Formicaleone

“Tutto quello che avrei voluto fare, era dipingere luce sui muri della vita”

a cura di GIOVANNA FRASTALLI

Non posso morire finchè c’è Trump”. Lawrence Ferlinghetti si è spento nella notte del 22 febbraio nella sua abitazione a 101 anni. Seppur dal respiro affannato, i suoi occhi non hanno mai smesso di stupirsi e le sue orecchie di indignarsi. Poeta, pittore, editore, attivista per i diritti civili. Sconfinata l’eredità di arte e parole che lascia a testimonianza di una vita che ha saputo con curiosità, cercare la luce oltre i confini. Nella voce e testimonianza di Giada Diano, sua collaboratrice e amata biografa, il ricordo vivo.

“Non ho mai voluto essere un poeta; sono stato scelto, non l’ho 
scelto io; uno diventa poeta quasi contro la sua volontà, di
sicuro contro il suo miglior giudizio. Volevo essere un pittore,
ma dall’età di dieci anni in poi, queste dannate poesie hanno
cominciato a spuntare. Forse uno di questi giorni mi
lasceranno solo e potrò tornare a dipingere.”

Sorprende scoprire che a pronunciarle sia stato Lawrence Ferlinghetti, “il poeta”. Cosa hanno in comune poesia e arte? Dove si incontrano le due anime?
Poesia e arte nascono da una stessa urgenza espressiva e condividono fonti di ispirazione e nuclei tematici, nutrendosi a vicenda. Non credo sia possibile tracciare una linea di demarcazione tra l’artista visivo e lo scrittore: l’arte, assorbita e praticata, è spesso punto di partenza e quintessenza della produzione poetica, e a sua volta, la scrittura entra nel processo di creazione artistica, anche come segno grafico tracciato sulla tela. Le immagini, visivamente e pittoricamente evocate, assumono assoluta centralità nel processo di creazione poetica e il lettore finisce spesso per entrare in vere “gallerie” di dipinti dell’immaginazione, ritrovandosi immerso in un mondo testuale ricreato visivamente anche grazie alla sperimentazione che investe la tipografia delle poesie. Poesia e pittura rispecchiano entrambe l’eterna dualità dell’anima di Ferlinghetti: da un lato l’intellettuale socialmente e politicamente impegnato, che parla all’uomo comune, che denuncia le storture e le ingiustizie di una pianeta avviato all’eco-catastrofe; dall’altro l’artista lirico, il portatore naturale di luce, eros salvifico e istinto vitale.

Quanto è importante la contaminazione dei linguaggi delle avanguardie artistiche europee, in particolare francesi degli anni ’50 e la contemporanea esplosione della “Beat” o come preferiva chiamarla “il rinascimento poetico di San Francisco” nella formazione del suo pensiero.
La formazione di Ferlinghetti è profondamente europea, frutto di un lungo periodo di permanenza a Parigi e di un dottorato in letteratura all’Università della Sorbona. Parigi è anche il luogo in cui Ferlinghetti inizia a dipingere, ritraendo dal vivo i modelli in posa negli atelier livres della città. Dalle avanguardie europee di primo Novecento – dada e surrealismo in particolare – mutua elementi come l’importanza della composizione tipografica dei testi, l’uso della parola scritta nel quadro, ma soprattutto l’idea dell’artista come figura a tutto tondo, come sperimentatore capace di mescolare forme espressive diverse, figurative, scritte, gestuali. La matrice surrealista è molto presente nelle composizioni poetiche, nella concezione del poeta come essere dotato di una vista preferenziale e capace di squarciare il velo della realtà ordinaria e percepire verità altre, nel passaggio dal dato sensibile a quello magico e onirico, nella giustapposizione di elementi discordanti. La concezione sacrale del bardo come vate e portatore di visioni è onnipresente in Ferlinghetti e nasce proprio dalla confluenza di due distinte tradizioni: una appunto internazionale e una specificatamente americana-whitmaniana, poi ripresa e fatta propria dai poeti beat. L’arrivo a San Francisco e l’incontro, nel 1952, con i poeti Kenneth Rexroth e Kenneth Patchen, protagonisti indiscussi del Rinascimento Poetico della città, è fondamentale nel fornire a Ferlinghetti l’idea di una scrittura sovversiva, che articola temi quali l’individualismo anarchico e radicalmente pacifista, e la celebrazione della libertà totale dell’uomo. Rexroth ha per Ferlinghetti una doppia funzione: quella di tramite per la conoscenza di altri intellettuali (da Robet Duncan a Philip Lamantia) e quella di guida spirituale nella sua insistenza sul ruolo del poeta come cronista e critico della società. L’influenza di Patchen, i cui “painter-poems” rappresentano un vivido esempio della fusione tra poeta e artista visivo, è altrettanto importante nel fornire un “modello” di artista capace di unire avanguardia e impegno politico.

“Figli di Whitman figli di Poe
figli di Lorca & Rimbaud…
poeti di un altro respiro
poeti di un’altra visione
chi di voi parla ancora di rivoluzione?”

In questo “accorato appello” chiede ai poeti di ripopolare le strade. E all’arte che sa sconfinare la parola, quale miracolo chiede? C’è un quadro che esprime più di altri questa urgenza espressiva?
L’arte, come la poesia, è “the last refuge of humanity in dark times”, l’ultimo rifugio dell’umanità in tempi bui. L’arte ha quindi il compito di illuminare e riscattare dal buio, facendosi veicolo di eros, bellezza e slancio vitale. Ma, così come accade in poesia, anche in arte la “fuga lirica” è spesso intralciata da quello che Ferlinghetti definisce il “villano politico”, simbolo dell’impossibilità di sottrarsi all’esigenza di testimoniare le oscenità del mondo. E in questo senso l’arte ha il compito di diventare anch’essa denuncia e mezzo di cambiamento, strumento capace di raccontare delle “storie” che, in virtù dell’atto creativo, trascendono il proprio carattere privato per diventare assolute. In questo senso mi viene in mente “This is Not a Man”, che ritrae un uomo incappucciato e legato con le cinghie a una sedia elettrica, un uomo privato della sua identità, che assurge a simbolo della violenza perpetrata da uno stato che si definisce democratico e civile (l’ispirazione del quadro è una fotografia trovata tra gli effetti personali del fratello di Ferlinghetti, per anni assistente guardia al carcere di Sing-Sing). Ma l’arte, rendendo possibile la condivisione del destino di quel singolo uomo, gli restituisce un’identità. La sua solitudine è sconfitta, l’oscenità riscattata, non è più nessuno ma è tutti.

“Io sono come Omero. Intendo come Omero il mio cane sempre alla ricerca delle sue radici” È dalla nostalgia dell’oggetto perduto che muove i passi la ricerca delle radici o c’è una domanda più profonda?
Ferlinghetti si è sempre definito un segugio sulle tracce del profumo perduto della sua famiglia: la ricerca delle origini è pervasiva e continua, è il viaggio più lungo che abbia intrapreso nel corso della sua vita. Del resto, viene al mondo praticamente orfano, e i fatti legati ai suoi primi anni di vita sono rimasti a lungo avvolti nel mistero. Nasce infatti come Lawrence Ferling, perché il padre, arrivando a Ellis Island alla fine dell’Ottocento, anglicizza il cognome italiano, e muore qualche mese prima della sua nascita. Di lì a poco la madre viene internata in un ospedale psichiatrico e Ferlinghetti viene affidato a una zia con cui trascorre in Francia e a New York i primi anni della sua vita, finché lei non scompare misteriosamente. Non sono semplicemente le radici a essere negate, ma la possibilità stessa di una famiglia. Nella sua ultima opera, Little Boy, scritta a 99 anni, Ferlinghetti affronta chiaramente il trauma dell’abbandono, o meglio degli abbandoni, condividendo la solitudine dei primi anni di vita, la fame di amore che diventa ricerca e viaggio, bisogno di ricostruire i dettagli di una storia incompleta. E il primo tassello, le origini italiane, arriva per caso, quando richiede un certificato per arruolarsi. È paradossale che sia proprio la chiamata alle armi a restituirgli una verità fino ad allora neanche sospettata, ed è significativo che poi lui abbia voluto restaurare il cognome originario alla vigilia della pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, Pictures of the Gone World nel 1955 (che ha inaugurato anche l’ormai celebre serie Pocket Poets Series della City Lights Bookstore), quasi a sottolineare una rinascita simbolica, come poeta e come pacifista.

Il catalogo “Lawrence Ferlinghetti. 60 anni di pittura” pubblicato da Silvana editore in occasione della mostra di Roma e Reggio Calabria ripercorre attraverso 54 opere, la sua carriera artistica nella rappresentazione dei temi sociali più importanti. Quale il ricordo più bello?
Molto semplicemente, direi che in generale la parte più bella è stata la fase di selezione dei quadri, fatta assieme a Lawrence ed Elisa Polimeni, una delle altre curatrici della mostra. Quindi i ricordi più vividi sono legati a piccole cose che mi riportano a quei momenti: le chiacchierate nel suo pick-up rosso durante le trasferte all’Ateliere Lumiere (il suo studio d’artista a Hunters Point), la meraviglia di scoprire uno a uno i quadri e di costruire assieme il percorso della mostra, la gioia di condividere un progetto.

“Dipingete come demoni svegli, ossessionati.
quello che conta in un quadro è la sua
affascinante, misteriosa manifestazione di vita”

Tra passeggiate solitarie e viaggi esistenziali, avete condiviso un pezzetto di vita. Se fosse possibile racchiuderlo in poche righe, qual è il regalo più bello che ti ha fatto?
Grazie a Lawrence ho allargato i confini di quello che credevo che la mia vita potesse essere, ho amato con maggiore profondità, ho sognato di più. Da lui ho imparato che la poesia può davvero cambiare il mondo, cambiando le singole coscienze. Ho capito che la tenerezza è rivoluzionaria e che il silenzio è complicità.


Giada Diano è laureata in lingue e letterature straniere, e ha conseguito un dottorato di ricerca in studi inglesi e anglo-americani presso l’Università di Catania. Legata a Lawrence Ferlinghetti da un rapporto di profonda amicizia, è traduttrice in Italia del poeta americano, nonché sua biografa ufficiale (“Io sono come Omero” Feltrinelli). Esperta di controcultura americana, ha condotto seminari su alcuni dei più importanti poeti e scrittori della beat generation e ha curato importanti mostre d’arte internazionale. Collabora con diverse case editrici italiane e americane, tra cui la City Lights Bookstore di San Francisco e la Liveright Press di New York per la quale ha curato il volume Writing Across the Landscape, recentemente pubblicato in lingua italiana dal Saggiatore (Scrivendo sulla strada: diari di viaggio e letteratura).

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