Formicaleone

Innovazione e patriarcato: organizzare l’abbandono

Scrivere un Manifesto sulle aree interne in un festival musicale, pianificare una strategia abitativa in pieno lockdown, ricostruire una medicina territoriale attraverso la poetica dello sguardo e l’alfabeto della cura, digitalizzare i territori e le imprese senza un piano strutturale, alfabetizzare intere fasce di popolazione lasciate in ombra da sempre. Fare un elenco delle buone pratiche senza averle mai messe in atto, pianificare spazi di condivisione senza incontrare chi abita quei paesi. Parlare di transumanza, di pastorizia e di agricoltura manuale come se fosse un’escursione domenicale. Raccontare un femminile che fortunatamente non esiste più: terragno, cupo, tragico, fuori dalla storia e dal contesto, immutabile custode dei valori, e per questo “utile”, in cui la “vocazione” nel fare lavori domestici le esclude dalla comunità in cui non sono riconosciute.

Questo appare il metodo d’indagine di un argomento complesso e multiplo, lasciato all’approssimazione e all’autoreferenzialità, che ha perso di vista l’urgenza e la tragicità dell’argomento, mentre sta scomparendo una fetta d’Italia.

Cristallizzati in una dimensione astorica, immutabile, e neutra come se tutti i paesi d’Italia fossero il paese. Non ci si accorge, che molto prima della trasgressione dei mari, e la grande inondazione prevista dallo scioglimento dei ghiacciai, assisteremo alla scomparsa definitiva di un mondo con cui noi non siamo più in contatto, quello delle aree rurali remote. L’illusione di farne ancora parte, di essere il loro germoglio è solo l’ennesimo storytelling, il racconto di una storia, spendibile e magari di successo, mentre siamo già altro. Incapaci di leggere la complessità delle narrazioni, e reticenti nel mettere in discussione uno schema che le omaggia e le tributa, per poi applicare politiche di rapina e di opportunismo. Nel raccontare e divulgare progettualità effimere, illusorie, come quelle dei borghi 4.0 o dei paesi come avamposti di innovazione. Luoghi di sperimentazione e di ricerca, dove le università e gli impresari hanno declinato i loro progetti per la realizzazione di spazi pubblici e di coabitazione ponendosi in maniera ambivalente. Da ricercatori in fase di progettazione di territori diruti, a beceri maschilisti di un mondo arcaico in cui si riconoscono perfettamente.

Qualche settimana fa, ho fatto notare a un professore universitario che il convegno sul riabitare i paesi non avesse nessuna relatrice donna, e lui candidamente mi ha risposto: “Pazienza”. Non gliene è fregato nulla. Anzi, ha puntualizzato che non accettava consigli da una sconosciuta e che mi avrebbe bloccata. Non è un caso isolato, almeno nel mio ambiente, quello dei paesi, dei borghi e delle frazioni dove i progetti portano il pregiudizio di chi li ha scritti.

Che le donne nei paesi non esistano l’ho scritto innumerevoli volte. Che sono ancora raccontate secondo la vocazione al sacrificio, rassegnate e relegate ai ruoli di cura e di accudimento. La mancanza di un punto di vista femminile, non è solo attribuibile alla mascolinità irrisolta e tossica di certi uomini, tra cui, anche chi organizza i convegni sulle aree interne. Ma anche di una certa sociologia, e antropologia che le descrive o ama fotografarle nella loro dimensione terragna, cupa e impotente, fuori dalla storia e dal contemporaneo. Soprattutto in un paese, dove le donne rimangono spesso spettatrici. Nonostante esistano imprenditrici, avvocatesse, orafe, sindache, sociologhe, che appartengono al mondo politico e amministrativo, vengono considerate per il loro ruolo familiare e quasi mai professionale. Incolpate di cercare l’autorealizzazione e considerate inadempienti come madri o come mogli. Se manca il punto di vista femminile in un convegno manca tutto. E non smetterò mai di ripetere che gli incontri tra soli uomini, che siano consigli comunali o confronti per pianificare i territori, hanno una validità pari a zero. Comunicare che le decisioni vengono prese tra uomini e che portano il limite della loro visione maschile è indicibile, e chi lo ha espresso non sempre è stato sostenuto o accolto.

Assistiamo a un momento verità, quello del professore che odia le donne, dell’oracolo dell’innovazione, della cura e dei paesi, del primeggiare a tutti i costi, dei borghi 4.0, degli anziani ridotti a meme, dell’appropriazione delle risorse collettive, dei beni immateriali brandizzati come patrimonio Unesco, degli eventi idiotamente festosi sui paesi in cui manca tutto, soprattutto il lavoro, dei progetti presentati come finiti e mai partiti, dei propositi insediativi dai risvolti inquietanti, come quello di far trasferire intere famiglie in luoghi in cui se ne stanno andando tutti.

In Vivere e pensare come porci. Listigazione allinvidia e alla noia nelle democrazie-mercato, Gilles Chatelet per l’editore Meltemi, scrive: “Al contrario, l’élite culturale italiana, sposata dai “tengo famiglia” e dal bigottismo bottegaio (con alcune, preziosissime eccezioni), resa ancora più inferma (specie al sud) dal cappio della cattolicità, portatrice di tutto un corredo di rassegnazione autocentrante, delle inesorabili pratiche sociali e politiche fondate sulla raccomandazione, madre di tutte le mafie e dei poteri de facto, ha fornito un terreno ben più fertile alla costituzione dell’odierno individualismo proprietario”.

Organizzare labbandono.

Le narrazioni di guarigione, che ci esonerano da ogni responsabilità, politica e sociale ci allontanano da quello che dovrebbe essere il racconto paese, in cui si passa all’interno dello stesso scenario dai borghi 4.0 alle case a un euro, senza che ci sia un centro unificatore, un equilibrio.

Ancora oggi non sappiamo cosa siano i paesi, chi li vive e cosa desidera. Quale sarà il destino di centinaia di insediamenti in quota, nelle isole minori, sulle coste o in pianura che potrebbero ritornare a vivere o spegnersi per sempre. Quello che sembra un trend topic, è solo una speculazione o una grande discussione. Perché di fatto non esiste un piano o una strategia nazionale, e non ci sono in atto dei protocolli per tornare a vivere in questi luoghi.

La maggior parte dei risultati finora ottenuti sono da accreditarsi ai privati, a gruppi di cittadini, liberi professionisti, artisti e aziende turistiche o agricole che hanno fatto scelte radicali e orientate, investendo e rischiando economicamente, scegliendo di ritornare e impiantare il proprio progetto in quelle terre.

Il nomadismo trans-urbano non è in cerca di territori paludati e statici e rifiuta una moralità bigotta, e sessista. Le nuove generazioni avranno più strumenti e meno pudore nel liberarsi e nel comunicare i propri desideri di vita, reclamando spazi e case all’altezza dei loro piaceri e dei loro spostamenti. Il metro di paragone, per soppesare l’importanza dell’argomento a livello istituzionale, è analizzare come scelgono i metodi di lavoro per lavorare su un fenomeno così complesso e profondo come quello dello spopolamento, scrivendo un Manifesto sulle Aree Interne in un festival.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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