Formicaleone

UNA PAROLA CHE NON MENTE – Maria Luisa Spaziani conversa con Renato Minore

Nella sua casa di via del Babuino, tra libri, riviste e fascicoli che traboccano ovunque in un disordine molto letterario, da una libreria, dove è un po’ nascosto, spunta fuori il ritratto che Picasso le fece nel 1955, su una scatola di sigarette. La giovane donna raffigurata ha un foulard a tre piani, la cocca del nodo ricorda la forma della colomba.

«Gli occhi me li ha presi abbastanza. Non ebbi il coraggio di chiedere a Picasso l’originale. Dieci anni più tardi l’ho trovato riprodotto in una litografia alla libreria Einaudi di Roma, L’ho comprato per cinquantamila lire».

Picasso è uno dei grandi che ha conosciuto nella sua vita. Sono tanti. I ricordi si accavallano, per ogni personaggio Maria Luisa Spaziani racconta storie e aneddoti deliziosi: Saba, ad esempio, lo andò a trovare quando aveva diciannove anni e aveva bisogno di inediti per la sua rivista «Il dado» che faceva il punto sulla cultura ermetica.
«Era il tipo di ebreo praghese, con la sua papalina, la pipa, il negozietto. In quell’occasione parlò sempre di sé per ore, era di un egocentrismo totale. Poi alla fine, accompagnandomi alla porta mi chiese: “E lei signorina scrive?”. Risposi di no, ancora non lo facevo. E allora lui: “Meno male, si ricordi che l’unica donna che è riuscita in letteratura è Marcel Proust”. Era imbevuto di psicanalisi, studiava la bisessualità. La voce si incrina quasi (ma è un attimo, perché torna subito rotonda, scandita, con una naturale, incantevole disposizione per il racconto) al ricordo della «fierezza di quei tempi, alla quantità di storie che sono andate perdute e se ci fosse stato un registratore…».
Così, ecco, le ultime telefonate, disperate, di Sandro Penna che non aveva più il suo cane, i pianti di un’ora, le recriminazioni contro questo e contro quello e poi «il dolore per il cane, quest’isola azzurra di bontà una parola che oggi non s’usa più. Sì, era molto “buono” Penna, con punte di cattiveria, come lo sono sovente i poeti».

E ci sono altri grandi fieramente ostili tra loro. Ungaretti, Montale, Quasimodo. Amica di tutti e tre, Maria Luisa si è sentita spesso come santa Caterina, in mezzo alla loro reciproca aggressività. Le sono restate sempre «misteriose» le ragioni per cui Ungaretti e Montale non si sono amati: in realtà si conoscevano pochissimo, s’erano visti quattro o cinque volte, non s’erano mai scritti. Tra Quasimodo e Montale c’era, poi, un’antipatia personale, ma tutto quello che è venuto fuori in questi ultimi anni è talmente «futile da non spiegare le ragioni di una inimicizia così radicata». Si dice l’invidia, grande invisibile motore che spinge il mondo anche dei poeti: «Ma santo dio, era anche gente che ragionava con criteri antichi, psicologicamente sorpassati! Questo gruppo di letterati non ha mai capito che, se tu hai un rivale, quel rivale fa il tuo gioco… Essere nemici è la cosa più stupida del mondo:  anche dal punto di vista del mercato, bisognerebbe fingere di essere nemici. Quasimodo e Montale avevano la possibilità di potenziarsi a vicenda, di attirare l’attenzione degli stranieri sulla poesia italiana, di alimentare le traduzioni».

E ricorda con simpatia le inattese congratulazioni che una sera, al Bagutta, Sinisgalli fece ad Arturo Tofanelli direttore di «Tempo», corrucciato perché il colosso Mondadori aveva appena partorito un concorrente, «Epoca». Tutti gli amici intorno al tavolo s’erano sorpresi.
C’erano Buzzati, Montanelli, Montale, Vergani, Bacchelli… Ma Sinisgalli era stato pronto a giustificare il suo atteggiamento: «L’uscita di un nuovo rotocalco creerà un bisogno e tu raddoppierai le tirature». «E così fu», commenta la Spaziani. «Sinisgalli era però più giovane psicologicamente (?), era esperto di mercato, uomo dell’avvenire».
Inevitabilmente, il nome di Eugenio Montale torna più volte nei discorsi. Anche i più digiuni di poesia contemporanea forse conoscono la piccola leggenda di un acrostico della Bufera e altro (si chiama Da un lago svizzero) le cui prime lettere d’ogni verso formano il nome e il cognome della Spaziani. «Siamo stati vicini per quindici anni, dal febbraio del 1949. Non abbiamo mai vissuto insieme, anche se insieme abbiamo fatto molti viaggi». Poi la cosa è andata smorzandosi lentamente, si è attenuata la reciproca curiosità anche letteraria. «A me non sono piaciuti molto i suoi ultimi libri che considero una specie di tradimento a quel tono “alto” che difendevamo».
Molti dei versi di quest’ultimo Montale «erano, o erano in parte, sullo schema di giochi che facevamo al ristorante, come piccoli componimenti filosofici sui fatti del giorno. Questa cosa ha creato un po’ di freddezza, una perplessità […]. Quando negli ultimi anni veniva al Senato, mi telefonava, ci saremo visti una quindicina di volte. Quando è stato malato, mi telefonava dalla clinica di Milano». Ma non c’era più quel fortissimo sodalizio anche letterario di una volta, quando scrivevano molte poesie insieme, traducevano sempre a quattro mani. D’altro canto c’era anche il problema della lontananza: «Io a Roma dove abito dal 1954 lui a Milano. Poi, psicologicamente lui s’era allontanato da me, io ero dentro altre storie. Capita per tutte le cose nella vita».
Restano mille e trenta lettere, quelle di Eusebio indirizzate alla «mia volpe», le altre sono andate perdute. Montale vi parla spesso della sua vita, di questioni tecniche riguardanti la sua poesia, dei rapporti con Eliot e con la musica. Ci sono feroci caricature di personaggi ancora viventi. Come mai questo corpus imponente («È stato il telefono che ci ha impedito di continuare») è ancora inedito? «Quando i poeti muoiono, saltano fuori i corrispondenti, quelli che pubblicano anche otto lettere. Sono manie esibizionistiche che non sopporto».

Tanti ricordi, la poesia s’alimenta, s’imbeve naturale di ricordi, cosa sarebbe senza la memoria? C’è il titolo, bellissimo, di una raccolta della Spaziani, Utilità della memoria e ci sono due versi tratti da un’altra raccolta: «Per sapere qualcosa di te rileggerò i miei versi». Ed è giusto che sia così: «Quello che ti lascia una persona lo ritrovi non sul fenomenico, ma sul poetico, è lì che trovi la verità».
Per la Spaziani il simbolo che meglio può concentrare l’idea di poesia è la croce: «Anche se non sono un poeta cattolico, la poesia deve avere un verticale, se non c’è diventa cronaca, giornalismo. La grande accusa che può essere fatta alla poesia degli ultimi anni, è che si è lasciata andare».

Con il verso libero? Certo: «È la cosa più difficile del mondo, devi inventare i tuoi ritmi, al confronto fare un sonetto è uno scherzo. Si è pensato che, in una condizione di apparente maggiore libertà, si potesse scrivere una poesia solo andando a capo». Ma come mai la sua ricerca rimane ancorata all’endecasillabo? La rima – risponde – è un fatto strutturale, un puntello di sostegno nella musica della poesia, non un semplice abbellimento. È un fatto permanente, così come lo è l’endecasillabo che è il respiro profondo di tutta la poesia italiana. In me è talmente connaturato che potrei parlare in endecasillabi.
E così, impercettibilmente, parla della condizione del poeta oggi vista dalla parte della donna. La Spaziani è decisa, rifiuta innanzi tutto il termine di poetessa. Ricorda certi tempi non proprio lontani, quando si facevano bilanci di fine d’anno, e poi alla fine si diceva «chiudiamo in bellezza con le poetesse» e lì mettevano insieme la figlia del caporedattore, la cugina del direttore, cioè la frangia più scadente dell’espressione letteraria.

«Anche se non sono un poeta cattolico, la poesia deve avere un verticale, se non c’è diventa cronaca, giornalismo. La grande accusa che può essere fatta alla poesia degli ultimi anni, è che si è lasciata andare»

Così ha inventato politicamente il termine di poetessi. «Ce ne sono tantissimi che trattano gli stessi argomenti, edulcorati, poco realizzati, non hanno il minimo senso di quello che stanno scrivendo. Il problema è che il nome di una donna dà subito l’idea di secondo piano, è una che potrebbe fare altre cose, che se non pubblica ha il marito, i figli, la casa. L’uomo no, è diverso, può sempre diventare un best seller. Oppure se non pubblica può suicidarsi. Io, quando ricevo queste lettere di donne che non ce la fanno, sono decine, vogliono pubblicare e non possono, provo una grande pietà, come diceva Giovanna d’Arco per il regno di Francia. La donna per ragioni storiche, fatali, si pone al secondo posto, chiede scusa, chiede permesso, dice sono l’orma del tuo passo, ti aspetto, vengo con te. È sempre Penelope, non Ulisse, non dice vado a varcare le colonne d’Ercole.»

Per lei è stato diverso. Vissuta in gioventù a Torino in una famiglia dove c’era molta ironia, molto affetto, molta accettazione verso la sua vocazione letteraria, ha potuto viaggiare con libertà; a vent’anni si recò a Roma per trovare Ungaretti che era appena tornato dal Brasile, prima era andata a Rapallo per fare visita a Pound. L’esordio è stato folgorante: pubblicata nel 1954, ad appena trent’anni, sullo Specchio, accanto ai grandi nomi («Il manoscritto l’avevo indirizzato a Mondadori senza conoscere nessuno. E quando mi è arrivata la notizia della pubblicazione, ho pensato a uno scherzo di mio padre che ne faceva spesso»).

Ma se le è andata bene in poesia, altrettanto non si può dire in altri campi. «Mi piaceva il giornalismo, parlare con la gente, inventare le interpretazioni delle cose, andare lontano… Non mi è stato possibile. I direttori mi dicevano di fare le cose che non amo, come la moda». E così è stato anche per l’università, dove Maria Luisa Spaziani ha insegnato presso l’ateneo messinese Storia della letteratura francese.
C’è la disavventura – diventata pubblica – di una sua «bocciatura» a un concorso. Ci sono state altre difficoltà: «I miei assistenti maschi, nei lapsus, sotto sotto facevano capire che gli uomini erano loro».
C’è soprattutto la penalizzazione dell’attività creativa che non fa titoli nei concorsi, anzi dovrebbe essere passata sotto silenzio. «Mi hanno anche consigliato di pubblicare versi con uno pseudonimo per non intralciare la mia produzione scientifica. Mi sono sempre rifiutata. In Francia, in America i libri di poesie pesano quanto quelli di saggistica». Ma fondamentale, in ogni caso resta il rapporto con gli studenti che paragona a quello con la figlia Oriana, di vent’anni.

«È straordinario seguire le tappe evolutive di un’intelligenza, vedere come si scopre un’idea, come si evolve. Con Oriana è stato sempre così.» Maria Luisa si considera una madre atipica: «Siamo due zingare, siamo sole, non abbiamo una famiglia che ci imbozzola. D’altro canto l’ho avuta sul piano della cultura, non su quello della natura. Oriana non è nata quando avevo vent’anni, ma molto tempo più tardi, quando potevo scegliere».
Ha sofferto di questa condizione particolare? «Sì, ho avuto nostalgie soprattutto quando non si stava insieme; io sono costretta a viaggiare spesso e ogni giorno che passa è un po’ sprecato se non si sta insieme. Comunque sappiamo recuperare bene: mia figlia mi ha sempre imposto ogni sera di raccontarle storie inedite. È lei che fissa il tema: per esempio la storia di un chiodo, con un principio, una fine, una evoluzione, una morale. Anche adesso lo facciamo. Lo abbiamo fatto ieri sera, non è vero Oriana?».

Oriana, che è arrivata da qualche minuto, annuisce sorridendo in silenzio. E in silenzio ascolta la madre che parla ancora liberamente di molte altre cose. Per esempio del movimento di poesia che ha fondato qualche anno fa, sulla scia di esperienze analoghe viste all’estero. Oltre alle normali letture, il problema è quello di salvare testimonianze, scritti, bibliografie che riguardano i poeti italiani. «Chi conosce più i poeti della terza generazione, i De Libero, i Gatto, i Sinisgalli? In questo mondo centrifugo la poesia è la prima a essere esclusa.»
Ma ostacoli e difficoltà sono stati tanti. «Volevo fare un archivio. Ma non si può andare avanti con le sole proprie forze. E poi le ironie, sembra che io volessi fare un salotto letterario. Ma l’archivio è un fatto storico, scientifico».

Conclude citando de Vigny: «Sono nata nell’epoca sbagliata, una volta era possibile l’avventura, oggi no. Posso andare alle isole Frigie // Fiji (?), ma non è la fuga di Gauguin, ci devo andare con il passaporto, devo procurarmi la maniera di viverci, non c’è più il senso del volo… Prima uno si giocava la vita con l’avventura (pensi a Giovanna d’Arco), i nemici che si creavano erano tanti che prima o poi ti sbarravano la via. Ripensandoci: questo succede anche a noi, ma in piccolo, senza dover ricorrere al pugnale o al rogo».

A chi di recente le ha chiesto come immagina uno spazio poetico nel terzo Millennio, Maria Luisa Spaziani ha risposto: «Ogni giorno ascoltiamo una quantità di parole senza senso. Al mattino, mentre stai sognando il principe azzurro, la radiosveglia ti dice con che cosa lavare la vasca o come contrastare le tarme; mentre stai mangiando, la televisione ti parla di dentiere. Ci sono poi i linguaggi scoraggianti della politica, del talk show, del reality show… A un certo punto, nelle persone sensibili, non può non prodursi un processo di riscoperta della parola pura: il bisogno che la parola dica quello che deve dire. Ed è lì che salta fuori la poesia. In poesia non si può mentire. Molti anni fa, a Milano, un industriale mi ha offerto un milione, tre volte quello che guadagnavo in un mese, per fargli una poesia per una bionda di cui s’era innamorato. Mi ha mandato la sua fotografia e io, felicissima, mi sono messa alla scrivania davanti a ’sta bionda: ho prodotto uno schifo di versi. Ho provato una seconda, una terza, una quarta volta: alla fine ho dovuto rinunciare.»

La poesia è allora vitalità e verità? «È sempre stata come l’acqua che bevo. È qualche cosa che mi rende la vita più bella, che mi fa vedere tutto con dei doppi contorni. Noi quando vediamo un oggetto, un piatto, un bicchiere, un albero, siamo abituati purtroppo (e in questo l’educazione dei bambini è molto carente) a vederlo soltanto nel suo uso. E cioè quel piatto, quel bicchiere mi servono soltanto per mangiare, per bere. Invece la poesia ci abitua ad affinare lo sguardo, a renderlo più intenso, più sensibile, più affettuoso, più profondo: questa è la poesia.»

E di una cosa Maria Luisa Spaziani è certa: la poesia potrà tornare a ricoprire un ruolo centrale nella società del futuro. «Aumenterà moltissimo. Per questa ragione, in quanto noi siamo intossicati di parole. Cominciamo al mattino quando accendiamo la radio a sentire la pubblicità, la politica, il talk show, le battute inutili, le barzellette ripetute mille volte, i bollettini del tempo… non ne possiamo più di parole. Allora, che la gente lo sappia o non lo sappia, ogni tanto cerca una parola pura, una parola che voglia veramente dire quello che desidera dire; che non abbia degli orpelli supplementari, ma che sia una specie di verità, di verità anche psicologica. Non dico che sia la verità della Bibbia, ma un altro tipo di verità. La verità di chi crede in qualche cosa e cerca di rappresentarla, di comunicarla agli altri, di farla vedere».

Come in una cattedrale
Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.
Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.
Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

Da “La traversata dell’oasi


Questa conversazione di Renato Minore con Maria Luisa Spaziani è contenuta nel libro “La promessa della notte” Donzelli 2011.

Renato Minore è nato a Chieti e vive a Roma. Tra i suoi libri di poesia: Non ne so più di primaLe bugie dei poetiNella notte impenetrabileO caro pensiero (Premio Viareggio). Come narratore: Leopardi l’infanzia le città gli amori (finalista Premio Strega); Il dominio del cuore, Rimbaud (Premio Selezione Campiello). Come saggista: Il gioco delle ombre (Premio Flaiano); Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte (Premio Estense). Critico letterario de “Il Messaggero”, ha scritto su “La Repubblica”, “Il Mondo” “Paragone”. È autore di film televisivi su Rimbaud, Flaiano, Leopardi, Poe, Bufalino. Ha insegnato all’Università di Roma e alla Luiss.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *