Formicaleone

LA FELICITÀ DEL POETA – CONVERSANDO CON ANTONIO PORTA DI RENATO MINORE

«L’ho fatto fino a 47 anni. Poi basta. Il mio calcolo è stato molto semplice. Ho pensato che mi rimanesse da vivere un certo numero di anni, se tutto andava bene. Anni di freschezza, intendo. In questo periodo, avrei dovuto concentrarmi, dare il massimo».

Con il solito tono, secco e molto perentorio, Antonio Porta commenta la decisione maturata alcuni anni fa: ha lasciato il mondo dell’editoria dopo tanto tempo e molte cariche direttive. «Avrei continuato a perdere l’ottanta per cento delle mie energie in un’altra dimensione. Che, oggi, non è neppure gratificante. Il discorso è diventato troppo schizofrenico: la separazione tra editoria e cultura è drammatica».

Prima, c’era una sorta di leggenda letteraria, commentata con ironia o benevolenza o acrimonia, a seconda dei casi. C’era un intellettuale a metà, autenticamente scisso anche nelle manifestazioni esteriori: i gesti, gli abiti… La mattina entrava in azione il manager culturale Leo Paolazzi (il vero nome da lui non molto amato) il quale, abbigliato secondo il suo status, milanese efficientissimo, prendeva decisioni valutando bilanci e mercato; il pomeriggio, sulle sue ceneri, nasceva il poeta Antonio Porta («Cambiare nome è riscontrabile nel desiderio di rinascere, nel rompere il cordone ombelicale con la cultura che ci ha partorito. Avere un altro nome è una specie di atto di libertà»), con giaccone di pelle e moto potentissima, uno dei protagonisti del Gruppo ’63, redattore di «Quindici», romanziere, polemico saggista.

Ora il dissidio non esiste più: Porta è poeta al cento per cento così come, almeno negli ultimi anni, abbiamo imparato a riconoscere i poeti, la loro voglia di stare tra la gente. Legge poesie in ogni parte d’Italia: sulle piazze, nei teatri, nelle scuole, all’università. E crede molto in questi incontri che, polemicamente, contrappone ai riti pietrificati della società letteraria. «Non posso assolutamente sopportare i soliti vacui discorsi su tutto va male, tutto si spegne, tutto è finito. Non è affatto vero. In questo modo tradiamo le attese del pubblico giovane che vuole risposte da noi. Altrimenti siamo vissuti per non saper dire nulla?».

E parliamo subito di un’esperienza per lui così essenziale. Pubblicato da Pratiche, una piccola e intelligente casa editrice di Parma, c’è un libretto di conversazioni nelle scuole. Protagonisti sei poeti: Bertolucci, Sereni, Zanzotto, Conte, Cucchi e, appunto, Porta, che appare il più determinato a proclamare le sue «verità»: sul linguaggio, la felicità, la morte, la politica. Parole a piombo, colpi di lama da rasoio. «Lavorare sul linguaggio è una specie di dovere politico e sociale». «La felicità è basata sull’infelicità»; «La poesia cerca di cogliere fino in fondo il significato delle frasi e delle parole». Si potrebbe continuare…

Ma cos’è per lui l’improvviso sillabare certezze elementari, cogliendo l’essenzialità delle emozioni e dei sentimenti che si vivono sulla propria pelle?
In Invasioni, nella sezione «Come può un poeta essere felice?», compare una poesia d’amore tra le più belle che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi. La riporto integralmente: «Per caso mentre tu dormi/ per un involontario movimento delle dita/ ti faccio il solletico e tu ridi/ ridi senza svegliarti/ così soddisfatta del tuo corpo ridi/ approvi la vita anche nel sogno».

Mi va benissimo che la mia poesia venga fraintesa, purché parta da una base di vitalità. Tra l’altro non potrei definire con esattezza che cosa voglio dire. Lo saprà, se lo saprà, il mio lettore.

Allora Porta cosa sta accadendo o cose le succede?
A un certo punto mi sono detto: adesso basta, io cerco di comunicare. Il rischio è della banalità. Chiudere con qualche sentenza o riflessione di troppo. Però vale la pena di correrlo. Ora lavoro sulla capacità comunicativa con immagini, intuizioni, analogie. Sono tornato alle poetiche preromantiche. E mi sono accorto che stavo uscendo da una stasi che non era solo la mia, ma di tutta una cultura della poesia.

In anni passati, chi s’azzardava a parlare di bellezza o di sentimento, era fucilato sul posto. C’era terrorismo letterario anche implicito, alcuni temi erano banditi, vietatissimi. Chi li proponeva era un ingenuo, un passatista, un perdente…
C’erano limiti tematici ed espressivi che erano imposti dalle regole non dette di una certa società letteraria. Nei primissimi anni Sessanta, si lavorava più sulle strutture che sui livelli comunicativi. Era banale, come scoprire l’acqua calda, ma era anche un passaggio indispensabile: la poesia che ci aveva preceduto si era indebolita nelle strutture, aveva un discorso molto fragile dal punto stilistico. D’altro canto, a me il grado zero della poesia non mi ha mai eccessivamente interessato. Sono stato sempre tentato da una possibile dicibilità della poesia: la mia poesia poteva anche essere detta. Altrimenti, non sarei arrivato dove sono arrivato.

Ma, nella comunicazione, il rischio è il fraintendimento, la deformazione. Si può essere distorti, si possono generare pericolosi equivoci. E la banalità è dietro l’angolo. Spunta quando meno uno se l’aspetta.
È così per qualsiasi discorso. Sono d’accordo con chi teorizza il fraintendimento. Mi va benissimo che la mia poesia venga fraintesa, purché parta da una base di vitalità. Tra l’altro non potrei definire con esattezza che cosa voglio dire. Lo saprà, se lo saprà, il mio lettore.

Con due o pochi versi ridotti all’osso si riesce sempre a dire qualcosa?
Se con un procedimento quasi elementare (sottolineo il quasi), se con un solo gesto si raggiunge una certa capacità espressiva, il risultato è grande. Capita in tutte le arti. Tanti anni di esperienza e di lavoro vogliono dire una semplice, nuda cosa.

Lei sostiene che c’è un pubblico disposto ad amare un poeta purché egli dica qualcosa, e rinunci all’orgoglio di presentarsi con un implicito «ma guarda come sono bravo» e con gesti e movimenti che nessuno di quel pubblico comprende. O sbaglio?
Il discorso vero, oggi, è radicale: è il senso della letteratura. I ragazzi fanno domande brucianti. Come il bambino il quale ha il coraggio di dire che «il re è nudo». Lo so benissimo, a volte è semplice curiosità del tipo: «Toh, c’è una persona che scrive versi, vediamo cosa vorrà dire». A volte hai l’impressione che si chiedano alla poesia risposte persuasive, anche se provvisorie. E questo spaventa. Non possiamo incanalare, prospettare il destino della poesia nella società. Né prevedere come verrà fatta o letta.

Ma se l’ascolto è tanto e tanto è l’interesse, ci saranno pure responsabilità sulle cose da dire. Insieme a Balestrini, lei era il più giovane dei Novissimi a contestare la senilità letteraria. Ora, si trova nella condizione di poter essere ascoltato dai giovani.
L’ho detto, sono per il rischio, il più grande: dare risposte radicali in perfetta buona fede, pur sapendo criticamente che le risposte della poesia non sono assolute. D’altro canto, a che serve la poesia? A niente? A niente. A tutto? A tutto. Fissa per un istante il senso dell’esistenza. Un verso ti dà una scossa, la speranza di una risposta, più che la risposta.

Non tutti la pensano così. Circolano tanti fallimenti intellettuali, tante anime ferite a morte. Lei, polemicamente, contrappone almeno tre certezze: la voglia di comunicare, la vitalità, la felicità. Qualche volta non si sente controcorrente?
Proprio ieri leggevo su di un famoso giornale, con a calce una famosa firma, qualcosa di incredibile: all’oggi è meglio non pensare. Non capisco davvero cosa si possa rimpiangere. Queste cose sono il segnale di una disfatta che non è del nostro tempo, è solo privata. E come se si volesse dire all’umanità: preparatevi all’olocausto rigeneratore. Sappiamo che l’apocalisse, ahimè, è possibile. Occorre però battersi contro la cultura dell’apocalisse. Chi la coltiva prepara il massacro. E gli intellettuali, osservando con troppa attenzione il proprio ombelico, diventano ciechi e sordi. Dopo di me il diluvio, dicono.

Già nel suo romanzo Il re del magazzino, che è del 1976, c’è questo tema. Dopo la catastrofe finale l’esito è la sopravvivenza, bruciare tutte le scorie per continuare a vivere…
Da allora mi sono chiarito meglio. Ma la prospettiva è sempre la stessa: morire dentro questa cultura per risorgere in un’altra. A volte penso che gli scrittori farebbero meglio a muoversi di più, prendendo i mezzi pubblici e il treno, per sentire cosa pensa davvero la gente. Dovrebbero andare alla stazione Termini la domenica alle nove o la sera. Tante chiacchiere che si sentono in giro puzzano lontano un miglio di fatti personali.

Anche dietro la sua felicità ci sono ragioni private, una spinta molto soggettiva.
Come struttura caratteriale, sono disposto alla felicità. Evidentemente c’è nel mio corpo una vitalità che sfugge ai morsi dell’angoscia, a questo cane rabbioso che ci insegue sempre. Sarà un fatto anche genetico, dipenderà da come sono fatto, da come era fatto mio nonno, dalla forza dei lombi. Ma non è solo così: soffro momenti abbastanza duri di angoscia e depressione per cose che mi sembrano a volte insolubili.

A ciò però si aggiungono ragioni più culturali, affinità segrete, letture preferite.
Credo che la poesia, come la felicità, si misuri sempre con la morte. Bisogna vedere quale risposta si dà a questo esito fatale di qualsiasi esperienza individuale. Io, ad esempio, sono stato sempre affascinato dai filosofi presocratici, perché lì l’evidenza dell’oggetto è come parlante, viene prima di qualsiasi sistemazione. E poi, oggi, le parti si scambiano: filosofi come Rovatti si sono messi a leggere poesia. Evidentemente si cerca di riprendere il discorso daccapo, prima di qualsiasi organizzazione logica.

Nelle sue parole mi sorprende il mescolarsi degli elementi di continuità con quelli di rottura. È un cocktail, un po’ contraddittorio, forse volutamente. Mi dica allora se ha vissuto momenti in cui ha maggiormente sentito l’esigenza della novità e del ribaltamento totale, in cui si è sentito «invaso» da questo desiderio di felicità e di comunicazione che sta «invadendo» quasi tutto il nostro dialogo.
Qualche anno fa, ho letto in un teatro, a Como. Per quaranta minuti, l’attenzione intorno alle mie cose mi ha sorpreso e, insieme, commosso. Allora ho capito che la strada di quella tensione era giusta. Forse è la scoperta dell’ombrello: ma ho sentito il silenzio della scena. Il buio che viene prima di ogni parola pronunziata, è terribile, più terribile del silenzio della sala. Quel silenzio è una provocazione, uno è costretto ad accettarlo. Di fronte al silenzio di Dio, al silenzio del mondo, al silenzio delle cose, al silenzio di tutto, il silenzio della scena ti costringe a uscire allo scoperto. Perché ti ferisce e ti può rendere ridicolo.

Ma qual è a suo giudizio il «ruolo del poeta» oggi?
Quello di stare immerso nel linguaggio. Da una parte di interpretarlo, dall’altro di modificarlo. Lo diceva anche Leopardi: cresce la vitalità del linguaggio. La poesia fa uscire dall’imposizione piatta del linguaggio dei mass media. Il poeta deve cercare di esprimere quel qualcosa che c’è nel tempo, Freud lo chiamava il «già noto», ad esempio l’esperienza dell’infanzia.

Torniamo al fanciullino?
Baudelaire diceva che il genio è il prodotto dell’infanzia che è il massimo accumulo di esperienze. Credo che un poeta debba avere, finché può, la capacità di essere assai ricettivo, un bambino sempre. Il bambino è come una spugna anche linguistica e immagazzina esperienze linguistiche che più tardi possono essere utili.


Antonio Porta parla a questo punto del suo interesse per il teatro.
Dopo Fuochi incrociati, ha scritto Il banchetto. Ci sono dentro i «suoi» temi, i temi di questa intervista. È la storia della fine di una cultura e dell’aprirsi al futuro. La catastrofe non c’è, almeno quella «totale», perché «il mondo continua». Viene voglia di leggere meglio dentro l’ostinato ottimismo di un poeta la cui ricerca fino a non molti anni fa è stata sintetizzata dalla felice formula di chi vedeva nei suoi versi un «reale, inguaribile rapporto traumatico col mondo e l’esistenza». Vien voglia di ricordargli la sua «duplice» esperienza di padre: due figli ormai grandi, e altri due, piccoli, nati da una seconda moglie, molto giovane e bella. Un’esperienza simmetrica: un maschio e una femmina la prima volta, un maschio e una femmina la seconda. Lui precisa: «Miei figli più grandi mi hanno sempre fermamente criticato quando non capivano quello che scrivevo o dicevo. E io ho imparato ad apprezzare l’intelligenza dei discorsi infantili, non solo perché ho letto Piaget a vent’anni.».


Concludiamo allora con uno sforzo di immaginazione. Il rapporto con i figli grandi l’ha profondamente modificata. Cosa si aspetta da quello con i più piccoli? In quale futuro li immagina? Come vive oggi la nuova esperienza educativa in rapporto all’altra?
Ho cercato di convincere i miei figli, quelli grandi, a essere liberi di scegliere, tentando però di far conoscere loro i meccanismi di questo mondo. E così farò con i più piccoli: cercherò di cancellare l’immagine del padre dalla loro testa. Col primo ci sono riuscito, l’ho dissuaso dal seguire pedissequamente la mia carriera. Fa l’economista e avrà le sue gatte da pelare. Mi hanno sempre accusato di essere un padre antiautoritario. Sono una persona con cui si può parlare. Ho collaborato anche alla tesi di mio figlio, non perché so di economia ma perché so come si scrive una tesi. Il terzo figlio sembra avere sensibilità artistiche molto forti, forse diventerà un musicista. Cercherò di depistarlo il più possibile: se arriverà a farlo, lo farà perché non potrà farne a meno. E, poi, è inevitabile, io uscirò di scena: interagiranno tra loro, il fratello più grande si occuperà di quello più piccolo.

La città è solo sfiorata dai gabbiani
virano a distanza e si tuffano all’indietro
ma è la sua luce interna ed esterna a sorreggerla
insieme alle acque che la cinturano e la penetrano
mai utero fu così intestinale e intestino
così uterino alla luce del sole nuovo della sua vecchiezza
sta per cancellarsi e dei vuoti palazzi sopra gli specchi
rimangono scaglie di marmo che il vento soffia via.
Scivolandoci dentro trasportato dalle acque
mi chiedo perché ci sono arrivato e perché sono
salito sul treno che le si ferma alla cintura
per scendere direttamente nella visione dei cerchi
e dei quadrati che vi sono inscritti da mille anni.
Credo di saperlo di un sicario che mi aspetta
dove io sia costretto a cadere tra le sue braccia
finalmente e per sempre mi venga impedito di scrivere:
questa è la regola, nessuno può sfuggirvi.
Solo nel folto dei giardini ho aspettato la sera
quando la luce decapita i gabbiani sul pelo della laguna.
Allora sono tornato tranquillo in terra ferma guarito
almeno per un’ora; poi molto vino per passare la notte
e una coperta di lana per il gelo.
Venezia, 9 agosto 1978
 
Da Passi passaggi


Questa conversazione di Renato Minore con Antonio Porta è contenuta nel libro “La promessa della notte” Donzelli 2011.

Renato Minore è nato a Chieti e vive a Roma. Tra i suoi libri di poesia: Non ne so più di primaLe bugie dei poetiNella notte impenetrabileO caro pensiero (Premio Viareggio). Come narratore: Leopardi l’infanzia le città gli amori (finalista Premio Strega); Il dominio del cuore, Rimbaud (Premio Selezione Campiello). Come saggista: Il gioco delle ombre (Premio Flaiano); Amarcord Fellini, I moralisti del Novecento, La promessa della notte (Premio Estense). Critico letterario de “Il Messaggero”, ha scritto su “La Repubblica”, “Il Mondo” “Paragone”. È autore di film televisivi su Rimbaud, Flaiano, Leopardi, Poe, Bufalino. Ha insegnato all’Università di Roma e alla Luiss.

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