Formicaleone

Tre poesie di Antonio Tammaro

Quando muore l’inverno

Quando muore l’inverno 
dissacrando la via della carne
con voci e sorrisi e guardi
in cui affondano radici spinose
non si riduce lo strappo
e bruciano roghi fatui, noi,
l’arnese, la meta, il fine,
noi esseri alieni imperfetti
che non ci conosciamo.
Entriamo in stanze ignote
lasciando che il cosmo s’oscuri, 
lontano, distante, proibito,
nell’inganno tessuto dal morbo
che raschia il nostro destino
finché dura il suo regno,
finché l’antro non ci divora.
Agli occhi, alle labbra, alle membra
di neve, così languida che era,
senza fare rumore irride la vita.
Nulla accade davvero:
siamo svegli in un sogno
che dura il lasso d’un fiato,
insieme per l’eterno,
schiena contro schiena.

UIisse

S’è fatta luce al nostro dondolare
mentre danzano gli uccelli sulla prua,
alziamo le vele, gente, serriamo i nodi
in questo ingorgarsi di marecielo.

Non si scorge della terra il limitare:
forse la risposta è negli incubi
dei miei marinai, stanchi morti,
legati ancora al seno delle amanti.

Il mio cappello, ieri, volò via
inghiottito dai flutti, tra i bagliori:
un giorno raggiungerà la sua isola
per insabbiarsi d’alghe e viscidume.

Sento la ferita riaprirsi sulla coscia,
volti di porci e megere e mostri
ripetono il loro doloroso pianto
il richiamo amaro, la furia, la prece.

Io continuerò a navigare, a lume,
con il timone dritto sulla stella
e lo sguardo al respiro dell’abisso
per ricordare il canto delle sirene. 

Noi ma voi
Noi, al limite di imitazioni mistiche,
attori di atomi in azione tra furiose
fughe di dissimulazioni mentali,
noi, emuli pedanti immolati al dubbio
del vero, al suo leggero estremo ondulare,
noi, costruttori distrutti di scatole vuote,
di filosofie alchemiche, di navicelle
votate alla manipolazione della luce,
noi, semidei in cerca di una politica divina,
trafitti da mille travi di pagliuzze indolenti,
noi, morenti, aggrappati a dispotiche ali,
inchiodati al legno delle nostre croci.
Ma voi, cadute e risorte, meraviglie
che riempite con cura i solchi della terra
con lo stampo dei vostri corpi annudati,
colme di salvia che trabocca le labbra,
tumide di ferite, voi, corollario di fiori
ancora tiepide di mare, pregne d’umore,
edere avvinte agli innesti della vita,
voi, straniere di una tristellata galassia
di latte e di curve e di trecce infinite,
voi, costole strappate, fissate al chiasmo
inespresso che illumina le pose, voi muse
plastiche, aduse all’equilibrio incerto. 


ANTONIO TAMMARO nasce a Campobasso il 30 dicembre 1969 e vive a Sepino piccolo borgo molisano. Appassionato di storia, musica e narrativa, tra l’altro guida turistica, è sempre stato alla ricerca del mistero in tutte le sue forme. Grazie a progetti editoriali di promozione del territorio, ha pubblicato una guida sugli scavi archeologici di Altilia, dal titolo “Saepinum, alla scoperta della città dissepolta” e, di recente, ha dato alle stampe un libricino illustrato sulle storie del brigantaggio nella Valle del Tammaro. Ha conseguito il premio letterario “Streghe d’Italia”, ottenendo la pubblicazione dei racconti “Giulia” e “Il mio mondo è fatto di farfalle”, con la casa editrice Fefè di Roma. Inoltre ha ottenuto menzioni d’onore al premio nazionale di poesia “L’Arte in Versi” curato dall’Associazione Euterpe di Jesi. Attualmente è presidente dell’associazione culturale “Officina creativa”, la cui missione è dare impulso a eventi nel panorama culturale, etnico e musicale locale.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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