Formicaleone

IN BOCCA ALLA RANA

Adesso vi vorrei raccontare una storia, non molto diversa da quelle che si raccontano ai bambini. Oh, certo v’impressionerete, ma dalle mie parti è normale essere invitati a pranzo dentro la bocca di una rana. Funziona che tutti diventiamo piccoli e quando finiamo di mangiare lei ci sputa e torniamo grandi (giuro che alla fine vi svelo il trucco). 

Nella bocca di una rana c’è un tavolo lungo, di legno non molto pregiato; le pareti sono come quelle di una casa, appena imbiancate e ricoperte di piccoli quadri; non ci sono finestre, solo luci artificiali, e le donne apparecchiano con bicchieri e piatti di plastica. Poi uno si siede e ringrazia, così: ringrazia il capotavola e la rana, che nel frattempo ha chiuso la bocca per non far entrare corrente. 

Quando c’è freddo, bbbrrrrr, e voglio dire durante l’inverno, tutte le rane hanno la gola arrossata per regalare un po’ di tepore agli ospiti. 

A me capitò tante volte di mangiare dentro la bocca di una rana. Dico sul serio! Cosa? Non mi credete? Leggete qui allora. 

Certa e inaspettata gente di cui ho smarrito l’indirizzo – ma per questo non mi strapperò i capelli – era così prodiga di gentilezze da invitarmi ogni domenica. Lo faceva di continuo e quasi si offendeva se talvolta evitavo. Suppongo avesse un qualche interesse per via di un organetto da piazzare al miglior offerente. Direte: perché proprio io? Beh, certe cose hanno ragioni lontane che si farebbe prima a chiamarle destino. Eppure uno che ne sa? Certo non pensa all’inganno se lo invitano dentro la bocca di una rana.  Non c’è malizia, non c’è perfidia, si penserebbe ingenuamente! E invece sì che c’è. E pure tanta, tutta quella che il mondo può fabbricare. E anche di più.

Se non ricordo male il mio posto era accanto a un tizio dalla parlata ubriaca tuttavia lucida nel definire “persi” taluni giovanotti. La vacuità di questi era, a suo dire, tutta racchiusa nella barbetta umidiccia e nella mancanza di arcigni pettorali con i quali aggredire lo specchio di casa e ripetere un’odiosa filastrocca, che, sempre se non ricordo male, faceva così: ichhh ssann nììì. Quest’uomo, per nulla rispettabile, anzi direi proprio detestabile, si faceva servire riso in bianco e insapore: mangiava poco pane e beveva solo vino ghiacciato o qualcosa di simile al vino ghiacciato. Era l’ultimo a entrare e il primo a uscire dalla bocca della rana. Niente lo faceva sembrare gradito agli altri commensali. 

La cosa certamente più singolare è che dentro la bocca di una rana nessuno conserva le sembianze umane. Oltre a rimpicciolire si cambia d’aspetto, devo dire in maniera anche piuttosto bizzarra. Così, l’uomo di cui sopra, perdeva le sue fattezze per diventare una provola. Sì, avete capito bene: uno di quei formaggi a goccia e col cappuccio come un ombelico rovesciato. 

Di fronte al mio posto, poi, c’era una grandiosa mammella di tanti chili e altrettanta noia; un po’ svogliata, forse appesantita dall’indolenza di un corpo improprio, mangiava attraverso un allungamento della corona sul piatto. Il verso che le vostre stesse orecchie possono sentire con buona immaginazione faceva pressappoco così: pluff, ploff, plaff, pluff, ploff, pluff, plaff. Diamine di una baldracca: era davvero imbarazzante posare gli occhi su quell’enorme carnazzo pulsante, se non altro perché veniva voglia di gnoiff gnoiff (che vuol dire suppergiù mungerla), e non era per niente garbato gnoffarein bocca a una rana. Di domenica, poi! Che scandalo per quella gente di Chiesa che qualche ora prima aveva ingoiato ali di spirito santo per poi ruttare spicchi di cipolla qualche ora dopo! 

Ancora alla sinistra della poderosa mammella sedevano due spiritelli fatui, accesi di luce diafana, pallida, dallo sguardo atterrito come se l’uno avesse avuto spavento di sé specchiandosi nella faccia dell’altro. Non avrei saputo circoscriverne il grado di parentela, se c’era o non c’era, ma ritengo plausibile un vincolo di sangue benché nella bocca della rana – è risaputo – non esistono legami. 

E poi che spettacolo quelle altre con il labbro che se ne stava penzoloni sulla faccia! Erano diventate di colpo due molari grandi quanto una valigia, ma che dico: di più! e masticavano, ahi, ahi, ahi, spiaccicando polpette contro la base della sedia dov’erano precariamente alloggiate, e parlavano di cose sconce tipo certe uccellate che a tavola non si possono dire perché i bambini fanno domande. 

Allora il capotavola era uno stantuffo che andava a rutti, spash pish sposh spashcristassshhh, cilindrico di forma, dal collo ai piedi; la comare una lumaca senza guscio, viscida, piena di aghi infilzati al ventre, e quell’altro un moscone goffo con le ali di nylon bucherellato, e la moglie una tazzina di caffè che parlava con una vocina stridula e un pochino osé: e gnegnegneè e gnegnegneè e gnegnegnè…

Io pure cambiavo dentro la bocca della rana. Non so come, diventavo un cane a pelo lungo, grasso e accomodato, anche un po’ tutto addormentato, e mi mettevano accanto all’organetto dal corpo snello come un filetto; e poi una domenica l’organetto diventò un cespuglio e in quel cespuglio di finta allegrezza s’annidò la serpe del tradimento.  

Me lo ricordo per intero quell’ultimo giorno. Tutti senza faccia si guardavano in faccia, sicuri di un piano che avrebbe fruttato molto più di me. Il piano era per un signorotto borghese, di quelli che nella bocca della rana non ci entrano facilmente. Neppure se li inviti per interposta regalia, perché dalla loro hanno prestigio, posizione e denari. Allora bisogna convincerli con l’astuzia, bisogna fargli credere che l’organetto, una volta apparecchiato il letto, suoni solo per lui. Fu così che di colpo divenni di troppo, da superlativo a superfluo; niente più posto, niente più pasta, che amara delusione dentro la bocca della rana! Ed è questo, signori, il trucco; il trucco di certa gente assai pezzente: offrire il pranzo al miglior offerente sperando che l’affare risulti perlomeno decente. 


(In copertina: The Hare and the Frogs, 1868 – Gustave Dore)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *