Formicaleone

IL POTERE E LA POTENZA DEL LINGUAGGIO NEL ROMANZO DI BRENDA LOZANO

“Streghe” di Brenda Lozano è un romanzo che mette al centro della pagina i temi della sorellanza e del linguaggio. Si tratta del primo libro uscito in Italia dell’autrice messicana nata nel 1981. A pubblicarlo è la casa editrice Alter Ego in un’edizione molto curata, uscita a maggio 2021. La traduzione di Giulia Zavagna restituisce tutte le coloriture di una lingua viva, confidenziale, a tratti oracolare e che spesso fa ricorso al flusso di coscienza in senso profondamente lirico.

La storia è quella, parallela, di due donne. Da un lato Zoé, giovane giornalista che vive a Città del Messico, megalopoli ultramoderna che conserva un cuore antico, dall’altra, Feliciana, curandera, dunque guaritrice, forse la più popolare di tutta la nazione: rockstar, cineasti, scrittori si muovono da tutto il mondo per venire a conoscere le sue virtù. La storia delle due si interseca: Zoé si reca in un’area remota e rurale del Paese per scrivere di un omicidio e in questo modo entra in contatto con Feliciana e con il suo mondo. Il romanzo è il racconto, alternato, intrecciato e in prima persona, della vita delle due donne: come se una si stesse confidando all’altra, e viceversa, mentre sorseggiano una bevanda tradizionale messicana dalle antiche proprietà curative.

Come detto, questa è una storia di profonda sorellanza:

Io non sarei Feliciana se non avessi mia sorella Francisca, così come lei non sarebbe chi è senza sua sorella Leandra. Le sorelle sono ciò che non abbiamo, loro sono quello che non siamo e noi siamo quello che loro non sono”.

In questo senso, Feliciana e Zoé si sentono due “sorelle” cresciute in due epoche diverse, dentro zone del Paese completamente diverse, eppure così tanto, nel profondo, accomuna il loro vissuto di donne e quello del loro intorno familiare: pregiudizi, violenze subite e guarigioni.

Al centro della storia c’è poi il tema del linguaggio che, proprio come nella prospettiva di Foucault, è qui visto come elemento di potere. Dice una delle protagoniste: “E mi dica se Il Linguaggio non è potere, allora che cos’è?”. La curandera Feliciana utilizza il linguaggio come strumento terapeutico: in questo consiste la sua forza gentile. E d’altra parte, questo è anche un romanzo sul linguaggio in cui si sovrappongono due voci, quella antica e popolare, e quella moderna e più globalizzata, con risultati spesso sorprendenti. Un capitolo del libro si conclude con la curandera che afferma che nella sua famiglia nessuno sa né leggere né scrivere e in quello successivo Zoe esordisce raccontando dell’uscita dei Simpson in Messico: si potrebbe dire che è quasi come far rimare “Nietzsche con camicie”.

Nel romanzo si percepiscono echi letterari più o meno lontani. “Ma che ora terribile, ricordo che fu un’ora terribile”. Queste terribili sei del pomeriggio in cui “Guadalupe venne a dirmi hanno ucciso Paloma” fanno risuonare l’eco di Federico García Lorca e del poderoso lamento per Ignacio Sánchez Mejías (“Ah, che terribili cinque della sera!”). Mentre la figura di Feliciana, almeno nella mia immaginazione, evoca in qualche modo l’ombra magica della poetessa “millenaria” Cesárea Tinajero, creata dalla fantasia di Roberto Bolaño e madre ideale di tutti i detective selvaggi del Messico.

Banda sonora – una canzone per accompagnare la lettura.

“Violeta y Frida” è una bellissima canzone della cilena Pascuala Ilabaca ed è anche questo un ritratto intimo, e anche ironico, di due donne straordinarie.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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