Formicaleone

Il frame dell’arcaicità, l’invenzione del privilegio di vivere nei paesi

Finalmente l’estate, che lascerà alle spalle un consumato argomento, quello dei paesi, per fare spazio agli imprenditori del vento e del sole verso cui non ci sono particolari obiezioni. Mentre si era impegnati a capire come fare smartworking nei borghi e trasformarli in coworking per ricchi, si sono compiute delle scelte, che trasformeranno i paesaggi rurali, e gli orizzonti marini, in riserve di energie.
In questi mesi ci si è preoccupati di mettere etichette sui territori e una tassonomia che portasse il nome dell’ideatore, che si ricordasse più dell’autore che dell’argomento. Senza strategia, ma capace di creare una suggestione legata al momento, alla necessità, all’emergenza. Spendibile per accentrare su di sé l’attenzione, di una rete opaca, preoccupata più della propria reputazione, che delle finalità del processo.
L’invenzione del privilegio di vivere nei paesi, questo è l’argomento di cui saranno pieni i festival. Appare impossibile anche agli abitanti, pensare che qualcuno possa fare profitti su un territorio depresso e impoverito economicamente. Invece accade, quando la cultura è lasciata al mercato, intestandosi conquiste, traguardi e progettualità.
Negli ultimi due anni, è stato difficile per tutti condurre delle ricerche, e per precauzione si è rimasti a casa, a lavorare da remoto. Ma su quali dati? Quelli che si sarebbero dovuti avere prima della pandemia. E chi non li aveva, ha dimostrato tutta la carenza dell’argomento, ripescando progetti fallimentari, sul riabitare i tuguri, non sapendo, che prima del 1960 le “case a un euro” erano le grotte.

Che senso ha organizzare festival sulle comunità, e non coinvolgere nessuno del paese?
Il paesano non è qualificato per prendere la parola, non è presentabile, ma si usa soprattutto d’estate, “tanto non gli costa fatica”, e si aspettano anche che gli sia grato. L’imbarazzo è il giorno dopo, quando si ristabiliranno le distanze, quando l’argomento paese sarà sostituito con uno più accessorio, a una nuova audience.

Solidali e compromessi. Si spinge per avere meno Stato e più Mercato. Creando delle figure ad hoc per raddoppiare o allungare la distanza istituzionale tra sindaci e cittadini, creando una serie di professioni al servizio della comunità, che sfuggono all’opinione pubblica, superflue, che attraversano cicli politici.
Quando scrivo che bisogna consegnare degli strumenti, vuol dire proprio questo: disintermediare il rapporto cittadino-sindaco, da qualsiasi altra figura.
Per questo sono molto perplessa, sulla figura del community manager, di cui non capisco la necessità. Se non quella di raddoppiare funzioni già esistenti, e di perseguire finalità fraintendenti. Il community manager, o il manager di comunità, esiste già, è il sindaco, regolarmente eletto, che espleta le sue funzioni istituzionali, che garantisce l’esercizio della democrazia. A lui si affiancano assessori, consiglieri e gli uffici comunali.
I veri “animatori di comunità”, sono i geriatri, i medici di base, i fisioterapisti, gli assistenti sanitari, i pediatri, gli psicologi, gli insegnanti, i prèsidi. Ce ne vogliono schiere di queste professioni. Il potere si serve dell’informazione per legittimarsi, e se l’informazione che circola sulla qualità della vita dei paesi, è falsata o incoerente, i danni li pagano gli abitanti. Finora abbiamo assistito alla Propaganda del ritorno nei borghi, al Sud, all’agricoltura.
Che esisteva un piano, una strategia, che durante il brutal test, la pandemia, non ha funzionato, anzi li ha trovati impreparati.

Bisogna emanciparsi dai “salvatori di comunità”, nel senso che, la comunità ha una sua intelligenza e delle energie che possono incanalarsi verso progetti efficaci. Studiare un paese, un territorio, un comprensorio richiede anni, un’équipe di professionisti, e un confronto con la comunità scientifica. Lavorare con gli enti predisposti, le Soprintendenze, i Parchi Nazionali, le associazioni locali e coinvolgere le comunità. Che è un lavoro stupendo e allo stesso tempo totalizzante. Vuol dire che la tua vita cambia direzione, questi lavori si chiamano anche “missioni,” perché ti trasferisci a vivere con loro.

Non si dà valore a tutto il lavoro non retribuito che hanno fatto le associazioni, i cittadini, gli studenti, i piccoli filantropi per mettere in sicurezza il patrimonio e tutelare il paesaggio. Persone che non si sederanno mai ai tavoli decisionali, né saranno invitate, ma saranno intercettate per motivi politici o come tramiti per essere più permeabili. Le conquiste realizzate da un’amministrazione, da un gruppo di cittadini, da associazioni, da agricoltori, da giovani ragazzi vanno protette, perché mettono in luce le loro esistenze, non vanno barattate per l’opportunità.

Mensun Bound, in Archeologia sottomarina alle isole Eolie, Pungitopo Editore, ci ricorda quanto sia importante nel lavoro di campo, il confronto con gli abitanti del luogo. E da archeologo, non può esimersi dalla stretta collaborazione con gli eoliani, in quanto detentori di una conoscenza tacita: “I relitti greci affondati in epoche arcaiche alle Eolie sono ricchi di pesci e quando i pescatori del Mediterraneo imparano la posizione di tali luoghi, ne prendono accuratamente nota. La conoscenza di tali luoghi è gelosamente salvaguardata dai pescatori, che tramandano le notizie di padre in figlio e possibilmente per generazioni”. Ed è per questo, per chi fa il mio lavoro, le isole Eolie rappresentano la parte per il tutto del racconto mediterraneo. Il dialogo con la comunità locale, è fondamentale. Lavorare insieme, o fare il lavoro dell’altro, che sia il pastore, l’agricoltore, la casalinga ti introduce nella dimensione del loro quotidiano. La maggior parte dei dati si recuperano vivendo insieme a loro, e lavorando negli archivi. Creando documentazioni per il “dopo di noi” e non avendo un atteggiamento elitario. Senza uno studio propedeutico, storico, archeologico, antropologico, geologico si è carenti. Per tornare a vivere nei paesi, bisogna garantire i diritti, non i festival. Mettere in sicurezza il patrimonio ha bisogno di specialisti, non di volontari, facendo credere che tutti possono fare tutto è creare avamposti per futuri lumpen.


(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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