Formicaleone

Otto poesie inedite di Isabella Bignozzi

Alba
 
sanguina il gelso
nel pianto degli archi
 
un adagio in minore
suonato di taglio
 
si misura nel crollo
la premura d’amore
 
negli steli recisi
la morte che ha cura
 
balsamo miele
mio barbaro
 
mia nuda tra le dita
preghiera
 
e tu
candido altare
alba di vetro
 
che ogni cosa sai
del nuovo giorno
 
spezzami piano

Lirica del padre
 
le frasi dette
i gesti delle mani
lasciano memoria nell’aria
come traiettorie aeronautiche
rotte alate
a calcolo numerico
 
ogni desiderio
che esca dalle labbra di un bambino
disegna a terra
con pietra bianca, di gesso
i quadrati
del gioco del mondo
 
dicevi intelligenti sì, ma siete fragili
la vita tatuata
da una medaglia
strazio – prigionia – fame
dismessi
in altra pelle
 
emergeva, a volte,
in una smorfia di diniego
una stranezza orfana
inattesa
un dispetto
 
io ti dicevo
vieni papà
ma mi pareva tardi
come fossimo sorvegliati
due stranieri in autunno
 
avrei voluto conoscerti infine
prima che la vita finisse
di strapparci gli occhi
 
ti cercavo
ti cercavo
con la nostalgia dei ritorni
nel rovescio assopito
delle parole
 
ma sono rimasta a guardare
inebetita
il nostro cristallo
farsi anisotropo
deformarsi
 
la tua voce
divenire
massa mancante
priva di trasmissione

Senz’ombra
 
dice il vero, chi parla di ombre
Paul Celan
non supporre pianure
né dar credito al silenzio
d’estate
è miele amaro il campo di cicale
la parola senz’ombra
è specchio che non lacrima
 
se ora tu hai nella bocca
aride rugiade
è perché non porti con te
il sangue che la nube
ti appicca
allo stelo del cuore
 
è un volteggiare sordo
questo battere d’ala
questo grigio pretendere
ignorando l’abaco dei degradi
omettendo nel salmastro
lo sfrangersi delle reti
 
non cercare il guado indenne
l’astro, il chiarore
canta il velo che sbiadisce
la ruggine sul fondale
la spina del cardo
 
se vuoi esser              [poeta]

Cicale
 
come cicale su corteccia
morire gocce di giorni
ebbri di luce bianca
ostinati di nuove ali

Preghiera
 
sei entrato in un punto invisitato di me
scogliera di pane, rogo di quiete
tenero fuoco abbandono
 
di notte metodico percorri le strade
con dita d’arco mi chiudi gli occhi
con le labbra mi dai il tuo cuore da bere
 
bellezza che scorre tra le nostre pagine di vene
mio armistizio mio ordigno mio tepore
ecco il soccorso, il lavacro, l’incanto tra queste mura
 
lo vedi amore mio
con questa preghiera selvaggia fiamma libera
come saliamo in alto sopra il taglio e la tregua
com’è avvolta di salvezza ogni nostra cura
 
e queste nere piccole morti
che provano a stringerci i polsi
non hanno più la via né le mani
diventano giorno diventano acqua
 
ora che tutto schiarisce e aiuta
le persiane che biascicano il buio
fanno estate dolce, nave che salpa, vela pulita
fanno luce di alba buona

Satelliti
 
è già nelle crepe d’asfalto l’estate
friabile scivola nell’ombra dei rami
 
la osservo da fuori gli occhi
morente di polveri
di mulattiere
 
c’è un fiorire di glicine, gatti che dormono al sole
ma bisogna arrotare il canto ora
a nuove discipline
 
abbiamo ferri di ruggine
e impugnature di latta
nelle fosse crolla la sabbia
prima che siano serrate le casse
 
è opaca ogni traiettoria
la fronte in perenne mancata ricezione
odoriamo rose ghiacciate
tra le dita si spezzano come
ostie i petali
 
l’oligarca delle merci ci osserva sottovetro
saremo spiati alle tempie
inchiodati alle mani
 
ma non sarà la fame a stanarci
 
l’ossessione dell’io
raggruma il numero atomico nella grotta
la massa di sillabe freme il cognome
 
è un frullare sui rami
questo schiamazzo d’uccelli
 
ma ognuno con dita di ragno tocca il buio attorno
respinge disconosce il battito del fratello
 
l’orbita dilata oltre l’ultima gravitazione
soltanto, nel moto centripeto, ci è dato disperdere
l’iride, gettare le mani nel taglio
 
nel vuoto che aspira e scompone volteggiare
perduti, satelliti allo sbando
nel buio remoto traforato di bocche
lucenti come spine

Sutura
 
è tempo di trarre
il frenulo-corda
tra i denti-colonna
 
sollevare la lingua
e vibrare papille
 
provare a dire del lacrimare
che irrora rugiada-marea
scioglie le ciglia
nel lago di cigno nero
 
del ricordo strano
che bolla nel buco
sfoca sospeso
rotola nel quadrante di polvere e pane
 
del fastidio che accende – incandescenze – come tungsteno
corrente alternata di rabbia
nel filamento
 
della colpa che scava come guscio
pieno-che-svuota
parete di crepa che grida di alzarsi
di fare, di dare
 
della fatica che graffia epitelio
incurva colonna a segmenti
incava la fronte
come cranio vuoto che brulica
 
del dispiacere che ara il petto
preme come pollice sugli occhi
fa radunare tutto il male
allo sterno come punta
 
è tempo di provare a dire
cercando sutura
provare

La legge dell’acqua
 
il battere della pioggia sul vetro
foresta svelata intima foresta
la notte nel modo più indifeso, la fronte in disparte,
la discesa nella rotta, in bilico,
le gambe piegate nella legge dell’acqua
stelle nel nero il fuoco, tu
il dolore di una musica piano
una sospensione vuota di sonno e di affetto
ti scrivo fragile di parole senza vergogna
fedele di tenero estremo amore


Isabella Bignozzi, è medico di formazione, ha vissuto e studiato a Bologna, Torino, Roma. Ha scritto numerosi lavori di ricerca medica e svolto consulenze editoriali di tipo scientifico. Ha scritto racconti, letture critiche e poesie per AltriAnimali, exLibris, PulpLibri, Spore, Risme, Offline, Narrandom, Futura, Typee, Crack Rivista. Si è formata come Redattore Editoriale presso Oblique. Il suo primo romanzo è uscito il 27 febbraio 2020 per La Lepre edizioni.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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