Formicaleone

Dobbiamo salvare i paesi.

Dobbiamo salvare i paesi, dicono, e poi dicono ancora, dobbiamo salvare l’Appennino. 
A giusta ragione rifletto; che ne sarebbe di tutti quei paesi abbandonati, restituiti alla natura, lasciati a sfaldarsi, vederli crollare pezzo dopo pezzo mentre le ultime persone scappano verso una vita solo all’apparenza migliore?
Soppeso i concetti come sorseggiassi una bevanda mai assaggiata, faccio filtrare ogni singola parola e me la rigiro nella mente, cerco un punto debole che possa invalidare l’affermazione iniziale, non ne trovo. 

Durante l’estate ho occasione di conoscere e poi ascoltare Maurizio Corrado; certe sue affermazioni, così semplici eppure così vere, sono spiazzanti, quasi una rivelazione tanto sono potenti. Sembra una dichiarazione eccessiva, dettata dal momento e dalla mia particolare propensione, non è così.
Leggo nei giorni successivi il suo «Architettura del dopo», Derive e Approdi, 2020 e nella parte introduttiva, nelle prima pagine, riporta dei concetti, riferiti a temi ancor più ampi di quelli appenninici – seppur in qualche modo strettamente correlati –, che accende un’altra delle tante e famose lampadine che nemmeno sapevo di avere.

Riporto parte di un paragrafo dove si dice «Uno dei mantra consolatori più ricorrenti di questi anni è: Salviamo il mondo. Tutto viene fatto per salvare il pianeta, dalla scelta del balsamo per capelli a non stirare i vestiti per non contribuire al riscaldamento globale (…). C’è un effetto gratificante notevole nell’idea di salvare il pianeta».  A tutto ciò Corrado replica, e qui riprendo interpretando quanto scrive, «C’è un problema però: siamo sicuri che al pianeta interessi essere salvato? Perché a ben vedere e a conti fatti non sembra averne alcun bisogno. Il pianeta è tutto fuorché moribondo e nei suoi miliardi di anni di vita ha visto nascere molte specie e poi le ha viste estinguersi»

Corrado non finisce certo così, e riga dopo riga, giù a spiegare come non sia il mondo a dover essere salvato ma noi, razza dominante – e che, senza vergogna o remora, si considera tale –, che vorremo solamente salvare noi stessi. Meglio sarebbe conclude, anche se a farlo concludere sono io perché Corrado continua in un bellissimo libro a raccontare anche altro, trovare un modo diverso di raccontare e catalogare questa prova che ci attende.

Definire, in linea generale, un modello sostenibile e perseguibile senza doverci necessariamente trasformare in supereroi pronti a sacrificarci per la salvezza dell’uomo e del mondo. Questo modello deve esserci, e se non c’è ancora, deve essere immaginato e poi inventato. È la parola «immaginazione», legata alla capacità di creare soluzioni, inventare nuove storie, strategie, strumenti a dover essere centrale in ogni ragionamento.

Sono questi luoghi consapevoli della loro fine? E se lo fossero, possono esserne interessati?
Che le pietre, sapientemente amalgamante a formare un muro, e le travi, appoggiate a sostenere il tetto, tornino ad essere un ammasso confuso di detriti, invasi di rovi e animali, può cambiare la loro percezione del momento e del luogo?

Prendendo spunto da quanto detto mi chiedo se gli stessi argomenti non possano essere applicati al mondo appenninico e al deserto che velocemente ingloba luoghi e paesi che fino a pochi decenni fa godevano di vitalità e futuro. Sono questi luoghi consapevoli della loro fine? E se lo fossero, possono esserne interessati?
Che le pietre, sapientemente amalgamante a formare un muro, e le travi, appoggiate a sostenere il tetto, tornino ad essere un ammasso confuso di detriti, invasi di rovi e animali, può cambiare la loro percezione del momento e del luogo?

Può quel cumulo indistinto – erbacce, ortiche, e poi pietre, e ferro, e malta –, interessarsi al proprio futuro? E soprattutto sentirsi abbandonato, dimenticato e in pericolo?
Difficilmente potremmo trovare il modo di rispondere affermativamente.
Solo se credessimo al genius loci allo spirito del luogo – e di certo abbiamo molta sensibilità per credere –, potremmo provare compassione, dispiacere e un senso di vuoto nel vedere quello che era non essere più. E allora, con la necessaria premessa è giusto affermare che il vero motivo per cui si vuole fermare l’abbandono, contenere la fuga, far tornare a vivere i paesi è legato alla nostra stessa esistenza e anche al nostro egoismo. È la nostra volontà, siamo noi come essere umani, uniti in una società e appartenenti a un gruppo a non voler perdere un qualcosa che fa parte del nostro passato, della nostra storia e dei nostri ricordi. Da quelle altitudini proviene la maggior parte di noi e a partire da quelle zone si è difeso e unito la nazione.
Comprensibile si voglia preservarli.


Eppure il volere non basta, serve potere, nel senso di poter fare, e un’idea, un sogno che possa essere l’avvio di un nuovo modo di vivere e abitare; di proclami, formule vincenti, storie positive costruite ad arte per vendere e catturare l’attenzione, magari soldi e finanziamenti, non se ne può più. Hanno stancato, sono state inutili e forse utili nemmeno lo dovevano essere. Hanno attirato una vacua attenzione, durata il tempo di una chiacchierata, di un articolo di giornale, della chiusura da lockdown, poi sono volate via, leggere.
Serve una riflessione nuova, un’idea da definire rivoluzionaria.
Serve per staccarci da una narrazione fiacca, incapace, autoreferenziale.
Serve un’immagine, un disegno, una caricatura in grado di attirare un’attenzione duratura, continuativa, costante, attenta, seria.
Serve un’immagine capace di stravolgere e incuriosire, decisiva nel raccontare il passato e descrivere il futuro.
Quanto abbiamo fatto fino a oggi non è sufficiente, non è stato sufficiente. 
E allora dico, le parole nuove devono essere «immaginare» e «stravolgere», cambiare radicalmente il modo di pensare l’Appennino le aree interne. Si deve osare, solo così potremo trovare una nuova via, un nuovo sentiero che, seppur ricco di insidie e difficoltà, porti chi vorrà seguirlo verso un nuovo modo di vivere.
Io questa idea stravolgente non sono ancora riuscito a trovarla, nemmeno mi aspetto che succeda. Credo servano tante teste, molte parole, tanti confronti. Da questo articolo, se vorrete, potrebbe nascerne uno.


(Foto di Oreste Verrini)

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