Formicaleone

Verso la rovina. L’impossibilità di liberarsi del passato nel romanzo di Concetta D’Angeli

L’ho letto in cinque ore in un pomeriggio di pioggia, senza accorgermi che piovesse, Le rovinose di Concetta D’Angeli, ex docente della Scuola Superiore di Pisa, con all’attivo già due romanzi e tanti saggi. Lo dobbiamo alla giovane e promettente casa editrice romana Il ramo e la foglia, che l’ha pubblicato il primo luglio 2021. Mi sono ridestata dalla lettura e ho visto Perugia allagata. Questo è un romanzo vero e un vero romanzo – ho commentato tra me e me-. Vero perché i personaggi sono senz’altro il frutto di una lunga gestazione e si sente; sono come un pugno in faccia o una sferzata di vento in pieno inverno. Potrebbero esistere davvero – e il lettore ne è partecipe- Silvana e Clara. Due ragazze che si conoscono a Siena nel 1976 per un pretesto e si legano in una amicizia duratura che le unisce anche quando sono distanti. Provenienti da famiglie povere e disastrate e pur violente, loro così diverse sono reciprocamente necessarie. Silvana, bruttina e schiva, nutre l’ambizione di laurearsi in architettura a Siena, dove vive anche Clara che, incarnazione della bellezza femminile, abbandona subito gli studi e si mantiene con dei piccoli lavori. Bellezza prorompente, preda dei maschi, marchiata dalla violenza del padre, dalla morte della madre russa, mentre quella di Silvana è assente. Proprio della madre in fondo le due vanno in cerca. E cosa trovano? Clara un matrimonio ricco, vedrete se felice; Silvana un lavoro a Milano sgomitando tra gli uomini che le ostacolano la carriera. Clara la sessualità la conosceva; Silvana ne ha sentito solo parlare e questa sarà un difficoltosa scoperta. Non ha il codice linguistico e si rivolge a Saffo: la prima che abbia trovato il linguaggio per esprimere la sua omosessualità nel tiaso di Mitilene.

Mi restava da trovare un nome per quell’amore lì, quell’attrazione che non ci dev’essere. Durante la notte dai ricordi di scuola era emerso il nome di Saffo, una buona traccia, sicché quatta quatta, tenendomi ai muri più che potevo, andai in centro nell’antica Casa della Sapienza dove stava pure la biblioteca comunale degli Intronati. Senza chiedere indicazioni (non sia mai che i sorveglianti mangiassero la foglia), dopo ripetuti giri a vuoto individuai il dizionario biografico della Treccani e, conquistato il volume della S, mi sedetti a leggere.

“Saffo. Poetessa greca di Lesbo (fine sec. VII – prima metà sec VI a.C.”

Siamo negli anni ’70 e, nonostante le conquiste civili, le donne ancora faticano a trovare la propria espressione e il proprio riconoscimento sociale. Silvana incarna, nonostante la timidezza e la ritrosia a verbalizzare, un certa determinazione a scoprirsi e ad avanzare in ambito lavorativo e sentimentale. Gutta cavat lapidem, direi, ma viene, ahinoi, travolta dalla disgrazia da cui come lettrice sono stata profondamente travolta. Non spoileriamo! E’ Lei che sostanzialmente narra le vicende con una lunga analessi, in cui i ricordi da sopiti le si rendono vividi, anche se è presente la narrazione in terza persona, la parte epistolare e quella memoriale. A lei, donna sessantenne in quel di Siena, con un lavoretto, si aprono scenari che pensava ormai dimenticati: lentamente per un giorno e una notte, con l’aiuto dell’amica Dorina, ritesse la sua amicizia con Clara che, pur bellissima (a dir poco!), rimane , per volontà dell’autrice, secondaria. E fece bene! La bellezza è un dono misterioso e tale va lasciato, D’altra parte, chi sa che esistenza conduce in Salento da donna sposata? Lo leggerete. Quel che è certo è che sposa Lorenzo Annibaldi, figlio di una nobilissima e ricchissima famiglia senese, con un passato burrascoso perché coinvolto nella lotta armata delle Brigate Rosse. Con quale funzione non è dato sapere, nonostante la digressione metanarrativa della scrittrice, in cui ci illumina riguardo al suo passato.

E’ un vero romanzo, dicevo all’inizio, perché di struttura solidissima, che tiene insieme la storia con i suoi non facili cambi di punti di vista. Per me, un romanzo degno, pur in questi tempi di dissoluzione di questo come di tutti i generi letterari, deve presentare una struttura che regge da qualsiasi angolo lo si guardi. Qui si tiene in piedi un plot , scandagliato soprattutto in chiave psicologica, con un grosso interrogativo: che fine fa la memoria? Domanda che mi pongo da sempre e che anche mi attanaglia, perché il passato sembra archiviabile e cancellabile passando ad altre esperienze, ma così non è! Ci diamo la possibilità dell’oblio strutturale alla vita, ma “Ci liberemo mai di questo passato? Esso giace sul presente come il corpo morto di un gigante”. Questo è un aforisma di Nathaniel Hawthorne riportato ad apertura del terzo capitolo, coerentemente con passi di autori famosi in alto a tutti i capitoli. Anche questo mi è piaciuto: una essenziale sintesi dello stesso, secondo la modalità ottocentesca.

Questo aforisma, in specie, fa da collante a tutta la storia: qui nessuno riesce a liberarsi del passato. Né Silvana, né Clara, né Lorenzo. Sono tutti i protagonisti la risultante di questo, che ha marchiato le loro vite, seppur con effetti diversi.

Esattamente come su di noi grava il passato degli anni di piombo, che il P.C.I ha archiviato come “i compagni che sbagliano”: questi anni fanno da fondale alla storia. Sono presenti attraverso Lorenzo, ma arrivano attraverso giornali, radio, televisione. Ogni giorno un attentato, come anche si legge nella corposa cronologia a corollario che registra ogni giorno dal 1976 al 1988 le stragi ad opera dei movimenti armati e dalla mafia. Dati che ci inducono a riflettere sulla gravità di quei fenomeni, che hanno dilaniato e insanguinato la Nazione, storia con la quale non si fa ancora i conti, portati come siamo freudianamente a rimuovere, per non accertare le vere responsabilità, perché tutti gli organi di Stato ne furono coinvolti. Così trattiamo quegl’anni come un granello di sabbia negli occhi, e invece è trave.

La scrittrice ridà, con la sua penna sapiente, con il suo periodare anche solenne, che conosce il congiuntivo, insomma, la stessa atmosfera di quegli anni plumbei, che ho vissuto da adolescente, che ella mi ha rivitalizzato, ponendomi di fronte a interrogativi dimenticati, a circostanze obnubilate e richiamando la storia al suo ruolo di fare chiarezza. Chiarezza che non c’è per volontà di molti. Credo che la letteratura si debba interessare anche a questo. E la D’Angeli superbamente lo fa, intrecciando storie private a quelle pubbliche, che si rivivono anche attraverso Silvana particolarmente sensibile alle tematiche contemporanee, mentre cerca con tutta la fatica del caso di trovare una collocazione in questa vita.

Nel contempo entrambe le ragazze sono sui generis, l’una timida ma in fondo tenace, l’altra disinvolta ma neghittosa. Cercano di trovare uno spazio, anche alla cieca, com’ è ricorrente nell’adolescenza di quegli anni (oggi i giovani in fondo sono conformisti) con quel tanto di commovente inconsapevolezza. Poi dicono che la giovinezza è il periodo aureo! Non dimentichiamo, come dicevo, che in quel decennio in cui si dipana la storia si conseguono grandi conquiste civili: Approvazione del divorzio nel 1970; abrogato il divieto dell’uso e della propaganda dei contraccettivi nel 1971; la riforma del diritto di famiglia con la parità di generi nel matrimonio e la cancellazione del delitto d’onore nel 1975; abrogazione del divorzio nel 1978.

Nonostante queste, le donne ancora faticano; lo sa Silvana che rifugge il cliqué del matrimonio e dell’uomo capo di famiglia; in questa trappola cade invece Clara. E vedrete.

Un’opera multiforme quella di Concetta D’angeli che tiene serratamente insieme pubblico e privato, con un’indagine della psicologia specie femminile, con comparse più o meno durature di donne che aiutano le donne, ma si possono salvare le rovinose? Ve ne consiglio la lettura che mi ha portata verso un altrove, diverso da me eppur affine, per un intero pomeriggio di pioggia, sì dà confondere realtà e fantasia. Stasera non piove ma il mio tempo si è fermato a quegli anni di piombo in compagnia della triade senese.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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