Formicaleone

Una lettera per Fante da Giovanna Di Lello, Direttrice Artistica del John Fante Festival “Il Dio di mio padre”

Ogni estate, dal 2006, a Torricella Peligna (CH) in Abruzzo – paese d’origine di Nick Fante, padre di John – si tiene la manifestazione culturale dedicata allo scrittore italoamericano.

Caro John,
ieri sera, alle ore 21 e 21 in punto, con mia grande sorpresa, ho ricevuto una tua e-mail. Alla stessissima ora dello stesso giorno, il 21 gennaio del 2021, del XXI secolo, mi sono arrivate anche dei messaggi di tarocchi marsigliesi e di angeli custodi in cui mi si annunciavano comunicazioni importanti generate in coincidenza di questa insolita sequenza del numero ventuno. Per questo ho pensato che anche la tua e-mail fosse una spam. Ti confesso però, John, che leggendola mi sono subito ricreduta. Ho capito che non poteva che essere scritta da te. Nemmeno il fatto che tu non ci sia più dal 1983 mi ha fatto cambiare idea. Solo tu potevi avere una tale quantità di informazione su di me, la mia famiglia, il documentario che ho realizzato nel 2003, il John Fante Festival e Torricella Peligna. Solo tu potevi descrivere così bene le motivazioni che mi hanno spinta a buttarmi in quest’avventura che porta il tuo nome. 

Sono davvero contenta di sapere che il John Fante Festival di Torricella Peligna ti riempie di orgoglio e che sei anche tanto grato a tutti i torricellani per questo omaggio. In parte lo sapevo già perché ne ho parlato più volte con i tuoi figli. Loro mi hanno sempre detto che ci guardavi da lassù, commosso. E sai che ti dico: te lo sei meritato questo festival. Sei un uomo che ha sempre lottato, John. Un uomo resiliente, come si dice oggi, che ha saputo superare tutte le difficoltà della vita. E non sono state poche. Ti ammiro per come ti sei battuto per custodire intatta la tua fiammella creativa, nonostante tutto. E non mi ci è voluto molto per capire che sei un puro; che per te l’importante è sapere di avere talento, anche quando lo hanno messo in discussione. Ti ammiro per la tua tenacia, per la dignità che hai dimostrato quando sei caduto nel dimenticatoio.

Hai ragione quando dici che lo scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. E tu hai avuto il coraggio di farla, la fame. Tu che l’avevi già abbondantemente sperimentata in famiglia. L’hai fatta e i risultati sono arrivati. Hai scritto subito degli autentici capolavori: La strada per Los Angeles (pubblicato purtroppo postumo), Aspetta primavera, Bandini, Chiedi alla polvere e Dago Red. Solo per citare le tue prime opere, quelle scritte negli anni Trenta. Poi ci sono state tutte le altre. Tra alti e bassi hai scritto, in modo discontinuo ma hai scritto, e hai avuto ragione tu, John, perché oggi sei nel Pantheon dei grandi. 

Mi piace quello che pensi della scrittura, che è come suonare il piano, che serve tenersi in forma per scrivere. L’ho sperimentato anch’io nel mio piccolo. Più scrivi e più sgorgano frasi e idee. Ma proprio per questo, so che riprenderai presto. E anche se dovesse passare del tempo prima di farlo, non ti preoccupare. Conoscendoti, ricomincerai solo quando avrai qualcosa di davvero importante da raccontare. Tu non sei di quelli che scrivono tanto per farlo. No, tu devi avere cose da dire, storie da raccontare, ferite da sanare. Sì, perché per te la scrittura è urgenza, e ciò rende ogni tua opera necessaria. Ma questo lo sai. Non sono io a dovertelo dire. 

Quanto al cinema, so bene che non ti è mai veramente piaciuto scriverlo. E forse proprio perché, come dici tu nella mail, è totalmente diverso dallo scrivere romanzi. Fatto sta che hai lavorato per le Major per più di 40 anni. Anche qui, John, che coraggio! Quanti sacrifici! Hai fatto il muratore impastando le parole per Hollywood, la mecca del cinema. Ma di qualcosa bisognava pur campare! Anche tu dovevi fare la tua parte per mantenere la tua grande famiglia. L’eredità di Joyce non era sufficiente. Molti dicono che senza cinema e famiglia avresti scritto di più e meglio. Lasciatelo dire, per me sei stato proprio fortunato ad aver incontrato Joyce, la tua bella poetessa intelligente che ha sempre creduto in te, e che per giunta ha anche tenuta in casa tua madre nell’ultimo periodo della sua vita. 

Tornando al cinema, c’è anche da dire, John, che ti è toccato lavorare nell’industria hollywoodiana in un’epoca in cui non si andava per il sottile (ma forse è così ancora oggi) con i produttori che pretendevano il final cut. Ti immagini che film sarebbe invece venuto fuori se fosse andato in porto la tua collaborazione con Coppola, sì, quel regista che doveva portare sul grande schermo La confraternita dell’uva a fine anni Settanta e che organizzò in tuo onore una bellissima serata a San Francisco. Ci speravi tanto. Avresti sicuramente scritto tu la sceneggiatura. Sarebbe stato il tuo film migliore e avresti avuto qualche soddisfazione in più. 

Un’altra occasione poteva essere quella di lavorare con Rossellini, un regista che ti piaceva come Fellini. Forse l’hai anche cercato quando sei venuto in Italia. Mi sembra di averlo letto da qualche parte in una tua intervista del 1957 che avresti voluto incontrarlo . Non è certo lui che metti, penso, tra gli osceni e arroganti uomini di Roma e tra gli imbroglioni del mondo del cinema, di cui parli nella tua e-mail. Quelli sono ben altri, lo so già, anche se sono curiosa di sentire nomi e cognomi. Ti dico subito che con questi non ti ci sei trovato bene perché a loro i figli degli emigranti non piacciono. Sono troppo snob per capire la complessa imperfezione che si cela dietro ad una personalità dalle tante anime come la tua. E ti dico anche che è del tutto ovvio che Napoli ti sia piaciuta. La sua umanità e sofferenza non potevano lasciarti indifferente. Per le strade napoletane hai sicuramente rivissuto la tua storia familiare, quella storia che è comune a tutto il Meridione, compreso l’Abruzzo. 

Ecco, siamo arrivati all’Abruzzo, John, la terra delle tue ferite, dove – come hai scritto una volta a Dan – c’è solo brava gente. Bene, quest’Abruzzo ti aspetta da tempo. Vienici a trovare. 

E con questa richiesta, che è anche un augurio, John, ti saluto. Grazie per avermi scritto e pensato a me. Ti lascio chiedendoti un piccolo favore: porta i miei baci a Dorina, mia nonna, quella signora che porta il tuo stesso cognome. Non dovrebbe essere troppo lontana da te. Cercala.

Much love.


Giovanna di Lello, direttrice del John Fante Festival “Il dio di mio padre” dalla prima edizione (2006), è giornalista, insegnante, documentarista e organizzatrice di eventi culturali. Si è laureata in Lingue e Letterature straniere (Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara) e ha conseguito un master in Economia della Cultura (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”). Ha realizzato diversi documentari, tra cui John Fante. Profilo di scrittore (2003), A Dream In The Purple Sea. Pascal D’Angelo (2006), Il razzismo indiscreto degli americani. Incontro con Noam Chomsky sull’immigrazione negli Stati Uniti (2008). Ha curato l’antologia dei racconti finalisti del Premio John Fante (Tabula fati, 2006) e, insieme a Toni Ricciardi il volume  Dalla parte di John Fante. Scritti e testimonianze (Carocci, 2020). Ha collaborato al Rapporto Italiani nel Mondo 2020, a cura di Delfina Licata della Fondazione Migrantes (Tau Editrice, 2020).

2 commenti su “Una lettera per Fante da Giovanna Di Lello, Direttrice Artistica del John Fante Festival “Il Dio di mio padre””

  1. Donatello Patricelli

    Sarà bellissimo tornare a Torricella Peligna per l’edizione 2022 del John Fante Festival.
    Grazie davvero Giovanna Di Lello!!!
    DONATELLO

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