Formicaleone

Un dramma domestico di sessantanove giorni: intervista a Marco Candida di Marino Magliani

Venuto a conoscenza di un’imminente pandemia, Floris Calligaris, primario di malattie infettive di una piccola cittadina, si dimette dal lavoro. La scelta tanto improvvisa sconvolge la moglie Lilia e la figlia adolescente Iris. A ciò si aggiunge l’imposizione dello stato d’isolamento che fa precipitare una situazione familiare già tesa e problematica in un abisso di rancore e progressiva follia. Costretti in casa insieme i tre non potranno che affrontarsi e prendere atto di ciò che sono diventati: Floris con la sua meschinità e vigliaccheria; Lilia coi suoi segreti e i comportamenti sempre più antisociali; Iris, bollata fin da subito come bizzarra e pericolosa ma forse unica coscienza ancora viva e capace di riscatto.

A che cosa si riferisce il titolo del romanzo “I 69 giorni”?
Si riferisce al primo lockdown italiano intercorso nell’intervallo di tempo tra il 5 marzo 2020 e il 5 maggio 2020, 69 giorni in tutto. Anche se il romanzo si apre con un prologo datato 26 maggio 2020, ha il primo capitolo datato 24 novembre 2019 e si conclude con un epilogo datato 26 maggio 2020, la stessa data del prologo, il dramma narrato nel romanzo si svolge e si risolve interamente entro i due mesi del primo decreto di confinamento obbligatorio. Il primo lockdown è stato il più difficile da affrontare: eravamo pieni di paure e incertezze. Rimanere chiusi in casa ha determinato situazioni di disagio psichico e in taluni casi ha causato drammi familiari. Ecco, I 69 giorni si concentra su questo aspetto della pandemia da Covid-19.

Si può dire che questo sia un romanzo distopico?
La letteratura distopica presenta, nei suoi caratteri generali, alcuni elementi tipici che la rendono ciò che è. La prima è la forma di governo. Nei romanzi distopici la forma di governo è sempre quella della dittatura o del totalitarismo. Uno stato che tutto controlla e che promana leggi ai nostri occhi restrittive della libertà e severe. Senza andare troppo lontano, basti pensare a L’Impero Colpisce Ancora della saga Guerre Stellari. Altra caratteristica la violenza. I romanzi distopici presentano realtà dominate dalla violenza. Pensiamo a “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Le manichette antiincendio dei pompieri in questo romanzo distopico sputano fuoco anziché acqua. Lo Stato vuole distruggere qualsiasi libro esistente sulla faccia della Terra. Per farlo i libri vengono bruciati da questi speciali vigili del fuoco. Ma, se ci pensiamo, questo è un modo eccessivo di sbarazzarsi di oggetti fatti di materiale di cellulosa. Non c’è bisogno di farne un rogo. E’ chiaro che una scelta così eccessiva, pittoresca e scenografica nasconde altri significati: forse, si tratta soprattutto di una sorta di rituale di sacrificio. Altra caratteristica nei romanzi distopici è il modo in cui si ottiene il consenso presso le masse. Un modo è la tortura. Chi si ribella viene torturato finché non lo si riporta alla ragione, come accade nei capitoli finali di 1984 di George Orwell. Altro modo per ottenere il consenso è ridurre le masse a un gregge felice e instupidito da droghe riconosciute come legale dallo Stato, come succede in Mondo Nuovo di Aldous Huxley attraverso la somministrazione del soma. 

In tutto questo ciò che davvero rileva è che noi lettori, leggendo questi romanzi distopici, queste cose ci accorgiamo di conoscerle già. Sappiamo già il totalitarismo di cosa è capace avendolo visto all’opera nel corso del periodo nazifascista in Europa e nel totalitarismo stalinista di matrice marxista-leninista. Dunque, la fantascienza distopica ci racconta di un futuro che ci ricorda un passato che cerchiamo di dimenticare e di non vivere più. La fantascienza, potremmo pertanto dire, parla del passato. Perciò, se le cose stanno così, allora possiamo dire che il passato dal quale veniamo è una distopia. In più, Umberto Eco diceva: “Chi vive l’utopia del futuro vive la distopia del presente”. La sua era una battuta che serviva da invito a calarsi nel presente, essere pratici, concreti: non dei sognatori. Ma in effetti, questa condizione (l’utopia del futuro, la distopia del presente) è parte costitutiva dell’uomo. Si chiama progresso. Un giorno fra qualche anno riguarderemo i programmi di cucina con orrore, con gli chef a impiattare squisitezze mettendoci dentro ingredienti i quali alterano tutti i valori sanguinei e mandano in tilt l’organismo. D’altra parte, se avessimo la sfera di cristallo e vedessimo il futuro, proveremmo orrore nello scorgerci mentre ci nutriamo di semi, bacche, frumento, segale… come tanti castori, criceti, scoiattoli, roditori. Per quanto questa visione possa non piacere, il passato è in gran parte una distopia: un luogo dal quale fuggire. Eccetto ciò che consapevolmente salviamo. Ma anche il presente è una distopia, e spesso forse nemmeno ce ne accorgiamo. E’ dell’uomo una carica utopica, euristica.
Ecco tenevo in mente tutte queste considerazioni, mentre scrivevo i “69 giorni”.

Di che cosa parla il romanzo?
E’ incentrato su un dramma domestico a tre. Padre. Madre. Figlia. Lui è un medico, lei un avvocato e la ragazza studia all’ultimo anno di un liceo di provincia. Assistiamo a una trasformazione rapida (indotta anche da altri fattori, oltre quello dello stato d’isolamento) di questi tre personaggi. In particolare, di Lilia, la moglie di Floris e la madre di Iris. Lei è quella che subisce il tracollo psichico più evidente. Il romanzo altro non è che un climax di questo personaggio: una regressione inarrestabile (a livello comportamentale e a livello linguistico) che ha il suo apogeo nel capitolo finale.      

Si può dire che questo romanzo abbia un approccio “minimalista”?
Mentre scrivevo avevo in mente un autore americano molto importante del filone del new journalism. Tom Wolfe. In particolare, il prologo del “Falò delle vanità”. Ma anche il capitolo centrale di “Io sono Charlotte Simmons”. Nel prologo del Falò delle vanità si descrive una conferenza stampa molto movimentata tenuta dal sindaco di New York nel quartiere di Harlem. Un facinoroso prende la parola e provoca il Sindaco con una domanda. Scoppia un parapiglia. Accade di tutto. Ma il culmine della scena arriva quando qualcuno getta addosso al provocatore un vasetto di maionese mezzo vuoto. Ecco, pare che tutto ciò che si descrive nel capitolo spinga verso questo evento minimo, il quale serve probabilmente a evidenziare l’assurdità di quel teatrino con il Sindaco e la troupe televisiva. Questo è un modo di raccontare le storie minimalista. Molto diverso da quel che accade, ad esempio, nei romanzi dell’orrore. Lì l’autore solitamente racconta tutto ciò che ha da raccontare per arrivare sempre là: qualcuno prende una mannaia e la pianta sulla testa di un altro. L’apice della scena è chiaro, non c’è nulla di minimalista. 

Ecco ho tenuto presente questo nello scrivere i 69 giorni. Il libro è diviso in lunghi capitoli. Un capitolo è formato da paragrafi legati uno all’altro, attaccati e si arriva a venti, venticinque pagine. L’ho fatto anche in contrapposizione alla smania di infilare una riga bianca dopo un paragrafo o due o anche solo dopo poche righe come accade in molti romanzi italiani. Perché si teme che il lettore perda l’attenzione e allora si inseriscono queste righe bianche tra un paragrafo e l’altro, dando idea di scollegamento. Il problema è che una riga bianca è anche un invito a prendersi una pausa, a riflettere, magari, su ciò che si è letto. Così per un qualche meccanismo psicologico a me capita di leggere sette o otto pagine di un romanzo italiano trovare dieci o undici righe bianche, e di posare il libro, come se avessi letto chissà cosa che necessitasse chissà quale pausa di riflessione. Invece, il lettore non è uno stupido! E’ in grado di benissimo di seguire un capitolo di venti, trenta, quaranta pagine! Ebbene, alla fine di questi lunghi capitoli, nel mio romanzo, spesso avviene un fatto minimo: il protagonista trova un nano da giardino sotterrato nel giardino di casa. Di per sé nulla di rilevante, ma alla fine del romanzo tutti questi fatti minimi si capirà che minimi non lo sono affatto.

Si può dire che questo romanzo sia un enorme omaggio letterario?
Sì, assolutamente. Il primo capitolo racconta di una ragazza che s’intinge in una vasca da bagno piena di sangue di porco per fingere di essersi tagliata le vene e osservare la reazione dei genitori. Questa idea mi è venuta in mente rileggendo “Carrie” di Stephen King. Nel romanzo è tutto piuttosto chiaro (nella stanza della ragazza la madre trova sul letto una copia sgualcita del romanzo di King) e questo omaggio, se è giusto chiamarlo così, ha per me anche un suo senso sociale. Voglio dire, là fuori è pieno di libri che possono far venire in mente le idee più folli o bizzarre e se proprio ti viene una di queste idee ma perché non provare a buttarla giù in un romanzo e vedere cosa succede? Perché farla davvero, dal vivo? I ragazzi giovani, e un po’ tutti noi, dovrebbero imparare a scrivere di più. Ci si scarica molto scrivendo. Scaricare, dico. Scaricare. Prima sei carico come un fucile, ma dopo che hai scritto, è come se avessi scaricato le cartucce su bersagli immaginari. Non è male. Non è male. Infatti, io sono una persona tranquillissima e piena di educazione (quantomeno mi sforzo) se mi si conosce di persona. Ma quando scrivo… butto fuori tutto. Con la pandemia mi è servito molto sedermi davanti allo schermo del computer e far diventare una storia, un romanzo tutti i sentimenti e le emozioni, e i pensieri, che mi intasavano il cervello. Raccontare una storia mi ha consentito di dominare la quantità immensa di materiale sull’argomento Covid e di dominare le emozioni che provavo a riguardo. Tutto era finalizzato alla narrazione di quella singola, specifica storia, la storia contava. Una storia che peraltro avevo in mente da molto tempo (un uomo che cerca di fare una strage con un fucile, ma sbaglia mira ogni volta: un tentato omicidio di massa; idea peraltro non realizzata, se non in minima parte, in questo romanzo) e che non riuscivo a rendere abbastanza credibile. La situazione del confinamento coatto voluto dal governo è stata la situazione ideale.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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