Formicaleone

Arsenio D’Amato risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

[Post scriptum]
Invece io, John, il tempo del precariato lo passo a nutrirmi della produzione altrui, anche se con piglio zapping; che forse proprio una precarietà perenne mi ha portato a leggere tantissimo, prima di subire l’esigenza di scrivere. Leggere è l’atto che assorbe ogni altro. Da cui spurga tutto. Per me, sicuramente, non ci sarà nessuna svolta che farà prendere alla mia situazione una piega migliore. Non può essere. Sono troppo vecchio. E non è solo questo. Per me scrivere è come alzare il gomito, è qualcosa fra il ludico e l’alcolico. E non mi piace farlo per mostrarmi ubriaco alla gente. Non amo i vernissage. Le faccio, sì, le presentazioni, anche quelle coi presentatori che mi chiedono di tutto, fuorché del libro in quaestio. Che così si fa. Ma a che serve? Cosa centra con lo scrivere? Dovrei e vorrei avere la tua stessa fede nell’Olympia che ho visto a Torricella Peligna e la tua stessa determinazione nell’usarla. Ormai, da questo lato del secolo – dove in troppi scrivono (ed è più semplice farlo) e pochissimi leggono – è saltato il banco. In primis perché una macchina da scrivere come la tua non servirebbe. Figurarsi usare carta e penna. Io ti sto parlando da un telefonino. Sì, parlando! Io detto e lui scrive! Ti rendi conto John? Cos’avresti potuto fare tu con un cellulare? Tecnologia a parte, purtroppo, però, non è la storia o il titolo che l’editore (ammesso che ce ne siano di autentici) ricerca, ma il nome. Il traino del personaggio da sbattere col suo faccione in copertina. Banalmente e semplicemente, John, uno scrittore di oggi, per farsi pubblicare e vendere, farebbe prima a farsi un nome da VIP del Grande Fratello. Locuzione che, dal 2008, compare nello Zingarelli per definire un potere occulto in grado di esercitare un controllo totale. Coniata dalla penna di George Orwell nel suo romanzo 1984, l’espressione Big Brother è stata tradotta e utilizzata (male) in tutto il mondo. La parola fratello ha una lunga storia di cambiamenti e, John, non fosse per l’asincronismo anagrafico tu potresti essere il mio. E oggi, per diventare uno scrittore vero, dovresti immedesimarti in Caino o farti un nome, spendibile nel sistema, in qualsiasi modo: anche pestando un tuo collega, uccidendo un editore o incendiando la macchina di un agente letterario; magari usando immagini di animali in difficoltà o perpetrando crimini sessuali. L’importante sarebbe filmarli e renderli fruibili. Nella loro stupida assurdità. Per il resto, John, quella roba lì della fame è sempre attuale. Che più si sperimentano le difficoltà e più vengono fuori grandi idee. Che, di certo, non verrebbero a bordo piscina o nell’agio di una suite o con un conto in banca a molti zeri. Ma questo tu già lo sai. Non preoccuparti, allora, in qualche modo me la caverò pure io. Sempre. Puoi chiedere a Dan. Con lui ci interfacciavamo spesso. A mezzo mail filtrate dal traduttore. Posta elettronica. Altre diavolerie che fanno comodo a chi scrive. Parlavamo, ovviamente, di te. E di chi se no? E le mie domande erano quelle del profano incuriosito, appassionato certo dell’argomento, ma non competente. Avevo letto tutti i tuoi libri, per prepararmi a quei carteggi, ma ciò che sapevo era poca cosa rispetto a chi, come i veri studiosi delle Sacre Scritture, aveva passato anni su quelle carte. Quindi gli rivolgevo anche domande che, probabilmente, sembravano ingenue. Alcune anche di metodo, ma più per vanto che per intento. Dan, una volta, m’inviò certe fotografie della vostra famiglia, ritratta in assoluta agiatezza, e non aggiunse didascalie. Delle due l’una: o mi invitava a lasciar perdere, mostrandomi quello che non avrei mai raggiunto oppure mi mostrava quello a cui non dovevo aspirare per scrivere bene e farmi pubblicare. Chissà! Ormai, John, scrivo per riflesso. Non ho più quella fretta di arrivare in fondo, facendolo male, per togliermi quanto prima dall’imbarazzo di presentare un libro ad alta voce. Che resta un compitino che non mi piace. È un po’ come se avessi paura di disturbare gli altri. Al pari di chi suona e stecca. Perché la scrittura resta una roba alcolica. Come il Dago Red o il whisky: se ne servi e ne fai bere troppo, col gomito si alza la voce e fai venire la nausea anziché inebriare. Oramai ho rallentato John e leggo sottovoce. Non me ne frega un cazzo. Che chi racconta lo sa che è più facile scrivere un libro, che leggerne cento. Qui sta la questione, John, il quid, il centro del sogno, il cuore dei desideri. Bevo, allora, dalla bottiglia e, sai, non mi è difficile comprendere quando è il momento di metterci il tappo e chiudere la bocca. Che, nel frattempo, mi piace inciampare nelle parole già in fila e gustarmele una a una.

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

[Post super scriptum]
No. John. Non lo è. A meno che non consideriamo le parole come se fossero note che, assieme, formano una melodia. Non è come suonare. Al di là degli aneddoti che costituiscono le leggende. E poi – qui – non ci sono più spartiti. Almeno, poi, non lo è per me. Che, come suggeritomi da Elio Pecora, il più grande poeta del mio paese, mi devo affrancare dal tuo nome e percorrere il sentiero meno battuto del bosco. Anziché ricalcare le tue orme. Impronte sacre, ma da “copiaincolla”. Altra diavoleria moderna, che facilita il ricorso alla tentazione del plagio. Che scrivere ispirandosi non è come avere innanzi uno spartito. Certo anche la letteratura (come direbbe il compianto Giuseppe Caputo “Matalena”), come la musica, potrebbe essere spartita, ma la migliore evocazione per le parole, da scrivere e mettere in fila, resta la lettura. Delle tue storie nonché di quelli che, nella corsa alla pubblicazione, hanno già fatto da battistrada a chi continua a mettere in fila parole.  Tra poscritti e storie nuove.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

[Postquam post scriptum]
Non lo so. O meglio lo so, ma non sono sicuro di essere d’accordo. E forse, John, veramente non lo sono. Che la vera prova di una relazione è essere in disaccordo, ma tenersi per mano. Anzitutto bisogna distinguere tra chi produce fiction da sviluppare in altri tipi di produzione e chi scrive per narrare. Detto così è come corrodere la stregoneria della scrittura creativa, che disloca le vicende nel chimerico, nell’arguzia del raccontare come sommo esercizio di illusionismo. Tu stesso non hai mai potuto vivere di sola letteratura e – come molti altri dopo di te – hai dovuto inventarti altri modi di guadagnare. Così hai cominciato a scrivere sceneggiature per Hollywood, il che ti ha garantito una vita agiata, ma non t’ha mai entusiasmato. Io ci capisco poco di plot e sceneggiature. Scenografie e disegni. “Ho visto il film, ma il libro è più bello” è un luogo comune da marciapiede. Certo Il codice Da Vinci di Dan Brown è meglio del film di Ron Howard, ma non sono sicuro che Il nome della rosa, del regista Jean-Jacques Annaud, liberamente tratto dall’omonimo romanzo, sia peggiore del libro di Umberto Eco. Detto questo ribadisco una cosa che ho imparato, leggendoti: tutto parte dalla scrittura. Teatro e cinema, canzoni, balletti e documentari. Nella fase progettuale si parte dal foglio bianco. Aborro l’idea del canovaccio da affinare strada facendo, odio la letteratura che aspira a diventare altro. Può succedere, ma non si scrive per questo. Per me la letteratura non funziona così, però forse è proprio come dici tu. Mi hai quasi convinto. Che agli uomini è stato insegnato che è virtuoso nuotare seguendo la corrente. Lasciami dire altresì che, probabilmente, scrivere per l’industria cinematografica è come raccontare in cattività. Farlo per la semplice pubblicazione è narrare, invece, in assoluta libertà. Quando ho scritto che non ero d’accordo, minimizzavo. In effetti stava per: affatto d’accordo! Senza fare sul serio. Che, forse, la bellezza delle idee è insita proprio nella loro capacità di assumere forme diverse.

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

[Post post post scriptum]
Narrare significa dispiegare il tempo. E, nonostante gli anni trascorsi dal tuo passaggio in Italia, John, qui non è cambiato molto.
Certo l’italiano resta una lingua assai bella, ma storpiata. Oltraggiata dal tempo e dall’uso. Non – come una volta – dal dialetto, ma dalle culture aliene. Invasive e massive. Per non parlare della Bella Scrittura. Non ci si cura più della calligrafia. Per nulla. Io ho cominciato le scuole da immigrato. Dago per me era un titolo d’onore, ma già nel 1975 nessuno si curava di farmi scrivere per bene. Tanto che, ancora oggi, cerchio le O alla rovescia. “‘Al’ammèrsa” (Inversamente, al contrario, a rovescio). Come mi ripeteva il vecchio. Un uomo dalla pelle scurita da anni e anni di sole; rigata da mille minuscole rughe, sulla fronte e tra la bocca e il naso. Un indigeno, del 1905, dalla cornea limpida e lo sguardo tranquillo. Uno che era arrivato solo alla quinta elementare, ma scriveva da dio e firmava – in calce ai suoi giorni, in un’epoca in cui gli ideali mostravano già la corda – con una calligrafia di gran pregio. A volte ci penso, mentre scrivo a matita, obbedendo a un istinto dalla grafia poco comprensibile. Avrei potuto averne una elegante, chiara e snella, invece ho perduto il mio incanto nei labirinti di una tastiera anonima e nera. Delicata e dignitosa compagna di un inchiostro simpatico per il mondo digitale. Tecnica vaporosa e leggera che cura i dettagli di un dettato e vivacizza la pagina, nell’uso confuso, con un gradevole picchiettio di pioggia in lettere, caratteri e simboli. Dalla genesi, nell’esercizio del rileggere quei monogrammi, alla smania del narrare.

Ah! Prima che mi dimentichi. Abbracciami forte Dan – al quale il Padreterno non ha risparmiato né la caduta né il volo – che, dopo di te, ha mantenuto ben alto l’onore dei Fante. Un pozzo di luce scavato dentro un’altra luce.


Mi chiamo Arsenio D’Amato e da sempre sono attratto dai libri e dall’artificio della scrittura. Dopo un percorso di formazione onnivoro, oramai passo il tempo a leggere e a scrivere, a ri-leggere e a ri-scrivere. Classe 1969, sono nato negli Stati Uniti, dove i miei non erano affatto in tournee. In sintesi: cinquantadue anni, due figli, cinque libri, parecchie avventure e molte birre. Sempre in cerca di storie: cammino per le vie di Sant’Arsenio, paese gemellato con il posto dove sono nato; laddove, forse, sono solo una specie di immigrato. Quando non ho nulla in lettura e non ascolto musica, mi diverto ad accudire fuochi di barbecue, a fare escursioni e a pianificare la prossima avventura con carta e penna.

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