Formicaleone

“Il Prof” di Silva Ganzitti

Ieri in una piccola scuola media un professore è morto. Nella scuola, proprio dentro una classe. Si è afflosciato sulla cattedra con la bocca spalancata nella vana ricerca d’aria e gli occhi tirati di un pazzo. Un pazzo, sì, perché solo un pazzo non capisce che se non incameri aria non significa che sei finito in un luogo pervaso da vuoto pneumatico ma c’è qualcosa in te che non va. In te. 
Aveva sessantadue anni, troppo pochi e solo qualcuno più di me, che lavoro qui come lui.
Per anni l’ho visto arrivare, arruffato come se dormisse in macchina. Ma gli occhi, quelli no. Un azzurro quasi di vetro che gli potevi leggere i pensieri felici, le risate e perfino i prati dietro casa. 

Viveva nel verde, il prof, appena fuori dal paese. Alle spalle di casa sua si leva alto un monte, severo e scosceso solo per un tratto. A guardarlo ti pare arruffato come lui, poi se ci sali ti rendi conto che è tutta un’altra cosa. Il sentiero te lo devi andare a cercare fra i cespugli dietro il fienile, con pazienza, tanta pazienza. Di qui passano ancora pecore e mucche e a volte quello è anche il tratto che percorrono per l’alpeggio: fra il pietrisco nascosto dall’erba non di rado il segno del loro transitare emerge bruno e sano. 
In quanto a me, preferisco i ciclamini. Anche di quelli ce ne sono tanti, in macchie violette, improvvise fra i colori caldi di questa stagione che esplode sotto i raggi del sole novembrino.

Se cerchi il chiasso, non venire quassù. 
Il prof si era trovato un bel posto per vivere. L’ultima casa prima del monte, l’ultima costruzione del paese, l’ultimo avamposto della civiltà. Non la sto facendo grossa, anzi. Appena lasciato lo sterrato, doppiata la curva che porta di sotto, tutto cambia. La montagna qui non incombe e l’ombra si dissolve alla luce dello spazio aperto; nessuno se ne accorge, che appena più in alto c’è vita.
Il paese è rumoroso, a volte stridente. I negozi uno accanto all’altro e poi la banca, l’ufficio postale, la sede dell’Enel e dell’Agenzia delle Entrate. Ah sì, i servizi sociali dell’Asl. 
Decine di persone che arrivano in auto, sgommano, parcheggiano, entrano ed escono dagli uffici e dai negozi, scambiano quattro chiacchiere e più spesso si gridano un saluto da una parte all’altra della piazza e si danno appuntamento al bar. Rigorosamente all’esterno, se non piove. E la gazzarra che fanno è inversamente proporzionale al beneficio sul passante, forse anche sul gestore. Non rimangono seduti a lungo, non consumano più di un giro, ma in cambio si sgolano come se fossero il doppio, il triplo. A volte non capisci nemmeno la comanda.

Ma torniamo al prof. Si è ritirato lassù per vivere meglio. La felicità nella semplicità, diceva, nessuna tivù, pochi amici. La radio sempre accesa, però. Una questione sentimentale. Io lo capivo, siamo nati negli stessi anni e la radio per noi ha tutto un altro valore. Sentimentale, appunto. Non c’è trasmissione televisiva che regga il confronto con Alto gradimento… Boncompagni e Arbore contro Conti e Amadeus. Vinta a tavolino.
Il prof ascoltava Radio Capital. Lo stimavo anche per quello. 
La mattina si sgranchiva le gambe prima di scendere alla scuola, una mezzora di camminata e poi un caffè bollente. Nero. Arruffato, dicevo. In realtà era il profumo della montagna, qualche goccia di rugiada impigliata fra le ciglia, il residuo odoroso del passaggio degli animali. La stufa di casa, l’asprezza pungente dei ciocchi bruciati e il pelo. Di cane e gatto. 
Se d’estate quasi non te ne accorgevi, per via del colore chiaro dei capi, della leggerezza, la velocità dei cambi che cedono al sudore o il bisogno di freschezza sulla pelle, è adesso, con il freddo, che i peli si stagliano ritti sul lambswool dei girocolli scuri, sul fustagno dei calzoni e sulle sciarpe. È adesso che sembravano stargli più attorno, i suoi animali, più addosso ora, che l’inverno è qui, dove l’inverno comincia in settembre. 

Il gatto sta alla finestra, seduto sul davanzale interno, una statua lucida e nera dagli occhi gialli. La cagna lo segue ovunque, precedendolo per il sentiero che entrambi conoscono a menadito. In cima la accarezza lento e se la tiene sulle ginocchia mentre insieme guardano la città che si risveglia. Qualche camino sonnolento sputa un po’ di fumo grigio, le auto tossicchiano prima di scendere a valle; le fabbriche in distanza hanno già allungato le loro spirali bianche nel cielo con il turno delle 6.
Ovunque il quotidiano ha la meglio, solo il fiume sonnecchia, un nastro d’argento che si srotola fra ciottoli di ghiaia e radi ciuffi di verde, aprendo mulinelli inattesi nel vortice della corrente.
Un respiro profondo e il cuore resta lì, appeso a quello squarcio di cielo, a quella vita solitaria. Tutto il resto scende fino al prato e, mentre l’automobile stantuffa un rauco buongiorno, lui ricompatta l’individuo, l’educatore.Ancora non la mando giù. È rimasto così, disteso sulla cattedra, il viso rivolto alla finestra, un solo occhio azzurro a catturare la felicità dietro il vetro. Un piccolo uccello saltellava sulla sponda di cemento, becchettando le briciole rimaste dalla ricreazione di ieri. La coda era un’altalena di vita, la testina una molla di gioia. Sul petto si infittivano le prime piume rosse, salivano sul collo come una grossa sciarpa morbida.
Solo ora capisco che non era aria, quella che la sua bocca cercava, ma un ricordo. L’ultimo, da portare via con sé, di un inverno che nasce. 


Silva Ganzitti, classe 1962, collabora come editor con alcune piccole case editrici indipendenti. Scrive e viaggia spesso e volentieri.

(In copertina: disegno di Mimma Rapicano)

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