Formicaleone

LA VOCE MORTALE DI UNA SEMIDEA: “CIRCE” DI MADELINE MILLER

Fin da bambino, alle prese con la scoperta del mondo antico, delle sue meraviglie e delle sue stranezze, mi ha sempre inquietato la figura di Circe. Forse la ricordavo malvagia e terribile per il più comune e conosciuto esempio di colei che trasforma gli uomini in porci, forse nella mia ignoranza mi limitavo a considerarla una temibile virago, la stronza che ostacolava il viaggio di ritorno di un uomo stanco e sfortunato. La verità è che si figurava nella mia mente la sagoma di una donna mai veramente incontrata, mai veramente conosciuta nel dettaglio della sua complessità. Eppure nascosta dalla barriera di inquietudine, il fascino che quella creatura mi creava è sempre stato fin troppo genuino da non potersi rivelare effimero.

“Non puoi immaginare quali incantesimi ho lanciato, quali veleni ho raccolto per proteggermi da te, né come il tuo potere possa ritorcersi sulla tua testa. Chi lo sa che cosa c’è dentro di me? Lo vuoi scoprire?”

Il romanzo di Madeline Miller (Circe, Madeline Miller, Marsilio, traduzione di Marinella Magrì, 2019) ha portato alla luce la figura di una donna che all’interno della tradizione classica soffriva l’offuscamento dei cosiddetti eroi maschili ingannevolmente protagonisti. Se è vero che Omero donava già importanza alla maga senza la quale – pochi sanno – Odisseo non avrebbe potuto giungere ad Itaca, è altrettanto vero che la scrittrice americana con la sua opera regala a Circe la dignità di donna – e solo secondariamente di semidea – che ha sempre meritato.

Circe, nel romanzo omonimo, è protagonista della sua vita. Sebbene l’inizio dell’opera la veda sottomessa agli altri – e perfino a sé stessa, alla sua ignoranza, alla sua inesperienza ovattata di ingenuità –, la vera essenza della maga viene fuori proprio nel momento in cui lei decide di scoprire il mondo esterno senza timore:

“Non me ne starò come un uccello in gabbia, pensai, troppo stordito per volare via anche con la porta aperta. Entrai e la mia vita ebbe inizio.”

L’ingresso sull’isola di Eea segna per Circe il passaggio centrale della sua metamorfosi, il momento in cui la donna comincia a vivere per sé – e di sé – senza avere bisogno degli altri e, in particolar modo, delle figure maschili familiari: suo padre Elios e suo fratello Eete. Nel suo lunghissimo percorso di vita, fatto di ingenui errori, vendette, tradimenti e amori, Circe matura un’indipendenza vestita di solida consapevolezza, grazie alla quale il timore e la deferenza che inizialmente nutriva per il mondo si trasformano in coraggiosa ammirazione, del tutto priva di sottomissione.

I fiori, nel vedermi, sembravano farsi avanti come cuccioli saltellanti e strepitanti, impazienti di essere accarezzati. Mi sentivo quasi intimidita da loro, ma giorno dopo giorno mi feci più audace, e infine mi inginocchiai nella terra umida di fronte a una macchia di ellebori.”

Circe sa essere padrona di sé e perfino degli altri quando comprende e sposa la sua vera identità. La lotta che intraprende è contro il mondo divino che l’ha forgiata e cresciuta, lo stesso che ha cercato invano di imprigionarla.

Il merito del romanzo di Madeline Miller è proprio quello di mostrarci l’umana essenza di una semidea intelligente e complessa, mutevole ed affascinante come ogni donna può esserlo.

La storia di Circe non è un accessorio della vita di Dedalo, non è un passeggero episodio della storia Odisseo, né uno spiraglio utile a quella di Telegono: esiste solo di sé e per sé, in funzione di nessuno, pur prestandosi agli altri.

Le donne umiliate mi sembrano il passatempo preferito dei poeti. Quasi non possa esistere storia senza che noi strisciamo o piangiamo.

La scrittrice tiene ben salda la telecamera sulla figura di Circe e mai l’abbandona fino alla fine. Nell’insistere sull’umanità – misera ed eroica – di una figura così complessa come quella di Circe, Madeline Miller riesce a mostrarci l’evoluzione della donna dall’infanzia fino agli anni più maturi. E se è vero che in quanto semidea Circe non sia destinata a conoscere una morte naturale, è altrettanto vero che gli snodi finali dell’opera sanno di saggezza profonda senile, di rendicontazioni e memorie mature di donna ormai fin troppo in là con gli anni.

Ma cosa mi ero messa in testa? Il mio passato non era un gioco, né una storia d’avventure. Era un informe relitto sbattuto sulla spiaggia dalle burrasche e lasciato lì a marcire.

Le ultime riflessioni del romanzo riassumono a ben vedere tutte le vicende della vita di Circe: una donna che preferisce essere considerata tale e non dea, un essere in lotta contro il mondo in cui è nata, rivoluzionaria e ribelle, schiava di nessuno e padrona di sé stessa, libera di poter scegliere chi e come essere:

Un tempo pensavo che gli dèi fossero opposti alla morte, ma adesso vedo che sono più morti che altro, poiché sono immutabili, e non possono trattenere nulla nelle mani. […] Per tutta la vita mi sono spinta avanti, e adesso eccomi qui. Di un mortale ho la voce, che io abbia tutto il resto.”

(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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