Formicaleone

“SILENT NIGHT – piangi” di Giulio Vellar

“Basta in cielo una stella
a far la sera più bella.
Basta un canto da nulla
a dondolare una culla.”

Canticchio, mentre passo con una mano piegando l’estremità del lenzuolo di lana in tartan rosso e verde.
“Ti rimbocco le coperte tesoro mio, dormi.”
Sussurro, non voglio svegliare nessuno dei miei angioletti.

Le tapparelle sono abbassate, non del tutto, quel tanto che basta da far entrare un flebile spiraglio di luce. Guardo fuori, tirando gli occhi. Vedo foglie morte su un velo bianco che copre il prato del giardino dell’asilo. L’abete è sempre vivo là, riempito e addobbato di palline colorate e luci sempre accese. E’ la vita sempre viva e il senso di un ricordo in melassa che addolcisce da millenni. Tutto è così calmo e innocuo. Mi siedo sulla piccola e ammaccata sedia in legno compensato laccato coi supporti in ferro. Una spina di legno si conficca nella mano e cerco di non gridare, non posso spaventare i miei bambini. Armata di denti e di buona volontà mi azzanno il pollice sanguinante cercando di estrarre il corpo estraneo. Sento i respiri che si alternano in un corale a più voci e trasmettono vita. Lascio le cose correre, la natura deve fare il suo corso. Il mio corpo espellerà l’impurità come un regalo riciclato non desiderato.

Manca poco a Natale, giusto un giorno, oggi è la vigilia.
Ho sempre adorato questa festività da piccola. Tutto è perfetto in questo periodo. L’amore e la vicinanza delle famiglie, le luci, i colori, la neve, l’infuso caldo allo zenzero, chiodi di garofano e cannella.
Il calore, mentre tutto fuori è freddo e le giornate sono più brevi e buie e le notti più taciturne.
Continuo a canticchiare, cambiando nenia.

“Stella stellina
la notte si avvicina
la fiamma traballa
van tutti nella stalla.”

Oddio ho sempre avuto bisogno di calore. Chi può essere così egoista da dire che può vivere da solo? Forse è solo questione di saper vivere bene con te stesso e di essere indipendente. Io sono dipendente da qualsiasi persona.
Voglio solo sentirmi amata.
Mi massaggio la cicatrice sopra il pube. Una lacrima invisibile scende al pensiero del mio parte cesareo non andato a buon fine. Ero sul lettino, mentre sentivo il medico parlare alle infermiere.

“Non piange, non piange.”

Non piansi nemmeno io, all’inizio, mi bastò giusto un gesto per farmi dare il suo corpicino privo di vita. Rimasi lì tutta la notte a cullarlo, mentre le ombre intorno a me si allontanavano, i rumori venivano inghiottiti dal silenzio e le luci intorno a me si deprimevano.

“Ti amo.”
Piansi allora, quando me lo strapparono per il funerale.

Il mio sogno era in una bara di 52,30 cm. Inutile dire che mio marito non ha retto e mi ha lasciata, non potevo più avere figli. Dio solo sa quanto piansi e quanto gli implorai di restare, ma lui non voleva saperne. Ero sterile e lui desiderava più di ogni altra cosa un figlio. Se devo dire la verità, adesso come adesso, non mi stupii più di tanto. Tra noi al tempo non andava più e solo da quando gli dissi che ero incinta le cose tra di noi migliorarono.

Che cosa avevo in mente al tempo? Niente e nessuno, pensavo solo a come farla finita. Non volevo più continuare a soffrire.

“La mucca con il vitello
la pecora e l’agnello
il pulcino e la gallina
e la notte si avvicina.”

Fù il mio lavoro a salvarmi dal suicidio. Decisi che se non potevo avere figli, questi bambini sarebbero stati i miei. E io li amo, li amo più di qualsiasi cosa.
Al mondo, però, non ci si nutre di solo amore. Devo anche mangiare, pagare l’affitto e le bollette per poter vivere. Il mio lavoro da maestra d’asilo, precaria, non me lo permette, così nel tempo libero, alla sera, intrattengo uomini, sposati e non, per arrotondare. I posti sono pochi, c’è la crisi e non posso fare altrimenti. Quando ero bambina non avrei mai pensato a questo futuro per me, ma del resto chi è che da piccola pensa che per vivere dovrà anche vendersi?
Appunto.

La cosa va avanti da un bel po’. Giusto pochi giorni fa, ho avuto il mio ultimo cliente. E’ uno abituale, sposato, e stranamente è arrivato bello ubriaco. Il tizio mi ha detto che è stato a cena con la moglie e hanno litigato, perché lui pensava a me. Basita lo ascolto. Inizia a dirmi che son speciale, che lascerà la moglie e puttanate varie. Io non mi faccio fregare. Sto al gioco e vuole subito scopare. Ovviamente non gli si drizza benissimo essendo ubriaco perso, ma io gli infilo il preservativo e via. Spero venga il può presto possibile.

Vuole baciarmi.

Sono una bambola di pezza. Se qualcuno di loro si chiede perché ho un’espressione stupita, è solo per praticità d’uso in realtà, ormai non mi sorprende più nulla. Mi sono sempre sentita come l’abusata, c’è poco da fare. Ho troppe toppe al culo per poter essere veramente felice. Nessuno mi ha mai amata veramente. Mai. Sono sporca. Sporca. Sporca. E pregna. Quindi, se qualcuno di loro si chiede perché ogni tanto dai miei occhi vitrei e vuoti traspira qualche lacrima densa e biancastra, dovrei dirgli, se non lo sanno, che il cotone non ha una livello di saturazione molto elevato. Lo vedo come un prendere e donare, gli regalo il loro stesso amore, quindi. Quindi. Quindi, dovrebbero essermene grati, cazzo.
Vuole baciarmi. Lo bacio controvoglia, tanto sto qua non se ne accorge.

Insomma in sintesi la cosa purtroppo è andata per le lunghe e il tizio è venuto scoppiando poi a piangere, e lanciandomi i soldi, se n’è andato. Ho idea che non lo rivedrò più. Credo.

“Dorme il pulcino con il maialino
ed il vitello con la pecora e l’agnello. 
Anche il galletto
dorme sopra il tetto
dorme la gallina
sino a domattina.”

La cicatrice sul mio ventre sobbalza. La vedo muoversi con colpetti decisi di vita come a voler dire dire ”Io sono qui!”.
Calci?
Possibile?

Una faccia incredula e la mia espressione in punto interrogativo esalano un sussulto. Vedo la mia pancia tremare e muoversi come reti elastiche calpestate e sospinte da fanciulli in estate che sudano e fremono sotto il sole asfissiante. Non so se ridere ho piangere, riesco solo ad accarezzare il mio ventre, mentre lacrime scendono arandomi e inondandomi gli zigomi, strappandomi la cute. Una posizione fetale e un pestaggio d’amore per non averci creduto abbastanza.

“Ti amo, ti amo. Voglio sentirti, toccarti e abbracciarti.”
Mi dico infilandomi un dito nella vagina, in profondità.
“Eccolo.”
La sua pelle liscia e bagnata.
“Eccoti amore.”
Infilo un altro dito. Lo accarezzo.
“Sono qui amore della mamma, non aver paura.”
Lo prendo. Una smorfia d’orrore, il parto d’un mostro o il mio specchio riflesso.

Tutto è un sogno troppo moscio che mi si è incastrato dentro in un mal umore attaccaticcio. Un profilattico sottovuoto e una spruzzata di liquidi misogini, frutto d’amori troppo acerbi o comunque troppo maturi. Estraggo il mio aborto in lattice, gocciolante e muto. Non vuole piangere, così lo tengo tra le braccia cullandolo.
“Ti amo.”
Cullandolo piango disperata, mordendomi il labbro, e sanguino, ma non me ne frega nulla.

“Stella stellina
sino a domattina, 
ognuno ha il suo bambino
ognuno ha la sua mamma
e tutti fan la nanna.”

Non devo svegliare i miei angioletti, domani è Natale.

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