Formicaleone

“Carillon” di Ottavia Marchiori

È mai possibile? Ma perché devono iniziare così presto? Non possono venire in un orario più decente, tipo alle dieci? Oppure direttamente di pomeriggio? Dai, lo fanno apposta, è chiaro! Sanno perfettamente che questo è il momento ideale per generare il massimo fastidio al maggior numero di persone possibile. Alle sette e mezza del mattino, qui nel palazzo sono ancora tutti in casa. E oggi non devo nemmeno andare a scuola, avrei potuto dormire almeno un’ora in più. E invece… Giù in giardino stanno facendo un baccano colossale, con quei soffiatori di foglie o come diamine si chiamano. È un rumore che ti si infila dentro la testa, non ti salva premere forte i cuscini contro le orecchie, non serve a niente. Bzzzzbzzzzbzzzz. Sembra una punizione. Tocca alzarsi. Ai vetri della finestra di camera mia è aggrappato il solito strato di condensa, con la punta dell’indice ci disegno su una faccia stilizzata. Due virgole per gli occhi, una curva all’ingiù per la bocca. Poi ci passo sopra la manica del pigiama e cancello tutto. Fuori c’è poca luce, il cielo è lattiginoso. Mi dà la nausea. A me l’autunno ha sempre fatto schifo. Mi lascio dietro il letto sfatto e scendo le scale, sotto i piedi sento pungere la moquette marrone che si srotola fino al pian terreno. In cucina c’è mamma, la vedo di spalle vicino al lavello, intenta a caricare la caffettiera. Mio padre e mia sorella gemella, Francesca, devono essere ancora di sopra a prepararsi oppure sono usciti tutti e due prima del solito, non so. Mia madre è infagottata nella sua vestaglia di flanella sbiadita, quella rosa con su una fantasia resa indecifrabile da decine di lavaggi a cinquanta gradi. Lei lava sempre tutto a temperature più alte del necessario. È per essere sicura che la roba venga pulita, dice. Si gira e mi guarda e sul suo volto leggo ancora delle tracce di risentimento, per via della discussione che abbiamo avuto giorni fa. Una discussione futile. Mi vergogno davvero, sono stato un infame, lo ammetto. Potevo risparmiargliela, almeno solo per il fatto che stava nel letto di un ospedale. Ma ero arrabbiato perché avevo paura. Paura che se ne andasse e ci lasciasse soli al mondo, noi tre a fare cosa, senza di lei. Ero pieno di risentimento e tutto quello che sono riuscito a fare è stato riversarlo su di lei. Adesso però è a casa, sono contento che l’abbiano dimessa, dopotutto se è qui vuol dire che non era nulla di così tanto grave e che i medici avevano esagerato con la prognosi. Può capitare, anche loro possono sbagliare. Le dico scusami mamma, ti chiedo perdono e la vedo sorridere, dai suoi occhi in un attimo sparisce tutto il malumore che ci si era rannuvolato dentro e provo un enorme sollievo. Mi siedo al mio posto al tavolo della cucina, lei mi mette davanti una tazza ricolma di caffelatte e un Buondì, come quando ero piccolo, forse per sancire la pace ristabilita tra noi due. Non faccio più colazione da anni, al massimo un caffè deglutito di corsa prima di mettermi a correre per non perdere il cinque barrato per andare al liceo, sono sempre in ritardo. L’importante adesso è che lei sia qui e che ci siamo chiariti, non me lo perdonerei mai se non fosse accaduto, non ci potrei vivere con quel peso che mi schiaccia lo sterno, chi mai ne sarebbe in grado… Prendo la brioche e premo fino a quando l’involucro di cellophane esplode con un suono secco che fa trasalire mamma che poi si mette a ridere, imbarazzata per essersi spaventata e io sono felice perché non sento più l’angoscia e sono insieme a lei. Poi qualcuno suona al campanello. Mi alzo e vado al citofono ma non risponde nessuno. Continuano a suonare e allora dico alla mamma scendo, vado a vedere chi è che rompe a quest’ora del mattino. Mi infilo le ciabatte di papà, più grandi di due numeri ed esco dall’appartamento. Chiamo l’ascensore che cigola come al solito, un lamento insopportabile di cavi e ingranaggi mai oliati, esausti. Quando sbarco nell’atrio, ci trovo mio padre e mia sorella. Ah, dico, ecco dove eravate ma loro non rispondono ed escono dal palazzo di fretta, senza dirmi una parola. Devono aver saputo del litigio con mamma. Chi può averglielo detto? Quella strega di zia Elda, poco ma sicuro. Lei gode a mettere zizzania dappertutto. Era fuori nel corridoio ad origliare, l’altro giorno all’ospedale, me lo ricordo bene. Bel colpo, zia. Proprio adesso che con mamma è andato tutto a posto, che mi ha perdonato. Quando papà e Francesca torneranno a casa, ci sarà da litigare. Riprendo l’ascensore. Devo dire tutto alla mamma, così sua sorella Elda impara una buona volta a farsi gli affari suoi. Quando entro, lei però non è più in cucina. Dev’essere al piano di sopra a rifare i letti. Faccio le scale due gradini per volta e vado nella mia stanza. Lì dentro non c’è ma sento la sua voce provenire dal fondo del corridoio. Canta una canzone senza parole seguendo la melodia del suo carillon, quello con la ballerina di plastica col tutù rosa che gira e gira su se stessa, instancabile. Ce l’ha da quando è bambina, suona il motivo finale del Lago dei Cigni e quando lei mette in ordine le camere, carica il meccanismo e lascia che quella musica triste intrida l’aria. Allora, dato che oggi non devo andare a scuola, mi sdraio sul mio letto e rimango ad ascoltarla. 

Bzzzzbzzzzbzzzz… Che se ne andassero al diavolo, ancora non hanno finto? Ma quante foglie possono cadere mai da quattro alberi in croce? Apro gli occhi, ho la mente intorpidita. Mi devo essere riaddormentato, nonostante tutto quel rumore. Ora non sento più il carillon, né la voce della mamma. Avverto una mano poggiata sulla spalla destra, qualcuno mi sta scuotendo piano. È mio padre. Porta un vestito scuro, mi guarda con gli occhi venati di rosso. Mi dice di muovermi ché è ora e che intanto scende ad aspettarmi in macchina insieme a Francesca. Gli faccio di sì con la testa, come un automa. Metto i piedi giù dal letto e mi accorgo che non ho più il pigiama, addosso ho una camicia, una cravatta, dei pantaloni eleganti. Allora di colpo, nella mia testa, tutto torna a combaciare. Mi alzo, apro un’anta dell’armadio. Cerco di dare una sistemata alla figura stropicciata che lo specchio mi restituisce. Tolgo la mia giacca nera dallo schienale della sedia, la indosso. Poi esco, raggiungo mio padre e Francesca, impenetrabile dietro ai suoi grandi occhiali da sole. Prendo posto sui sedili posteriori della vecchia Alfa. Papà mette la prima e prende la strada verso l’ospedale. Da là partirà il corteo funebre. Mamma se n’è andata ieri. La malattia è stata breve, cerco consolazione in questo pensiero ma non ne trovo. Non so come riuscirò, come riusciremo a farcela, ora, domani e i giorni appresso. Non lo so. Appoggio la fronte al finestrino. Fuori c’è poca luce, il cielo è lattiginoso. Mi dà la nausea. A me l’autunno ha sempre fatto schifo.


Ottavia Marchiori è nata in provincia di Pavia nel 1980. Vive a Parma dove si è laureata in Lingue e Letterature Straniere. È stata ideatrice e curatrice di un blog dedicato all’opera di Jean-Claude Izzo. Suoi racconti sono stati pubblicati su Il TimonierePastrengoRivista BlamMicorrizeSalmaceCedro Mag. Altri sono apparsi su antologie come Una giornata di Hemingway in val Trebbia Incontri ravvicinati di un diverso tipo (Officine Gutenberg), Cinquantatré vedute del Giappone (Idrovolante Edizioni). Alcuni suoi haiku sono stati pubblicati nel quinto volume di Haiku tra meridiani e paralleli (FusibiliaLibri) e in Poesie di Strada (Idrovolante Edizioni).

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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