Formicaleone

L’UOMO NON SI CELI AL CELATO – YEHUDA AMICHAI

DIO È CORICATO

Dio è coricato supino sotto il mondo
Sempre impegnato in riparazioni, sempre qualcosa si guasta
Avrei voluto vederlo per intero ma vedo
Solo la suola delle sue scarpe e piango

Di Amichai si dice spesso che è stato il poeta israeliano che più ha introdotto l’ebraico colloquiale nel suo linguaggio. Definizione sicuramente fondata, e fondante di una scelta precisa. Tuttavia, come ogni definizione dotata di eccessiva precisione, questa contiene una trappola.

Forse più di una. Perchè Amichai è ben lontano dell’ignorare la potenza dei simboli che, pur con un linguaggio volutamente piano e privo di lirismo, popolano le sue poesie. Questa in particolare gioca su più piani in cui, per chi legge, possono incrociarsi fastidi e sussurri d’ammirazione.

E di questo gioco con la mente del lettore e i suoi retaggi, il Poeta si fa Maestro.

Di primo impatto, infatti potrà sembrare rasentare la blasfemia la descrizione di un creatore, simile a un meccanico sotto al motore di una macchina, di cui percepiamo solo le suole delle scarpe. È un fastidio che sorge dall’apparente contraddizione tra l’attributo della perfezione divina e quello della necessità di riparazione del creato. E si conferma poi, nella mente irretita da giochi millenari, nel disturbo che potrebbe dare ai più un Dio che si pone in un sotto, cui tutti noi tendiamo a dare valenze non solo spaziali ma anche di valore.

Sotto è l’imperfetto – pensiamo errando – Dio è nei Cieli (il sopra angelico).

E poi quell’anelito, tanto umano quanto stupido, quel desiderio di percepire (noi che ne siamo solo parte) l’interezza del creato (e del creatore) non è forse irritante? Ebbene, no.

Il poeta ci esorta a prendere atto di ciò che la stessa tradizione ebraica sostiene da millenni. L’universo, come lo conosciamo noi, è solo l’ultimo dei tentativi di creazione falliti. Un tentativo, dice la stessa tradizione, che sorge da un “e sia!” di DIo, seguito da un sussurro, “Speriamo che tenga”.

L’imperfezione, e la necessità costante di riparazione, non solo è congenito al creato (non al creatore) ma ha anche un alto valore etico, ché ogni creazione perfetta comporterebbe annullamento di ogni libertà d’azione, soprattutto nell’umano. Il mondo ha bisogno di costante sostentamento e solo una visione del divino un po’ raffazzonata non ci permette di cogliere il nostro ruolo di fronte alla creazione.

D’altra parte siamo uomini, dice il poeta, e non ci basta prendere atto di una assenza, di una visione parziale connaturata con la nostra indole umana, per non percepirne il dolore.

Il pianto di Amichai, nel finale, è il pianto di un figlio che vorrebbe abbracciare il padre, pur sapendo di non poterlo fare. E il padre non ritira i piedi sotto il motore. Li lascia percepire, perché di lui si abbia memoria, nell’assenza. Il pianto del poeta non è dunque un pianto liberatorio. Affatto. È il pianto che sostiene Dio nella sua opera di costante riparazione del creato. Per chi, se non per i suoi figli?

Allo stesso tempo è un invito. Che un figlio, a un padre occupato in una delicata riparazione, se anche non può vederne il volto, può sempre, piangendo, chessò passare una chiave inglese, o dell’olio lubrificante. Che l’uomo non si celi a chi si cela è il monito di Amichai. E forse quel pianto è il nostro grido di presenza di creature nel ricordare l’assenza e il nostro desiderio di ritorno. Quello della riparazione, infatti, è tema carissimo alla filosofia ebraica.

Non mi addentrerò qui nella difficile esposizione di cosa sia il Tikkun Olam (la riparazione del creato). Dico solo, e ce lo ricorda benissimo il poeta con questa sua forte immagine, che l’Uomo ha un ruolo preciso in questo processo. Ed è un ruolo privo di lirismo, tanto legato al pensiero, quanto all’azione e soprattutto legato alla nostra capacità di trasformazione del pianto, che deve esistere se esiste assenza, in atto di creazione.

L’uomo, dice la tradizione, non crea: trasforma. Partecipa alla costante riparazione (o almeno dovrebbe) dei danni creati dalla entropia e ogni pianto apre la strada alla rielaborazione, e ogni rielaborazione alla percezione distinta della nostre potenzialità.

Amichai, in questa sua brevissima poesia, ci obbliga a trasformare il fastidio che un’idea edulcorata del nostro rapporto col divino (questa sì consolatoria) in elemento di riflessione, che dalla nostra costante presenza a una assenza abissale possiamo trarre semi di crescita e libertà, attraverso un primo gesto bambino: il pianto.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *