Formicaleone

PETER LINDBERGH: Quello che il bianco e nero può raccontare

Da appassionata di fotografia, non mi riesce difficile affermare di preferire quasi sempre una fotografia in bianco e nero a una a colori, a maggior ragione se analogica: la grana, l’imperfezione, la centralità del contenuto a discapito di improbabili effetti caleidoscopici, quell’allure vintage che inevitabilmente si percepisce in un’immagine “senza colori” mi fanno sempre spostare l’ago della bilancia dalla sua parte quando si tratta di scegliere. 
D’altra parte la fotografia nasce così. 

Innegabile è il fascino di un ritratto dei primi decenni del XX secolo, quei volti morbidi, quasi soavi, circondati da un’aura fascinosa. E poi scene di ogni giorno, workers, politica, cibo, arte e donne, ma anche, infine, moda. E quando si parla di fotografia in bianco e nero e di moda non si può non nominare Peter Lindbergh, famosissimo fotografo tedesco purtroppo scomparso nel 2019.
Il Museo Madre di Napoli ha ospitato una mostra dedicata, conclusasi a luglio e intitolata “Untold stories” che ho avuto modo di vedere. Conoscevo già di fama Lindbergh, ma non il suo stile, il suo pensiero artistico né il motivo per cui fosse diventato così famoso. 

Solitamente lo si definisce il fotografo di moda per eccellenza, ma ho scoperto, proprio in occasione della visita alla mostra, quanto questa definizione sia restrittiva e lui stesso, in un’intervista con Maria Vittoria Baravelli, pregò la giornalista di non etichettarlo in quel modo.

Nato in Germania nel 1944 in una piccola città industriale di un paese devastato dal post guerra, un luogo senza stimoli, senza cultura, senz’arte, Lindbergh, nonostante le limitazioni imposte dall’ambiente e da una famiglia senza aspettative, scoprì molto presto di amare il bello. Si trasferì in Svizzera per lavorare come vetrinista, poi a Berlino dove per mantenersi lavorò in fabbrica di notte, mentre di giorno si scervellava su cosa avrebbe davvero potuto fare della sua vita. Si iscrisse a dei corsi di fotografia, ma si rese subito conto di quanto fossero obsolete e inutili le tecniche e i contenuti. Fu così che iniziò a incanalare la sua visione del mondo e dell’arte in un personalissimo stile che sfociò nella fotografia di moda.

Peter Lindbergh
Peter Lindbergh
Peter Lindbergh

Prima dell’avvento di Lindbergh l’universo moda era popolato da donne extra-ordinarie, donne perfette, sempre impeccabili, a bordo di limousine, a passeggio con i loro cani perfetti e impeccabili, una gabbia patinata dunque, che poco lasciava intravedere circa la realtà, circa ciò che c’era dietro le quinte, dietro quei visi iper truccati. Il fotografo tedesco, agli inizi degli anni ’90, grazie anche all’appoggio di Anna Wintour, direttrice di Vogue, ribaltò ogni stereotipo, prendendo spunto da suoi luoghi di nascita, dal grigiore dell’ex Germania dell’Est, dai cieli cupi della sua infanzia, dai letti disfatti, i teatri abbandonati, le strade di periferia, i palazzi deserti, per elevare la donna quale essere umano prima di ogni altra etichetta. Iniziò a raccontare la bellezza in modo alternativo, più vero e realistico e famosissimo è il set che definitivamente cambiò il modo di fare fotografia di moda: un gruppo di modelle popolari in quegli anni, struccate, scalze e vestite solo con una camicia bianca.

Quello che interessa a noi, tuttavia, è porre l’accento sulla sua tecnica fotografica, soprattutto su quella in bianco e nero per il quale Lindbergh è conosciuto in tutto il mondo. 
Nell’intervista con la Baravelli, alla domanda della giornalista “Alla fine degli anni ’90 c’è stato un grande passaggio dall’analogico al digitale. Qual è il tuo rapporto con i due formati?”, Lindbergh rispose: 

Possiamo dire che dopo la perdita di stile, la fotografia digitale ha ulteriormente compromesso il concetto di fotografia. Sembriamo matti: seduti davanti agli schermi, inseguendo freneticamente momenti perfetti, clicchiamo senza riserva. Clicchiamo a caso, senza sapere bene cosa stiamo facendo. Non è più la foto che ci arriva, intimamente concepita. D’altra parte, l’implementazione del digitale ha aiutato moltissimo nell’organizzazione del flusso di lavoro e nella praticità di alcune operazioni. Se un giorno eseguo uno scatto e ho bisogno dell’immagine entro la mattina seguente, un file digitale inviato via internet è senza dubbio più semplice di una fotografia sviluppata in camera oscura e recapitata di corsa alla redazione competente. Inoltre, non credo che le fotografie digitali siano fredde e che evidenzino tutti i difetti del soggetto. Possono effettivamente essere molto belle, purché ci sia un’ottima padronanza tecnica dietro”.

Un dilemma che coinvolge anche gli odierni appassionati di fotografia, soprattutto in questi ultimi anni, in cui l’analogico sembra prepotentemente tornato alla ribalta.
E cosa c’è di più autentico di una fotografia in bianco e nero scattata a pellicola? Ci sarebbe tutto un dibattito da fare, ma come premesso, io sono di parte.
Le fotografie di Lindbergh in particolare vanno oltre la semplice pubblicità, sono una sorta di letteratura visiva: non si tratta di moda, ma di personalità, del raccontare, del rappresentare il vero o qualcosa che vi si avvicini il più possibile. Potremmo dire che la sua visione anticipa le tematiche contemporanee che vengono veicolate oggi soprattutto sui social media, tematiche come l’accettazione di sé, il mostrarsi senza trucco, l’esibizione del corpo come tale, come carne viva che occupa uno spazio, spogliata da significati sessualizzanti, da voyeurismo imperante, dall’obbligo di apparire sempre perfetti, senza difetti. E non avrebbe potuto farlo in altro modo che con il bianco e nero, preferendolo anche quando la fotografia analogica stava scomparendo. 

Le fotografie di Lindbergh in particolare vanno oltre la semplice pubblicità, sono una sorta di letteratura visiva: non si tratta di moda, ma di personalità, del raccontare, del rappresentare il vero o qualcosa che vi si avvicini il più possibile. Potremmo dire che la sua visione anticipa le tematiche contemporanee che vengono veicolate oggi soprattutto sui social media, tematiche come l’accettazione di sé, il mostrarsi senza trucco, l’esibizione del corpo come tale, come carne viva che occupa uno spazio, spogliata da significati sessualizzanti, da voyeurismo imperante, dall’obbligo di apparire sempre perfetti, senza difetti.

Come Lindbergh, molti sono stati i fotografi che l’hanno eletto: Sebastião Salgado, famosissimo per i suoi reportage monocromatici in giro per il mondo, Elliott Erwitt, lo stesso Helmut Newton, altro pilastro imprescindibile a cui far riferimento quando si parla di fotografia di moda, celebre per aver sdoganato temi scottanti come l’omosessualità, il voyeurismo, il sadomasochismo, e ancora Gabriele Basilico, per citare un italiano, che dedicò la sua intera vita a documentare le trasformazioni degli spazi urbani su pellicola, Ferdinando SciannaAnsel Adams. L’elenco sarebbe lungo, ma l’importanza di questi nomi rende l’idea del perché il bianco e nero sia spesso indispensabile ai fini di un racconto, traguardo ultimo non solo della letteratura, ma anche dell’arte della fotografia e dell’arte in senso più ampio.
Il bianco e nero è romanticismo, nostalgia, tumulto interiore, mistero e suggerimento. Qualcuno disse che una fotografia in bianco e nero svela l’anima del soggetto e mi viene da dire che avesse perfettamente ragione.


Bibliografia:
-Peter Lindbergh, On fashion photography, Taschen, 2020.
-Peter Lindbergh, Images of women, Schirmer/Mosel Verlag, 2020.
-Wim Wenders/Felix Krämer, Peter Lindbergh: Untold stories, Taschen, 2020.

Sitografia:           
https://www.youtube.com/watch?v=UlvqdIu60LA&ab_channel=NOWNESS
https://www.themammothreflex.com/
https://www.madrenapoli.it/mostre/lindbergh/
https://ilfotografo.it/
https://www.lensculture.com/articles/peter-lindbergh-the-importance-of-being-more-than-a-fashion-photographer

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