Formicaleone

Un lessico familiare doloroso nel nuovo romanzo di Alessio Forgione

Siamo ciò che siamo per ciò che siamo stati, per i luoghi che hanno accolto la nostra esistenza e per quanti hanno costruito la mappa delle nostre relazioni umane. Più o meno benignamente, la nostra avventura si intreccia con luoghi e persone, e il nostro sguardo sulle cose della vita è segno del tempo che trascorre e ci attraversa con tutti i suoi eventi, le gioie, le occasioni fortunate, le catastrofi, i lutti. Sono principalmente questi ultimi che forgiano e scolpiscono il nostro animo e ci danno la misura di ciò che conta e ci indicano la direzione da prendere per il cammino che resta, e certe volte è la direzione più difficile o l’unica possibile. La vita non è mai una passeggiata, soprattutto se si desidera dar fondo alle proprie emozioni e viverle perdendo il respiro, scivolare sulle gioie – i momenti più fugaci – e catapultarsi nel dolore, lasciandolo penetrare fino alle ossa, come quando fa freddo e il freddo è intenso e pungente e ci si sente scoperti e anche un po’ soli. Il dolore per la perdita arriva per tutti, prima o poi, e probabilmente è da lì che iniziamo a diventare “grandi”, ed è una cosa che comincia e ci accompagna fino alla fine. E più è grande l’amore che abbiamo ricevuto, più lacerante è il vuoto che ci sfonda il cuore.

Lo racconta benissimo Alessio Forgione, già autore di Napoli mon amour e di Giovanissimi (pubblicati entrambi per NN Editore) nel suo ultimo romanzo, Il nostro meglio, edito da La nave di Teseo e apparso nelle librerie a settembre, in un volume avvolto da una copertina che, attraverso una foto di Elio Di Pace, ci immette nel silenzio eloquente che rimbomba tra le pagine e ci avvicina al movimento degli sguardi che si incrociano e si distanziano e si confondono con il nostro sguardo, dall’inizio della storia narrata, fino alla sua fine e oltre. Forgione dà prova delle sue grandi qualità di narratore, e riesce a pungolare sentimenti semplici e brucianti.

Amoresano, già protagonista degli altri due romanzi, sta diventando grande, ma grande non è ancora, perché per esserlo realmente deve prendere una strada dolorosa che non prevede alternative né scorciatoie. E non è “grande” sempre allo stesso modo, perché nel romanzo si alternano la voce di Amoresano bambino di dieci anni e quella di Amoresano diciannovenne, che si affaccia sulla soglia dell’età adulta e quasi ci cade a picco. Tra i due, una vita di ricordi – ricordi che se ne stavano lì tranquilli, ma che improvvisamente si agitano e ci scuotono come in un sogno turbolento che ci dà una prospettiva tagliente e ci butta giù dal letto – e poi ancora l’attesa angosciante di una fine inevitabile. Sette mesi di tempo, sette mesi di strazio e di speranze vane, sette mesi per provare a raccogliere una eredità sconfinata, affogare nei ricordi e restare aggrappati a un presente fragilissimo che non conosce futuro. O, più precisamente, il futuro c’è e già si vede: arriverà a rapidi passi e porterà via la nonna tra sofferenze e assenza di possibilità, in un vortice di rassegnazione. Un messaggio lasciato da un signore irremovibile, che nei luoghi raccontati da Forgione si fa fatica anche a nominare, ma che tutti conoscono in maniera più o meno diretta: Cancro porterà via la nonna e con lei una età irrecuperabile, un assetto familiare non replicabile, un’epoca felice e già lontana. La voce di Amoresano bambino, che vive a Bagnoli con i nonni, parla all’Amoresano ragazzo, che dal quartiere di Soccavo, nell’appartamento che divide con i genitori, cerca di formarsi iniziando l’università e affacciandosi al mondo e alle vite degli altri. E dalle esistenze degli altri, dai loro atteggiamenti, dalla loro facilità ad affrontare gli scossoni sulla strada, o dalla loro disinvoltura a godere di una bellezza e di una eleganza che a lui sembrano precluse, il nostro protagonista cerca di rubare una ricetta per affrontare in maniera più adeguata la vita, per sentire più fortemente la propria fragilità di essere umano e per scoprire che proprio quella fragilità è necessaria per diventare grandi.

C’è Amoresano e c’è tutto il resto del mondo, che è prima di tutto l’universo domestico, colpito nel suo vivo: al centro c’è la nonna e intorno a lei ruotano figure a lui familiari, ma proprio nel senso di “intime” perché profondamente connesse a lui e alla sua crescita. Adesso stanno lì ad accompagnare la nonna fino alla fine incombente, e sanno tutte come muoversi e come incastrare le visite mediche, le terapie, e gli ingombri del quotidiano e gli impegni di lavoro di una vita che procede inesorabilmente, ignara del dolore e della incapacità di affrontare le situazioni che avverte Amoresano. Sono i suoi genitori, e sono le sorelle della madre, zie adorabili, attrici di un universo regolato dalle donne, dove gli uomini appaiono quasi come satelliti, elementi di disturbo come lo zio acquisito, o come il nonno, satellite impazzito che pure nasconde un piccolo mondo da esplorare. Fuori dalle mura domestiche, dagli odori di casa che trascinano in un lampo agli anni dell’infanzia, oltre i colori sbiaditi delle cose invecchiate ma sempre al loro posto, al di là delle voci note e dei modi di dire rassicuranti – anche quando si tratta di bestemmie perché sono dette senza cattiveria – c’è il mondo di fuori, cui Amoresano non può sottrarsi e che anzi deve affrontare, sia perché vuole sfuggire al dolore della nonna, sia perché è a quel mondo che è destinato davvero. Il mondo di fuori è nei ragazzi come Angelo, che agli occhi di Amoresano ha sicuramente una marcia in più, come Anna, che è protagonista di una realtà paurosamente bella e sconosciuta, e come Maria Rosaria (personaggio che avevamo incontrato già in Giovanissimi) che è in sostanza la vera amica di Amoresano, e la sua confidente, sia perché, per sua sfortuna, conosce bene il boato del lutto, sia perché condivide con lui una certa sensibilità che trova sfogo anche in una tenera e appassionata condivisione di libri (e qui si legge un riferimento al potere “salvifico” della lettura). Con questi personaggi il nostro protagonista percorre strade, possibili e non, precipita nei vicoli, vive il mondo esterno alla casa, che è un mondo rumoroso e vivace, proteso in avanti, ma al mondo domestico sono tesi i suoi pensieri e a quello deve tornare, a quell’universo in rovina, dove gli occhi, accarezzando gli oggetti, sono magnetizzati all’indietro, ma dove soltanto può scoprire il senso della sua esistenza e trovare le ragioni per farsi forza e puntare in avanti lo sguardo, con tutto il male che fa.

Attraverso una lingua chiara, semplice, precisa come cecchino, Forgione racconta la tristezza assoluta della perdita, che si espande sulla realtà tutta fino a comprenderla, e si dilata nel tempo, destinata com’è ad accompagnarci per sempre, sotto forma di disperazione, dolore, rassegnazione, consapevolezza, intenzione a vivere la vita e ad affrontarla nella sua immane crudezza, che forse deriva proprio dalla conoscenza del bene che ci è stato dato. Un lessico familiare doloroso, che si imprime nella mente del lettore e scava con paurosa facilità tra le pieghe dei suoi affanni, dove affiorano i ricordi, che sono luce e ombra, gioia e sconforto, presenza e assenza, vita e morte insieme com’è davvero la nostra esistenza.

Non aggiungiamo pezzi, ma li perdiamo. Non diventiamo più grandi, non sappiamo più cose, non viviamo di più, e allora credo che siamo diventati i fantasmi di noi stessi e che va bene entrare in una casa abbandonata e trovare le rovine dei muri e tra i piedi, ma che non va bene se in quella casa, morta, tra le macerie, ci trovi anche delle persone vive e ferme. Perché guardarle è come posare gli occhi su di un’ombra o uno spirito, che se vive, vive in un altro mondo, o in un’altra dimensione. E nonna ha le guance così scavate che non esistono più parole, e la pelle, quella sopra la fronte, sembra fatta di carta, pronta a venire strappata dalle ossa.

Ho paura di parlare, da tempo, e adesso ho paura di toccarla. Ho paura che qualsiasi cosa le dica per lei non sarà più grande di una sciocchezza, perché già sa e ha vissuto tutto. Perché tutto questo, da qualche parte che non so localizzare, è uno spettacolo che lei ha già visto. E ho paura che se la tocco le farò dell’altro male.

[…]

Chiudo gli occhi e spero che Dio esista e che abbia pena di noi e di nonna e che metta fine a tutto questo, una volta e per sempre. Che la prenda e la uccida pure, basta che non continuiamo più così, perché è impossibile, perché è più doloroso del dolore stesso venire confusi con il resto del mondo da chi ti ha spiegato come stare a questo mondo. E mi faccio schifo da solo, reputo questa mia richiesta l’ennesimo attestato della mia codardia, vorrei prendere a testate il rubinetto del lavandino e sostituire un dolore invisibile con un taglio e il sangue che schizza e zampilla, eppure so che nonna e non la persona che la malattia ha generato, ma quella che mi raccontava le cose, lei, pregherebbe insieme a me per la sua morte, per smettere di morire a poco a poco e di ucciderci, di cancellarci dai suoi ricordi, ogni giorno un po’ di più.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *