Formicaleone

“La Bocca (Favola esotica)” di Luca Alessandrini

Lo sguardo di Arava s’è appiccicato allo stecco come un ragno delle palme; nonno Matahi ha appena fatto nascere nella sabbia uno squalo pinna bianca.
Maou,” dice Arava.
Il nonno scuote la testa. “Moetava, squalo che spia”, cancella con un piede e disegna uno squalo martello.
“Questo?” 
Mokarran.”
“Bene, ora vai”, il vecchio indica la spiaggia col bastoncino e lo osserva correre: ha gambe robuste suo nipote, e gli occhi della madre, uno marrone e l’altro azzurro, la sola cosa di lei rimasta sotto il cielo. Non pensa spesso alla figlia, Matahi: tormentare le ferite fa cicatrici spesse, lo sanno anche gli sciocchi.

Arava si ferma per ascoltare le sule che stridono al largo: banchi di pesci.
Gli uomini stanno partendo, il vento ha smesso di soffiare da sud est e la marea ricopre la barriera. Sulla spiaggia rimangono solo due canoe; la prima è di Arona, che ieri ha lasciato tre dita in bocca alla murena, l’altra è quella di suo padre. 
Segno che neppure oggi si è alzato dalla stuoia. 
Si sentirebbe triste Arava, se solo ne fosse capace – la tristezza è un pensiero complicato, e lui non è che lo sciocco del villaggio, uno che a quell’età ancora deve andare a lezione dal nonno per ricordare i nomi delle cose.
“Arava!” 
Da sotto l’albero del pane Erina alza una mano bianchiccia: lei e sua madre impastano il cocco per la copra. 
Arava corre da lei, bella come la perla nera che il padre di Arava porta al collo in ricordo della moglie perduta: l’unica che non ride di lui quando dice che un giorno la sposerà. 
“Mokarran!” le urla.
La madre di Erina alza un sopracciglio. “Squalo? Dove?”
Arava abbassa gli occhi – lo fa sempre quando s’accorge d’aver detto una cosa stupida. “Mio nonno l’ha disegnato nella sabbia. Io so i nomi degli squali e dei venti.”
La donna sorride, le fa tenerezza quel ragazzone dalla mente lenta come una testuggine spiaggiata. Dicono sia successo il giorno che è nato, quando la sua povera madre è tornata spirito.
“Posso andare mamma?” Lo sguardo di Erina cerca gli occhi della madre, che stringe una manciata di cocco per prendere tempo – sua figlia è cresciuta con Arava, vede qualcosa in lui che nessun altro conosce. Il padre le ha proibito di frequentarlo, ma le cose vietate sono miele quando si è così giovani.
“Torna prima che tuo padre posi la canoa.”

Arava le fa cenno di aspettare ed entra. 
Haeretua sta ancora dormendo. Puzza di alcol – quando non beve è un bravo padre, ma succede così di rado che si è dimenticato della sua ultima carezza.  
Arava rimane a guardare i suoi tatuaggi: raccontano che è stato il miglior pescatore di perle delle Tuamotu prima che le orecchie cominciassero a ronzare. Prima che iniziasse a bere per dimenticare l’incespicare da storpio, e quel braccio che dorme come se fosse rimasto nell’acqua della sorgente per un giorno intero.
Il nonno dice che qualcosa si è rotto in lui: Vana Taravana, cadere nella pazzia. Troppe immersioni e troppo profonde, senza mai riposare, quasi si volesse distruggere. 
“Ha creduto di poter ritrovare tua madre nella Bocca di Dio”, gli aveva confessato Matahi un giorno. “Non cercava perle, cercava lei.”
Il peso e gli occhiali sono nel cesto; Arava lo solleva come fosse vuoto – è diventato grande come suo padre, forse ancora più forte, e la sola cosa che ha imparato davvero nella sua breve vita fatta di stupore e domande, è tuffarsi.

Erina guarda il cesto: se Arava vuole andare alla laguna si farà tardi e suo padre le domanderà dove è stata – le ha già detto di lasciar perdere il figlio scemo dell’ubriacone, e in lui non c’è abbastanza pazienza per ripetere le cose.
Ma le mani di Arava sono grandi e calde, belle da stringere, e la trascinano alla canoa di Haeretua. Hanno già cavalcato le onde su quel tronco scavato: è la miglior canoa del villaggio ed è un’offesa al mare lasciarla a riva. 
Credeva la portasse alla laguna ma Arava sta remando verso oriente. Erina guarda i suoi muscoli luccicare di spuma e sudore, per dimenticare l’inquietudine. Ha capito dove stanno andando.

Se suo padre sapesse che sono lì sarebbe capace di ucciderli.
Sopra la Bocca il mare ha il colore della notte e fa venir voglia di distogliere lo sguardo, quasi che laggiù ci fosse qualcosa che aspetta di succhiarti l’anima.
Erina è inginocchiata nella canoa e gli spruzzi di spuma sulla schiena la fanno rabbrividire.
“Voglio trovarti una perla” ha detto Arava prima di tuffarsi, e lasciarla sola a litigare con la corrente. 

Il grande Tigre ama le acque profonde, perfette per tendere agguati; lì, visto dall’alto, il suo dorso screziato è perfettamente invisibile. 
Qualcosa ha disperso il banco di pesci pappagallo. Lo squalo compie una virata: anche se non conosce prede che si muovono a quel modo è curioso, e affamato – un maschio delle sue dimensioni non mangia spesso ma è passato del tempo dall’ultimo tonno.
L’uomo gli sfila davanti senza vederlo e lui spazza l’acqua con un colpo della possente pinna caudale, per seguirlo.

Un barracuda è schizzato via in un lampo metallico ma Arava ha continuato a tenere lo sguardo in basso. Tiene la mente vuota quando si tuffa, ché i pensieri e la paura consumano l’aria. Lì sotto non serve ragionare, e non esistono sciocchi.
La Bocca è un pozzo di inchiostro blu: è soffiando con quella che Dio ha generato il mondo.
“Ogni cosa davanti a te non è che un sogno di Tukeral, Colui che ha mosso la tempesta per trarre dal nulla il creato. Tutto viene dalla sua bocca e tutto vi fa ritorno quando ridiventa sogno. Tua madre lo ha fatto, e anche io e te non siamo che segni sulla sabbia che la marea cancellerà.” 
La voce di nonno Matahi si fonde al grido dei polmoni; presto avrà passato il punto oltre il quale non gli rimarrà abbastanza aria per poter tornare su. Ma Arava ha visto l’ostrica: è proprio sopra l’imboccatura, tra i coralli Pelle d’Angelo. Per quello è sceso fin lì. 
Solo quando trovano un posto riparato dai pesci balestra riescono a crescere così.
Si avvicina togliendo il coltello dalla cintura, poi s’accorge dell’ombra. 
Maou Tore Tore, un grande tigre. 
Alza il cesto per proteggersi e lo squalo lo urta appena, prima di scartare verso destra. Arava stringe forte il coltello – ora che lo ha annusato, lo squalo sa che è il più forte. Farà un giro largo e tornerà.
Guarda sotto di sé, e la Bocca lo osserva. 
“Nessun essere vivente può tornarvi prima di essere ridiventato un sogno.”
Forse neppure il grande Maou Tore Tore. 
Le parole del nonno rimangono indietro come piccole bolle, mentre Arava si lascia scivolare giù.

Ha afferrato un ramo di corallo. Rannicchiato tra le pareti di roccia ha guardato in alto: lo squalo non l’ha seguito ma ora deve tornare, non ha più aria né tempo. Arava esce dal nascondiglio ma nello stringere la fune rimane incantato a guardare l’enorme ostrica davanti a sé.
Non ne ha mai vista una simile in tutta la sua vita. 

Nessuno è mai restato sotto così a lungo, nemmeno Haeretua. 
La corda nelle mani di Erina è un serpente morto.
Arava non tornerà più.
È un pensiero semplice e terribile, e la cosa peggiore è aver sempre saputo che sarebbe finita così I suoi incubi hanno preso la forma di quella fune che stringe fino a farsi le nocche bianche. 
Erina china il capo sulle onde e la piccola lacrima s’appende alla punta del naso prima di cadere giù.
È in quel momento che sente il primo strattone.

Suo padre ha la mano sul cesto sgocciolante. “Dove sei stato?”      
“Volevo prendere una perla per Erina.”
La mano si è mossa talmente veloce che il bruciore sembra nascere dalla guancia di Arava.
“Non devi tuffarti! Mai più!”
Sapeva che si sarebbe arrabbiato, ma Erina è capace di fargli dimenticare la paura.
“Perdonami.”
“Dove?”
Arava sa che lo picchierà di nuovo, ma nonno Matahi dice che la verità è la fortuna più preziosa. 
“Alla Bocca”, chiude gli occhi in attesa del colpo che non arriva.
“Perle ce ne sono anche alla laguna, perché proprio alla Bocca?”
“Volevo prenderle…”
“Guardami Arava, perché?”
Il ragazzo richiude la bocca.
“Tua madre non è lì. Matahi vive di parole e disegni ma non è stato laggiù”, Haeretua alza il braccio anchilosato. “Io ci sono stato! Guardami: questo è quello che ho trovato.”
Arava prova vergogna nel piangere davanti a lui, ma ha appena capito di averla persa di nuovo. Anche la sua madre di sogno se n’è andata e loro due sono soli in quella capanna che puzza di alcol e disperazione.

È apparsa come un presagio, la barca degli stranieri. Non è la prima volta che la vede ma nessuno di quelli le aveva mai rivolto la parola. Erina ha alzato gli occhi sui loro capelli, simili a raggi di sole. 
L’uomo indica la perla che porta al collo. “Dove l’hai presa?”
Agli stranieri piacciono le perle; suo padre dice che stanno cercando di costringere le ostriche a produrle – hanno con loro un tipo con gli occhi a mandorla, uno delle isole fredde che sa come fare.
Lei ha portato la mano alla perla, come per nasconderla. Quando Arava aveva aperto quell’ostrica gigante era rimasta senza fiato; nessuno al villaggio ha mai posseduto qualcosa di più bello: pare davvero una lacrima divina.
L’uomo sorride. “Voglio solo sapere dove l’hai presa. In cambio ti darò questi”, si fruga in tasca e le porge due orecchini. 
Sono perle differenti quelle, la luce ci galleggia sopra come fili di tapasul latte.
Erina rimane a guardarle a lungo prima di allungare la mano. 
“Alla Bocca”, dice infine.

La barca degli stranieri scivola come una balena, ed è altrettanto grossa. Arava sente le voci uscire dalla capanna che chiamano cabina – usano parole strane, chiamano le ostriche Pinctadae ne parlano sempre. Le perle occupano i pensieri di quegli uomini magri dall’odore terribile che guardano ogni cosa, perfino il mare, come se volessero possederla. 
Ma loro gli hanno promesso di curare suo padre: le sue braccia torneranno forti come un tempo e sorriderà di nuovo. 
Così Arava si tufferà per loro, scenderà fin dentro alla Bocca e quando quelli vedranno le ostriche avrà rotoli di corda nuova, e reti, e coltelli; perfino uno strumento meraviglioso per togliere l’olio dalla polpa di cocco, per Erina.

È stato il rullo del tamburo ad attirarlo lì, ma ora che è vicino al villaggio Haeretua riesce a distinguere le melodie del flauto da naso. I danzatori luccicano di sudore e lui cerca tra i corpi nudi quello di Arava, prima di farsi largo tra le donne che distribuiscono gusci di cocco colmi di latte e frutta. 
Erina lo ha visto, ma ha subito voltato lo sguardo. 
“Dov’è mio figlio?” le chiede.  

“Il ragazzo è sotto da troppo.”
Il giapponese non dà segno d’aver sentito; chino sulle perle, ogni tanto ne solleva una come se non potesse crederci. Allora l’uomo gli mostra il cronometro. Il giapponese alza le sopracciglia e torna a fissare le perle.
L’uomo comincia a recuperare la cima: niente attrito, non c’è nessuno attaccato. 
Il povero figlio di puttana c’è rimasto seccoTocca di tornare al villaggio e trovarne un altro.
Disgustato, sputa la cicca del sigaro in mare e rimane a guardarla galleggiare verso poppa. Poi si sporge per vedere meglio.
C’è una canoa là dietro.

Haeretua si è fatto passare la fune e il peso e si è tuffato. Ha visto una manta allontanarsi da lui, prima di tornare a giocare con la corrente. Qualcosa ha preso a dolergli nella testa, un amo piantato nella nuca che s’affonda sempre più mentre scende. 
La Bocca gli viene incontro; lì fuori non c’è traccia di suo figlio. 
L’ha sempre spaventato quel buio, ancor più della profondità: è bastato avvicinarvisi per averne la vita distrutta. E ora dovrà entrarci per salvare ciò che ne rimane. 
Ha appena passato l’imboccatura quando lo vede. 
Arava ha entrambi i piedi puntati contro uno sperone di roccia, i suoi muscoli guizzano mentre tenta di liberare il braccio. Ha la mano imprigionata in una tridacna grossa quasi quanto lui. I suoi occhi chiedono aiuto ma è difficile concentrarsi, muovere le mani mentre il dolore ti morde la testa. Haeretua muove il coltello sulla corazza senza trovare il punto esatto. il braccio sembra di pietra; il corpo ha già cominciato ad arrendersi, eppure qualcosa nella sua mente si ribella. 
Stringe i denti spingendo ancora una volta: la lama s’incastra, poi affonda nella nicchia nascosta. Finalmente il pesante mantello di madreperla si schiude e può passare la corda sotto le ascelle del figlio, strattonandola con la poca forza rimasta. Poi le mani gli scivolano, ricadono inerti mentre Arava sale verso la luce. 
Nel cervello morente di Haeretua il sibilo del sangue è una canzone, la stessa che la sua donna cantava tenendogli la testa in grembo.Cade Haeretua, forma consumata che torna dove ogni cosa comincia, là dove i pesci sono ciechi e mostruosi e la luce è un ricordo talmente lontano da crederla sogno. 
Scivola dentro sé stesso, a grani, come la sabbia di una clessidra che aspetta di essere capovolta da troppo tempo; davanti agli occhi spenti brillano le infinite immagini che ha avuto in dono: il sorriso di Arava che stringe un pesce, le onde di notte incendiate dall’amore dei coralli. Le mani quadrate di suo padre il giorno in cui scolpì la sua prima canoa. 
Gli occhi di sua moglie. 
È per quelli che il suo cuore batte gli ultimi colpi, mentre cade. Poi tutto svanisce, tranne la certezza di essere finalmente fermo, avvolto dall’acqua d’improvviso tiepida, percorsa da un rombo costante. La vibrazione si trasmette alla sua pelle, carezzandola.
Sono morto. 
Allora è questo che si diventa: un grumo di pensieri imprigionati nell’oscurità per sempre. 
Ma anche il tempo è cambiato, non ce n’è misura in quella cella liquida dove tutto è bloccato, dove la disperazione si diluisce in un sogno senza fine e le sensazioni diventano una morsa che comprime, come se fosse incuneato in un passaggio sempre più angusto, finché lo spasimo diventa sofferenza e paura.
È una lotta dura quella di Haeretua, lunga come l’agonia di ogni fratello che l’ha preceduto oltre la porta, tanto che non sa da dove viene quella certezza.
Sto per uscire dal buio. 
È il suo ultimo pensiero, poi qualcosa lo libera dalla stretta oscura e lo solleva in alto, capovolto al mondo, prima di posarlo sul grembo madido della donna. 
Lei lo guarda e sorride; i suoi occhi sono di due colori diversi. Dopo averlo accostato al seno mormora tra le labbra morse a sangue la stessa canzone che lo ha accompagnato fin lì. 
Quella che Haeretua ha appena dimenticato.


Luca Alessandrini è un ex calciatore, ex edicolante, Tecnico di laboratorio analisi e, grazie all’insistenza di sua moglie, falegname, massaggiatore Shiatsu, intrecciatore di coroncine celtiche e martire in attesa di beatificazione. Vive in un borgo contadino sul fiume Conca attorniato da polli, mucche e maiali. E da una serie imprecisata di storie da raccontare. Grazie alla partecipazione a concorsi letterari ha pubblicato all’interno di due raccolte di racconti: “È sempre tempo di eroi”, “il Cerchio” e “Il ritorno del Re”. Recentemente ha vinto il concorso letterario della rivista Bref Cubia con il racconto “Muri.”
Ha pubblicato con le riviste Blam, Il paradiso degli orchi, Tremila battute, Voce del Verbo, Sguardindiretti, Narrandom,  Risme, Carie, Quaerere e Crack.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

3 commenti su ““La Bocca (Favola esotica)” di Luca Alessandrini”

  1. SANDRO DETTORI

    Luca Alessandrini ci regala spesso racconti che conquistano come una melodia sconosciuta che viene da lontano e, come i sogni che a volte riusciamo a ricordare, ci accompagna per l’intera giornata.
    Questo che ho appena finito di leggere è uno di quelli, a metà tra una fiaba e una di quelle leggende che vivono per sempre là dove c’è il mare.
    Non sono un critico letterario ma un incapace a scrivere recensioni, così posso soltanto ringraziare Luca per questa ultima perla che in attesa di essere conquistata riposava nella “bocca” della sua infinita fantasia.

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