Formicaleone

Annalisa Bruni risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

La fame, già, caro John, la fame: come quella patita davvero fino alle estreme conseguenze dal protagonista dell’omonimo romanzo di Knut Hamsun che tanto ti aveva colpito e in cui ti sei immedesimato e riconosciuto. Con la differenza che a trascinarti per le strade, senza un soldo e affamato, non ti sei ritrovato in una Christiania gelida, abbacinante e bianca di neve, ma in una Los Angeles arida e torrida, come in uno strano contrappasso. Ma il gesto di alzare il pugno al cielo con rabbia e furore, con scherno e sfida verso il destino, quel gesto del tuo Arturo Bandini in Ask the Dust, era lo stesso di quel delirante giovane scrittore norvegese. Non hai fatto la sua medesima fine, però, per nostra fortuna, John caro, e hai continuato a scrivere, te la sei cavata, in qualche modo, perché quella era la tua vocazione e il tuo più intimo desiderio.

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

Caro John, qui tocchi un tasto molto delicato, con me, e conoscendomi, avresti dovuto evitarlo. Sai bene che anch’io sono in stallo, che le mie storie sono come congelate in questo isolamento tetro e carico di ansia, senza alcuna prospettiva immediata. Anche leggere mi risulta spesso difficile, la concentrazione va e viene, i pensieri deragliano di continuo verso derive fosche e angoscianti, figurati scrivere. Non riesco a dedicarmi ai miei personaggi, a dare loro ascolto, a seguire le loro vite in un mondo che mi sembra così distante, così irraggiungibile, che non riconosco più. Passerà mi dico, ma allo stesso tempo so anche che, al contrario di quanto scrivi tu, non sarà così presto.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

Caro John, lasciatelo dire, hai fatto lo stesso errore di Dorothy Parker, sei andato a sputtanarti a Hollywood, come avrebbe detto Salinger (ah, se tu avessi fatto tesoro di quanto lui dice del fratello del suo giovane Holden!), hai messo la tua scrittura al servizio del cinema, scrivendo pagine e pagine di cui sullo schermo rimaneva poco a o nulla e ce l’hai raccontato benissimo, con il tuo consueto sarcasmo graffiante, autoironico fino alla flagellazione, nel romanzo  Dreams from Bunker Hill.
Ti sei trovato a ripetere un percorso già noto, che dopo il buon successo, dei tuoi romanzi pubblicati tra il 1938 e il 1940 –  libri  che ti hanno portato ad essere tradotto, per esempio, anche in Italia, fin dal 1941 – ha poi segnato un declino inesorabile. In quegli anni eri considerato uno degli scrittori americani più interessanti. Poi, più nulla. Cos’è successo? Sei scomparso. E lo stesso iter ha subito la tua fama come sceneggiatore: grande e immediata subito, poi la triste decadenza, l’alcolismo, il diabete che ti costerà, negli ultimi anni di vita, anche l’amputazione di un piede e la perdita, ancor più dolorosa, della vista. Ne valeva la pena? Certo, non hai fatto più la fame, ma a che prezzo.

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

Ah, caro John, se fossi qui, ora, credo che troveresti molto peggiorata la situazione riguardo l’oscenità e  l’arroganza non solo di certi ambienti, ma della maggioranza delle persone. Se solo frequentassi il web, per esempio, i social network (chissà come li avresti vissuti tu, me lo chiedo spesso), ti arrabbieresti moltissimo leggendo le volgarità, l’aggressività che si scatena e  si manifesta dietro la maschera di un nick name. Ci sono, certo, persone splendide, raffinate e cortesi, ma fanno parte ormai di una specie in via di estinzione, che pare non sappia  più riprodursi. Invece gli imbroglioni  e gli impostori proliferano e, quel che è peggio, si dedicano alla politica che è diventata, per usare un aggettivo dei tuoi, davvero miserabile. Non ti piacerebbe questa Italia, credo, no.


Annalisa Bruni. Veneziana, pubblicista, per molti anni funzionaria alla Biblioteca nazionale Marciana. Ha pubblicato le raccolte di racconti: Storie di libridine (Edizioni della laguna, 2002), Altri squilibri (Helvetia Edizioni, 2005), Della felicità donnesca e altri racconti (Nova Charta, 2008); con Cleup Tipi da non frequentare (2013), Langenwang ovvero Il disastro della puntualità (con S. Pittarello, 2015), Tipe da frequentare (ma per quanto?) (2016), Anch’io mi ricordo. Tra Venezia, Mestre e dintorni (2019), Skyline (2020). Nel 2015 ha pubblicato, sempre con Cleup, la silloge di poesie Andando a capo (prima di finire la riga).
Suoi radiodrammi sono stati prodotti da Radio RAI 3, la Radio nazionale croata e la Radio Ceca. Suoi racconti sono stati pubblicati in molte antologie. Scrive recensioni letterarie e cura cicli di incontri con l’autore. Ma soprattutto ha una passione smisurata per John Fante.

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