Formicaleone

La pazienza di un campo

I ragionamenti che cercherò di mettere in forma di parola, partono dalla storia di un campo, ma non uno qualsiasi anzi, un campo pianeggiante. Un bel campo pianeggiante in montagna, una rarità e per questo desiderato e conteso.

Racconta la storia Maurizio Sentieri nel suo L’ultima TransumanzaRubbettino Editore e queste sono le parole esatte per descriverlo: «Un campo pianeggiante in montagna è eccezione, rarità che diventa fortuna per chi lo possiede o per chi lo lavora; un tempo era qualcosa da custodire con attenzione. Un campo pari significa un’esposizione alla luce più favorevole, meno fatica e un maggior rendimento per ciò che vi viene coltivato, tanto più quel campo da sempre è stato seminato a cereali».

Ecco perché quando il campo viene perso all’asta la delusione di chi lo coltivava è forte, intensa, quasi una beffa, uno scherzo del destino, amaro e incomprensibile. La delusione, scrive ancora Sentieri, ha vita breve: «Già i primi cambiamenti erano alle porte: la nuova strada che collegava il Cerreto alla Statale 63 eliminando la vecchia mulattiera aveva reso più facile il commercio più convenienti gli acquisti, farina di grano inclusa. Il pane cominciò a essere venduto in paese…», cambiamenti così repentini e così forti, epocali, da far perdere rapidamente valore a quel campo pianeggiante. 

L’immagine del campo, per chi ha vissuto quei tempi e può raccontarlo, cambia; non si vedono più le spighe di grano, ma le mucche intente a pascolare. Gli anni passano «la recinzione di pali di castagno si fa più incerta e il colore dell’erba medica lascia il posto a quello più vario delle erbe spontanee, un taglio di foraggio una sola volta d’estate, due nelle stagioni migliori. (…) A volte neanche il taglio, solo per un paio di giorni il pascolo dell’unico gregge rimasto in paese».

Passano gli anni, molti a dire il vero; il mondo che si contendeva il campo pianeggiante non esiste quasi più, la strada statale ha reso vicino come mai la città, la transumanza, l’ultima, proprio quella del titolo, si fa, se possibile ancora più intensa e il paese si svuota. Sono anni di abbandono per un mondo fatto di duro lavoro, spesso fame e tanta miseria, alla ricerca di un riscatto sociale che la città sembrava poter offrire; un Eldorado a portata di mano, un richiamo irresistibile al quale nessuno sembrava voler resistere.

Passano altri anni «il campo (…) non c’è più, spianato e ricoperto di tartan, un’altra rete metallica intorno e una di nylon in mezzo, all’altezza di 0.914.m. È diventato un campo da tennis, frequentatissimo per due settimane d’agosto, deserto per dieci mesi all’anno. Una decina di agosti di tardivi furori agonistici, racchette di metallo e di carbonio, tornei, lezioni in città prese di nascosto, insegnanti, impiegati, improbabili manager e improbabili tennisti per labili supremazie ferragostane».

Non dura, ovvio che sia così, ma solo a posteriori possiamo dirlo, passano altri anni, il tennis viene abbandonato, il tartan si sciupa, la rete si incurva prima al centro poi si sfalda, sole e pioggia fanno il loro lavoro. Non rimane che asfaltarlo; da tennis a calcetto, per poche combattute partite, le più terribili, quelle paesane, nate come amichevoli e terminate con discussioni, litigi e qualche inevitabile infortunio. 

La storia del nostro campo sembra finita nell’abbandono più totale, dove prima cresceva il grano ora parcheggiano poche macchine e alcuni trattori, ed invece nei primi anni duemila una cooperativa di ragazzi chiede al Comune l’utilizzo dello spiazzo. Oggi sul campo pianeggiante, quasi fosse una favola con lieto fine, e forse lo è davvero, «vive un tentativo economicamente sostenibile, in cui una comunità testimonia una propria residua forza e una sua idea di vita. Saranno i prossimi anni a raccontare se e come questa idea potrà avere ancora un futuro».

Così come il campo pianeggiante, chi si appresta a trasferirsi nelle Aree Interne – perché è questo che sempre più spesso ci auspichiamo, nella speranza possano nascere nuovi progetti, nuovi modi di vivere e perché no, nuove e diverse realtà sociali – dovrà dimostrare la stessa pazienza, la stessa capacità di aspettare e non farsi sopraffare dalle prime, puntuali difficoltà. 

Per ricostruire un tessuto di relazioni, riattivare possibili sinergie, pianificare nuove attività, lavori e opportunità serve pazienza, la stessa dimostrata dal nostro campo pianeggiante nell’attesa di tornare a essere utile per la comunità. 

Alle parole «immaginare» e ««stravolgere», emerse nel precedente articolo (che potete leggere qui), ecco unirsi la parola «pazienza» in contrapposizione a quelle oggi di moda come «resistenza» e «resilienza». Non me ne vogliano gli ideatori, gli utilizzatori e chi, a differenza di me, ne percepisce l’importanza, ma personalmente credo non siano davvero in grado di raccontare, non nel modo giusto almeno, la realtà di chi vuole vivere nelle Aree Interne. Chi lo decide, di trasferirsi in montagna, di aprire un agriturismo, di coltivare la terra e venderne i prodotti, di allevare animali, di riportare in vita un antico mestiere, o qualsiasi altro progetto voglia intraprendere, lo fa per inseguire un sogno e probabilmente dare una svolta alla propria vita perché stanco di seguire le mode e certe dinamiche inflazionate. Sono supposizioni certo, le motivazioni possono essere molte e molto diverse tra loro, ma il consiglio non cambia.

Se la vita della città è frenetica e spesso travolgente, sia nelle infinite possibilità che nella mancanza assoluta di ogni rapporto umano, la vita nella Aree Interne segue ritmi più lenti, nel rispetto, a volte, del ciclo naturale che impone in certi momenti riposo e sosta a dispetto del nostro volere.

Ed allora eccolo il consiglio; per realizzarlo, quel sogno, si dovrebbe coltivare l’immaginazione, ricercando, con infinita pazienza, un percorso diverso da quello imboccato da altri e vedere un possibile futuro dove altri non lo vedono, resi ciechi da abitudini consolidate e incapaci per questo di stravolgere luoghi e pensieri comuni.  

In questo contesto la parola resistere assume una connotazione negativa; non si deve contrapporre forza ad altra forza, come potremmo fare di fronte a un vento impetuoso, piegando la testa e proseguendo testardamente, ma con pazienza lavorare assieme a quelle forze, sfruttandole per raggiungere quanto prefissato. Usare pazienza significa studiare nel dettaglio il percorso da seguire, definire i pregi e le qualità ma anche i difetti e le debolezze, significa affrontare la complessità di una scelta controcorrente con le dovute certezzee con la serenità di chi ha deciso con cura, di chi non si è lanciato senza riflettere, attratto da un sogno divenuto presto incubo. Se la vita della città è frenetica e spesso travolgente, sia nelle infinite possibilità che nella mancanza assoluta di ogni rapporto umano, la vita nella Aree Interne segue ritmi più lenti, nel rispetto, a volte, del ciclo naturale che impone in certi momenti riposo e sosta a dispetto del nostro volere. Ecco perché, con un balzo di fantasia indubbiamente importante per vivere le Aree Interne, e farlo nel modo migliore, bisogna sapersi trasformare in un campo, possibilmente un campo pianeggiante di montagna.


(Foto di Oreste Verrini)

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