Formicaleone

Eduardo Margaretto Kohrmann risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

Caro signor John Fante,
leggere, deve anche leggere. Da quanto si può dedurre dalle sue parole potrebbe interessarle Dostoevskij, uno scrittore russo a cui toccò un’esistenza piena di difficoltà e di penurie. “Smettere di scrivere equivale a smettere di pensare”. Cosí la pensava lui. Son sicuro che i suoi libri, per esempio I demoni o Memorie del sottosuolo, La aiuteranno a trovare una sua propria voce.
Certamente, scrivere in maniera metodica è un qualcosa d’imprescindibile… ma deve stare attento… ieri ho incontrato uno scrittore, un tale Arturo Bandini, che la pensa un po’ come Lei. Mi ha raccontato, certe volte quasi piagnucolando, che si era perfino ammalato perché è da mesi che mangia solo le arance perché ha deciso di buttarsi corpo e anima nella scrittura. Ma non deve farci troppo caso. Lui è uno che va per strada gridando in faccia a tutti che è il più grande scrittore di questo e di tutti gli universi. Chiama ignorante chiunque incontra. Recita frasi di Nietzsche e Schopenhauer facendo credere a tutti che le ha scritte lui. Ma sbaglia le parole e non ha scritto una sola riga. È un impostore. Non faccia come lui. “Scrivo come invasato e riempio una pagina dopo l’altra senza un momento di pausa. I pensieri si formano così improvvisi dentro di me e continuano a scorrere così abbondanti che dimentico una quantità di particolari e non riesco a scrivere con sufficiente rapidità sebbene lavori con tutte le forze”. Sono parole di un libro che potrebbe interessarLe, finanche dal titolo: Fame, di Knut Hamsun. Per ultimo, volevo dirLe che, in caso potesse interessarLa, che potrei parlare con il direttore, vecchio amico mio, di un conservificio che si trova nelle vicinanze di dove abita Lei. Forse potrebbe offrirLe un lavoro. Certe volte allontanarsi dalla macchina da scrivere può aiutare a capire le cose.

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

Caro signor Fante,
non deve aver paura del silenzio. E chi sa suonare bene il piano ne conosce l’importanza. Il silenzio permette di ascoltare altri suoni a cui bisogna stare attenti: le lenzuola che sventolano in soffitta, una porta che si apre, la tosse rauca di un uomo sospettoso in fondo alla cantina, i passi della gente vista da una finestra, lacrime che scivolano via, il respiro ansimante di una bimba che corre, la scia di una nave, il martello di un falegname, le dita di un muratore …
Ieri ho incontrato uno scrittore, un tale Eduardo Margaretto, uno che dice che scrive perché deve andare in palestra, o perché non può andare in palestra, che scrive per non morire, o perché vuole morire, che scrive per necessità, o perché non trova un cazzo di necessità.
Ma non deve farci troppo caso. Lo sa come sono questi scrittori che, attenti alle nuove mode, pubblicano un libro ogni sei mesi. Sempre pronti a rispondere con ingegno a tutto quello di cui ha bisogno un qualsiasi povero cristo: un ristretto quando la vita ci stringe, un po’ di concentrazione quando le nostre costruzioni crollano giù, esercizi asiatici quando la mia schiena mi fotte davvero… io semplicemente vorrei indicarLe un nuovo libro: La malattia di scrivere, di Charles Bukowski.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

Caro John,
“Se i miei libri fossero stati così ‘buoni’, non sarei mai stato invitato a Hollywood, ma se fossero stati ‘migliori’, io non ci sarei mai andato a Hollywood”, così la pensava Raymond Chandler.
E che ne dici di Dorothy Parker: “I soldi di Hollywood non sono soldi. È neve congelata che si disfa tra le tue mani. E in mezzo ci sei tu”.
Sappiamo tutti anche che Faulkner decise di lavorare a Hollywood perché era rimasto senza un soldo e doveva mantenere moglie e figlia, e sappiamo che Scott Fitzgerald, dopo aver ricevuto l’ammonto di 13 dollari come diritti d’autore, diventò sceneggiatore per poter pagare il sanatorio dove era stata ricoverata sua moglie.
Ma non dimenticare le parole di Samuel Goldwyn, della MGM: “Sono fino alle balle degli sceneggiatori e del loro modo di ingannare i produttori di Hollywood. Io metto un contratto davanti a loro. Possono accettarlo o no”.
Ieri ho incontrato uno scrittore, un tale Henry Molise. È contento di essere uno degli sceneggiatori che becca più soldi a Hollywood. Abita in un Ranch di Malibú, gioca a golf ogni giorno e si ubriaca ogni notte a Sunset Boulevard. Ma non devi farci troppo caso. È uno di quelli che non scrive più. Oggi non so proprio di che libro parlarti.

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

Caro il mio Johnnie,
ti capisco. Ti capisco troppo bene. Tutti vogliamo sempre scappare. Ma se scappi dalle tue radici sei intrappolato, per sempre. Ieri ho conosciuto uno scrittore, un tale Jimmy Toscana. Si vanta delle sue origini italiane, ma perso là in Lamerica non sa se mangiare una ‘stecca’ o la mortadella, e fugge sempre dalla Nonna che vuole raccontargli che la pizza non è una cosa Americana ma è nata laggiù, vicino a Napoli. E poi lui scrive e vuole raccontarci di come ci si sente in un piccolo paesino del Sud, per esempio, Torricella Peligna.
Ma non devi farci troppo caso. Lui è uno di quelli che non ci è mai andato a Torricella Peligna. Sì, delle radici ne parla sempre… Balle! Lui non è mai entrato al Penna Nera di Torricella… non ha mai preso quella radice dalla quale laggiù fanno un liquore servito da Adamo D’Ulisse e che in genere si beve con il Mago, Mingo, Massi e tutti gli altri… 
Ti consiglio di leggere tutti i libri di John Fante, soprattutto quelli tradotti da Francesco Durante.


Eduardo Margaretto Kohrmann, nato a Valencia (Spagna) in una famiglia di origine genovese e siciliana, con antenati tedeschi, decise molto presto di ‘scrivere’, a qualunque costo. Per guadagnarsi da vivere preferì fare il traduttore (Giorgio Agamben, Pasolini, Tiziano Scarpa, Dino Campana, Marco Tullio Giordana, Pietro Aretino, Alda Merini, Francesca Falchi…), ma dovette anche guardare altrove: correttore di bozze, collaboratore in riviste di musica e letteratura, sceneggiatore, presentatore di programmi culturali in BarcelonaTV, manager di gruppi punk… e poi i suoi libri: le biografie di Franco Battiato e di Elvis Costello (Editorial Cátedra), il saggio Semántica y lexicografía (Ediciones Océano) o il volume di poesia Versos de ocasión (Editorial Mar de Fora) tra gli altri.
Per quel che riguarda John Fante, decise, quando non aveva ancora trent’anni, di scrivere una sua biografia. Ci riuscí vent’anni dopo: John Fante, vidas y obras. Como un soneto sin estrambote(Alrevés Editores, 2015). E un testo che pensava destinato solo a quattro amici, fu invece accolto molto bene dalla critica. Il giornale ABC lo incluse fra i cinque migliori libri del 2017. Tradotto in italiano da Rubbettino Editore (Non chiamarmi bastardo, io sono John Fante), fu presentato al Salone del Libro di Torino e al Festival Il Dio di Mio Padre, tenuto da più di dieci anni a Torricella Peligna in onore di John Fante. Ha partecipato con un suo contributo a un libro dedicato allo scrittore italoamericano che si intitola Música de ventanas rotas(Editorial Dalya) con il racconto Arturo Bandini y Henry Molise en el entierro de Nick Fante, e nel 2020/21 ha curato e tradotto i due volumi ‘Fantiana’, pubblicati dalla casa editrice El Doctor Sax Beat & Books, in spagnolo e italiano, che includono ben piú di trenta contributi (traduttori, giornalisti, scenegiattori, scrittori…) sulla figura e sull’opera di John Fante.

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