Formicaleone

“Il dono” di Mattia Cecchini

Poi compare la luna, la grandine picchia sui tetti delle auto, i passanti calpestano le strade fradice; ed Elisa si scosta dalla finestra, lasciando una nuvola di fiato sul vetro.
Va verso il divano, gira attorno al tavolino con gli scacchi di Luigi e si siede. Soffia sul fumo della tisana e ne beve un sorso, che le brucia le labbra. Si scioglie i capelli. Posa la tazza sul tavolino, tenendola con tutte e due le mani, attenta a non spostare i pezzi degli scacchi. Vive a casa di Luigi da tre mesi, da quando hanno scoperto che è incinta. Ha cenato da sola anche stasera, come martedì scorso. Luigi l’aveva chiamata dicendole che il consiglio d’amministrazione sarebbe durato ancora molto, non doveva aspettarlo.

Elisa appoggia la mano pallida sulla pancia e sussurra:
«Non vedo l’ora che tu sia qua. Ti voglio già bene.»
«Io non saprei» risponde timida una voce.
Elisa salta in piedi. Con le ginocchia urta il tavolino; alfieri, torri e pedoni rotolano sulla scacchiera, mentre la tazza cade sul tappeto. Qualcuno le ha appena risposto.
«Chi c’è?»
«Non c’è nessuno» risponde la stessa voce.
Elisa gira attorno a sé, guarda i cantoni del salotto e sono tutti vuoti, anche dietro le tende non si vede nessuno.
«Perché dici che mi vuoi bene se nemmeno mi conosci?»
Elisa si risiede sul divano, guarda la pancia come se fosse un pozzo buio da cui può venir fuori un abominio, e balbetta:
«Ma sei tu?» si sente stupida anche solo per averla pensata una domanda così.
«Sì, sono io… qualunque cosa voglia dire.»
Elisa mette a posto i pezzi sulla scacchiera, confondendo pedoni e torri, raccoglie la tazza e bisbiglia fra sé:
«Va tutto bene, è normale sentire le voci in gravidanza, va tutto bene, respira…»
«No che non è normale, ma puoi ascoltarmi lo stesso.»
Elisa scalcia le pantofole e rannicchia le gambe al petto, le abbraccia, e con la testa piegata chiede:
«Cosa dovrei ascoltare?»
«Volevo solo chiederti un favore, un favore semplice.»
La voce si ferma, pare stia riflettendo, oppure che sia sparita.

«Abortisci. Io non voglio nascere.»
Elisa schiaccia le mani sulle orecchie.
«Basta, basta!»
«Ma non è possibile, non ti si può dire nulla.»
Si piega in avanti, come se avesse una pietra al collo, e ricomincia a gridare:
«Sono matta. Sono impazzita.»
«Non sei impazzita. Però sei matta.»

La voce smette di nuovo di parlare. Elisa, con le orecchie rosse, va in cucina e accende il fuoco sotto la teiera. Mentre aspetta, si sciacqua il volto con acqua gelida. Ritorna sul divano, con la frangetta che gocciola, e posa la tazza di nuovo fumante accanto agli scacchi. Incerta, con le braccia conserte e la voce guasta, domanda:
«Perché mi hai detto che sono matta?»
«Ti pare normale mettere al mondo un figlio?»
«Beh sì, direi di sì.»
«Questo è già un problema: mi hai risposto subito. Non ti sei presa neanche il tempo di pensare alla mia domanda.»
«Ma io ci ho già pensato. È da anni che voglio avere un bambino e Luigi…»
«Ecco un altro problema, anzi altri due: tu vuoi avere un bambino.»
«Che significa?» Elisa si accarezza la pancia, come per consolarla.
«Tu dici “voglio avere un bambino”, ma dovresti sentire di voler essere una madre.»
«E c’è differenza?»
«Certo che c’è. “Avere un bambino” è solo un tuo capriccio: è un bisogno tutto tuo di possedere qualcosa, in questo caso qualcuno. È la voglia di arricchire la tuavita. Invece, se vuoi “essere una madre”, dovresti prima di tutto sentirti in colpa.»
«Per cosa?»
«Perché stai costringendo un minuscolo pezzo di carne a vivere, e perciò anche a soffrire. Dovresti sentirti in colpa perché, per farti perdonare questa imposizione, non basterà mai tutto l’amore che potrai dargli. E nonostante questo, continuare ad amarlo.»
«E qual è l’altro problema?»
«Tu vuoi avere un bambino. Ma se il bambino non volesse te?»
Elisa scatta in piedi, cammina frenetica per la stanza, come un matto nella sua cella, si massaggia le tempie e ripete fra sé:
«Non sta succedendo, non è reale, sei solo stanca.»
La voce insiste:
«Perché fai così? Neanche mi conosci, cosa ti costa abortire?»
«Perché dovrei abortire? Pensi che io e Luigi non saremo dei buoni genitori?»
«Non è questo il punto.»
«E allora qual è?» gracchia Elisa.
«Il punto è che voi due, prima di essere genitori, siete esseri umani. Perciò intorno a ognuno di voi, come un mantello, ci sono i vostri problemi, le vostre disillusioni, le vostre sofferenze e le vostre intolleranze. E mischiandovi fra di voi, legando assieme i vostri mantelli, non potranno nascere che incomprensioni, non potranno che amplificarsi i malumori. Io mi rifiuto.» 
«Ma la vita, purtroppo, è anche questo a volte.»
«Ed è anche per questo che a me, purtroppo, la vita fa sempre schifo.»
«Però nella vita che ti aspetta ci saranno anche le nostre carezze, i nostri abbracci quando tornerai da scuola, i miei baci, e quelli di tuo padre che ti piccherà con la barba. Ci saranno le vacanze al mare e il tuo corpo abbronzato, coperto da granelli di sabbia. Disegneremo insieme, ti insegnerò a dipingere con gli acquarelli, mentre con tuo papà imparerai a giocare a scacchi.»
«Ma io non lo voglio tutto questo. Non voglio niente, non ne ho bisogno.»
«Come fai a dirlo?»
«Perché venendo al mondo, obbligato a vivere, sarò anche costretto a soffrire. Qualche volta di più, qualche volta di meno, magari per nulla per alcuni mesi, mentre per settimane intere desidererò strapparmela via questa maledetta vita che mi vuoi dare. E per me non esiste nulla che possa valere anche una sola ora di sofferenza della mia vita. Anche per questo io mi rifiuto di vivere.»
«Il tuo è un modo molto egoistico di vivere, o di non vivere» dice Elisa, con il tono compiaciuto di una sentenza.
«Il mio è un modo egoistico di vivere? Il tuo! Brutta ipocrita.»
«Stai calmo.»
«Tu vuoi farmi nascere in un mondo già cariato dai problemi, talmente infestato dalla violenza che l’unico modo per non trovarla è chiudere gli occhi. E io sarei egoista? Tu cosa sei allora, che mi imponi di vivere in questa fogna di mondo, senza aver risolto nessuno di quei problemi se non quelli strettamente necessari, cioè quelli che riguardano te in prima persona. Tu che vuoi darmi in eredità, prima di morire, questa stamberga marcia di drammi chiamata mondo. E io devo per forza accettare la tua eredità tossica senza controbattere. Altrimenti sono anche egoista. Tu che vuoi donarmi una vita da spendere sotto un’unica legge: schiaccia il più debole, perché chi schiaccia vince, e vive, mentre chi è schiacciato perde, e muore.
«Aspetta…»
«Tu stai qua, seduta al calduccio sul tuo divano, ma quanti ce ne sono, sdraiati per terra, che muoiono per il freddo? Tu sei libera di scegliere con chi andare a letto, ma quante sono quelle stuprate da carnefici perversi? O quelle date in sposa a dodici anni? A te, da bambina, hanno raccontato la favola della cicogna, oppure dell’ape, del fiore e del polline, ma quanti bambini hanno invece scoperto e subito, senza averne idea di che cosa gli stesse accadendo, la violenza sessuale? Tu hai ventotto anni, e dai per scontato che potrai continuare a campare finché non sarai troppo vecchia, ma quanti sono quelli più giovani di te, o più grandi di te, inceneriti nei campi di concentramento, sterminati nei genocidi, gettati e dimenticati nelle fosse comuni, che davano per scontato solo di crepare? Capisci che il mondo in cui vuoi farmi nascere è anche questo?» 
«Ma cosa dici, mica ci si può caricare di tutti i problemi del mondo. Qui sei tu quello pazzo.»
«Certo, non ci si può caricare di tutti i problemi del mondo, è vero. Ma non si può neanche pretendere di venire al mondo, prendere consapevolezza dell’esistenza di questi problemi e poi, disarmati, arrendersi all’impossibilità di risolverli. Lo detesto il mondo che vuoi regalarmi, mi fa schifo sapere che non c’è verso di farlo funzionare. E mi fa ancora più schifo pensare che si continui, senza sosta e accecati dagli orgasmi, a fornire altra carne da macello a questo mondo. Io mi rifiuto. Se io non posso risolvere quei problemi, che cosa vengo a fare? A godermi che cosa? Non c’è godimento, in nessuna vita, che valga lo stomaco di un bambino che si spezza e muore di fame.»
«Tu sei fuori di testa. Ti farò curare.» 
«Ho solo scelto di non voler far male a nessuno. Se non posso risolvere quei problemi, indirettamente, sto già facendo del male a qualcuno. Quindi te lo richiedo, per favore lasciami morire. La mia cura è l’aborto.»
«Sei proprio un bambino» Elisa piega le labbra in un sorriso fiacco. «Dici che non vuoi fare del male a nessuno, però mica ti rendi conto che se io abortissi, come mi stai chiedendo di fare tu, allora faresti del male a me.»
«Non lo so se sono un bambino, ma tu ragioni come un’adulta che non è mai cresciuta.»
Elisa prende la tazza e ingoia con una smorfia un sorso di tisana, ormai tiepida.
«Lo so bene che chiedendoti di abortire ti faccio del male, ma non sono certo io la causa di quel male.»
«E chi sarebbe allora, io forse?»
«Certo che sei tu» la voce si arresta per pochi secondi. «Vedi, spesso dopo un incidente stradale, dove qualcuno perde la vita, i giornali e le televisioni titolano così: “strada assassina”. La strada sta là immobile, ce l’hanno messa gli uomini, non ha chiesto niente a nessuno e anzi, in silenzio, deve pure sopportare tutte le macchine che la calpestano, sporcano, rovinano. D’altronde è stata messa là apposta. Ma se quando si corre con la macchina si è ubriachi, o distratti dalla telefonata dell’amante, e all’improvviso ci si scontra contro un camion o si travolge una bambina sulle strisce, cos’altro può fare la strada se non uccidere? La strada è assassina?, allora è un’assassina inerme, ma non è certo lei la causa di quei mali. Non è lei che ha ubriacato il guidatore, non è lei che ha telefonato fingendosi l’amante. Ecco, io sono come la strada.»
«Quindi? Cosa stai cercando di dirmi?»
«Ti sto dicendo che capisco che abortire sia una sofferenza, ma non sono io a causartela. Io sto solo esprimendo il mio desiderio, il mio unico desiderio, ti sto chiedendo di non nascere perché non voglio sopportare questo mondo, nessun mondo, e te lo sto chiedendo perché sei tu che hai deciso di donarmi una vita. Tutta questa sofferenza è causata solo da te che non ti sei mai chiesta se io avessi voglia di nascere. Può capitare, non importa, però ora ti chiedo, per favore, di rispettare il mio desiderio di non vivere.»Sei mesi dopo, stringendo la mano di Luigi, con i capelli sudati appiccicati alla fronte, Elisa sente una testa viscida sbucarle dalle gambe. Dopo la testa, vengono fuori le spalle e, con un’ultima spinta, tutto il resto del corpo. L’ostetrica solleva la bambina come se fosse un trofeo:
«Una femminuccia!» grida.
Elisa, con i capillari degli occhi crepati in tante piccole ragnatele di sangue, guarda la figlia.
La bambina strilla. Si dimena e pare che voglia scappare. Piange come se un’ultima speranza gracile si fosse appena incenerita.
“Chissà se è normale che una neonata, appena venuta al mondo, pianga inconsolabile. Non sarà mica un avvertimento per chi le sta intorno? La mia bambina inizia ora la sua vita e l’unica cosa che sa già fare, per istinto, è piangere. Forse significa che sarà proprio il pianto l’unico istinto che non dovrà mai scordare, quello che dovrà sempre adoperare, dall’inizio della vita alla fine della morte. Che cosa ho fatto?”
Luigi, con la voce pietrosa, interrompe i pensieri di Elisa:
«Amore, io vorrei chiamarla Gaia.»


Mattia Cecchini nasce a Città della Pieve nel 1992 e ci vive solo per qualche giorno. Si laurea nel 2014 in Tecniche di radiologia medica e nel 2017 si trasferisce a Berlino. Lavora in un ospedale vicino allo zoo e partecipa a vari laboratori di scrittura. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati quest’anno su Rivista BlamSplit,Pastrengo,Il mondo o nienteTremila battuteGrande Kalma. Altri racconti saranno pubblicati nei prossimi mesi su Narrandomed Eterna. Con il racconto “La coscienza di zero” è arrivato secondo all’XVIII edizione del Premio Letterario Nazionale Bukowski, mentre il racconto “Sconfitte” ha vinto la I edizione del Premio Letterario L’Avvelenata. Pensa di aver scoperto i libri di Giuseppe Pontiggia troppo tardi ma al momento giusto.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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