Formicaleone

UN’EPIFANIA ALLA CORNETTA: NIVES DI SACHA NASPINI

Esiste un tempo in cui il trascorrere del tempo non è contemplato: è il tempo del piacere. Può essere il piacere di mangiare, il piacere di leggere, di scrivere o di fare sesso. Per molte persone è quello di raccontare: sé stessi e la propria vita, il più delle volte. E tanto più è intenso e lungo il racconto, tanto più la voracità di chi vuole scoprirsi si rende manifesta.

Ci sono altresì conversazioni che si sviluppano secondo una struttura a spirale ascendente, basata sul rapporto dialettico dei due parlanti che, sebbene possano rivelare riserve nel mettere in campo la loro sincerità, sono al contempo spinti dalla dinamica del dialogo stesso: incalzante e travolgente. Non esiste freno alla curiosità, non esiste scudo che resista allo spiazzamento della sincerità.

Nel romanzo Nives di Sacha Naspini (edizioni e/o, 2020) la sospensione del tempo causata dal piacere di una conversazione avvenuta per caso si mescola alla meticolosità di un brillante dialogo dialettico che, nel suo sviluppo apparentemente casuale ed estremamente dinamico, ha davvero tanto di teatrale.

«Loriano, mi ascolti?»
«Ti ascolto».
«Ho una gallina che s’è incastrata sulla pubblicità del Dash».
«Il Dash».
«Esattamente».

Sembra quasi di vederli i due personaggi sulla scena (la protagonista Nives e Loriano, il dottore) ad occupare ciascuno un lato del palco, riproduzione monca della stanza in cui si ritrovano: lei, vedova da poco, impaurita perché la sua gallina è rimasta imbambolata di fronte alla tv; lui, ubriaco e annoiato, costretto a sentire i deliri di quella pazza e ad accoglierli pur di non ferirla.

Loriano si diede una calmata, capì il gioco in cui era caduto. Nives gli fece pena: là, nella casa di Poggio Corbello, con una gallina incantata come unica compagnia. Non si staccava più dal telefono.

Nessuno dei due sa che cosa accadrà dopo quell’innocente e bizzarro innesco.
La telefonata tra i due è la ricostruzione di due (e più) vite a mo’ di edificio, laddove ciascun mattone è posto scientemente dalla conoscenza (talvolta sorprendente) di dettagli nitidi di passato.

«Nel frattempo mi spifferi i fatti di una moglie. Ancora non ho capito se è per mettere zizzania o che altro».
«Siamo cascati nell’argomento, una parola tira l’altra ed eccoci qua. Vi sogno sereni, che credi».

Non è mai facile entrare in contatto con i propri ricordi, soprattutto se si presentano con l’arma del dolore, soprattutto se è il nostro interlocutore a svelarli sotto l’unico vero aspetto, che è quello della Verità.

È così che l’opera si edifica sui sentimenti e le reazioni contrastanti dei due personaggi che ricadono, di volta in volta, sul lettore attento: prima la sorpresa, poi la curiosità, poi la delusione, l’amarezza, la tristezza, la rabbia, poi il rimpianto e il rancore.

Tuttavia, bisognerebbe davvero svelare troppo dell’opera per poterne parlare a pieno, perché è forse la sua parte finale ad accendere una fiamma di rara Bellezza che riesce, da sola, a purificare il dramma delle colpe, dei rimorsi e dei rimpianti insinuati troppo spesso nelle vite di ciascuno di noi: è l’epifania di una notte che chiarifica il sentiero tortuoso che è la vita intera. Ed è in virtù del punto di arrivo della suddetta spirale che il romanzo di Sacha Naspini raggiunge vette di illuminante razionalità.

Raramente capita di sentirsi in pace con sé stessi alla fine della lettura di un libro: sono più spesso presenti l’instabilità dell’incompiutezza e la fastidiosa sospensione degli animi. Cimentarsi in nuove letture è sempre un rischio: non sempre è possibile dirlo, ma anche questa volta è valsa davvero la pena.

Nives – Sacha Naspini (edizioni e/o, 2020) 


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *