparrarsi finanziamenti su ritorni che potrebbero essere pietre tombali, meglio pagare un affitto in una città che offre una continuità lavorativa, formativa e sociale che vivere in un paese dove l’unico passatempo è andare al supermercato. 

Molti accademici usano lotte e rivendicazioni dei diritti legati alle aree interne, in prossimità di anniversari, festival o uscite di libri. Si sentono legittimati nel prendere una posizione perché conviene e gli dà visibilità, si usa la morte altrui, il femminicidio, la violenza di genere senza di fatto agire. Ci si “ripulisce” per tutte le volte che si è perpetuato il proprio privilegio, come quello di sbeffeggiare le donne che fanno notare che nei convegni sulle aree interne ci sono solo maschi, come è successo a me. Sono per lo più uomini che non trovano il loro posto nel mondo e non bisogna permettere che chi volta la testa dall’altra parte siano quelli che si intestino la causa. Il numero delle violenze che si consumano nei paesi, nelle campagne e tra i monti è mostruoso, dove non esistono luoghi dove scappare, né case antiviolenza, ma tra i resoconti sul “nuovo abitare” la violenza di genere e la mancanza di un welfare a loro sostegno non esiste. Questa modalità di fare antropologia e sociologia è inutile, mentre si decanta l’importanza della comunità, della partecipazione, della transumanza, il folklore, le specie autoctone, la cultura materiale, non si considerano le donne né come professioniste, né come interlocutrici.

Le nuove banlieues in letteratura sono le campagne, un argomento quello delle provincie, che sta morendo con un pubblico di anziani. Manca una critica, una dialettica, un gioco che non sia mettere in fila articoli tutti dalla stessa parte. Manca la generosità e la coerenza dei valori che si indicano e l’onestà del limite, mancano quelle che Carlo Ginzburg chiama le rivelazioni involontarie, la microstoria. Il livello del confronto si è abbassato, forse è per la stanchezza del prolungarsi della situazione pandemica ma leggo sempre più spesso articoli copiati senza citare, brandelli di frasi e di idee non argomentate, rimbalzate come geniali da una clac che pur di affiliarsi sceglie la via più bieca, quella dei lacchè. L’Italia non è competitiva sul piano culturale, se interrogati su come agire per costruire un quotidiano, si danno risposte clientelari, si creano delle dipendenze, ci si rifà a slogan e sondaggi sul ritorno, come quello dei giovani che vogliono rimanere a vivere nei paesi, si segue la retorica delle parole, come se la volontà e lo spirito di intraprendenza bastassero. Il dibattito sulle aree interne si sta arenando, perché si è fatto credere che tutti possono farne parte e dire la loro senza competenze e professionalità. 


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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