Formicaleone

DIECI NOVELLE, DIECI AUTORI: IL NUOVO DECAMERON

Dopo l’esperienza della quarantena tutti sapevamo che ad attenderci ci sarebbe stata un’ondata di pubblicazioni, un rigurgito difficilmente contenibile di parole e libri lanciati nel vento dell’indifferenza, una pluralità enarmonica di grida di dolore. E infatti in molti, col terrore di essere colpiti in faccia dalla copertina rigida di un nuovo libro, col disgusto di essere sporcati dalle parole vomitate dall’alto di chi ha sofferto nella solitudine costretta o per il dramma di una perdita, hanno tirato su la mascherina, fino a coprirsi gli occhi, pur di evitare la vista e la ricerca dei nuovi materiali pubblicati e marchiati dal fuoco pandemico del coronavirus.

Ma quale uomo può biasimare chi come gesto estremo decide suo malgrado di impugnare una penna? Non è forse la letteratura il risarcimento che l’uomo deve a se stesso – per se stesso, più che per gli altri?

Sarei meschino se non ammettessi la diffidenza con la quale ho letto le prime pagine del Nuovo Decameron (HarperCollinsItalia, 2021): temevo una ridondanza eccessiva, un tentativo inutile di macchiare un capolavoro che basta a se stesso per sopravvivere nel tempo. Ma mi sbagliavo.

Il Nuovo Decameron pur essendo pubblicato a seguito dell’esperienza della quarantena obbligatoria, esperienza comune in corsi e ricorsi storici, si configura come manifesto di un ritorno al passato che non mostra alcuna presunzione, se non quella di raccontare il presente. L’opera è il simbolo di una sacra restituzione alla vita di tutti giorni, fatta di amori, amicizie, sesso, risate, odi, tradimenti e tragedie. E gli autori che hanno scritto le pagine di questa raccolta ci prendono con mano e ci mostrano la vita attraverso i propri occhi.

Ridevano se volevano, ridevano se potevano.
E per tutti i lunghi anni che passarono insieme, restarono convinti che nella vita, a guardar bene, non c’è proprio nulla da ridere. E se c’è, si ride per errore, giusto il tempo di capire.”

Le regole del gioco son presto dette: i dieci autori coinvolti scelgono una delle cento novelle, la riscrivono a modo loro o ne elaborano un racconto del tutto nuovo. Tutti mostrano lati diversi del vissuto umano, scavando in un profondo che spesso è torbido. Ma davvero vale la pena sporcarsi, pur di capire.

Come era capitato per Le nuove eroidi (edito sempre da HarperCollins), uno dei fulcri di alcuni racconti è dato dal punto di vista femminile centrale, mai come oggetto: piuttosto si rivela come soggetto, come l’io parlante. E se Boccaccio scriveva soprattutto per le donne, in diversi racconti della nuova raccolta si manifesta spesso una voce femminile che ha però la peculiarità di parlare a tutti – compresa la propria persona, – ma principalmente con l’obiettivo di rivolgersi a chi, per secoli, non l’ha voluta ascoltare. È questo il caso dei racconti scritti da Michela Marzano e Chiara Valerio, entrambe ispiratesi a novelle della quarta giornata, la più struggente, la più famosa: la prima reinventa, la seconda riscrive, ma entrambe rivelano l’identità di donne non comprese o, peggio, inascoltate come se facessero parte di un mondo che le considera di troppo, un superfluo.

Mi chiamo Anna, ma messer Boccaccio non ha mai ritenuto di doverlo specificare. Né lui, né i suoi narratori, né altri finora. Nessuno.”

Come Boccaccio entrava nelle mura delle case fiorentine, penetrava nei castelli dei principi e nelle menti dei mercanti, allo stesso modo gli autori delle nuove storie disvelano realtà che tutti conoscono ma pochi hanno il coraggio di guardare alla luce del sole, come il dolore causato dai terribili ostacoli dell’amore tra due uomini, raccontato da Jonathan Bazzi.

Tra tutti i racconti spicca sicuramente per originalità quello di Michele Mari che – con un rispetto sacrale nei confronti dell’opera originale – mantenendo la brillantezza dello stile boccaccesco, annuncia nella sua novella una predizione futura attraverso un gioco letterario metatestuale che rivela una giustizia a lungo soffocata:

Tempo verrà però, temo forte, che passati da sei a sette secoli altri verrà, di me assai più oscuro, che tutto e fededegno il fatto tuo narrerà, ristabilendo per sempre l’onta del nome tuo.”

Il Nuovo Decameron celebra il suo originale, un capolavoro multiforme, una pietra miliare che è manifestazione di dinamiche, situazioni e sentimenti eterni. Il valore aggiunto è il tentativo che il nuovo si propone: scoperchiare situazioni nascoste, approfondire le minuzie che in passato era prematuro considerare, riscoprire i valori di una vita che pur essendo nuova, resta sempre la stessa.


(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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