Formicaleone

Emanuele Pettener risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

Mr. Fante, che piacere incontrarla. Le devo molto, sa. I suoi libri m’han procurato gioia e consolazione – e come tanti, ho ritrovato anch’io brani della mia giovinezza furiosa in quella di Arturo Bandini, la sua meravigliosa stupidità, la voglia di distinguersi ed essere unici, perseguita paradossalmente attraverso l’affiliazione al branco e l’imitazione (penso in primis alla Strada per Los Angeles); ma, soprattutto, ho ritrovato certe sensazioni dei miei anni  maturi in quelle di Henry Molise nella Confraternita del Chianti e nel Mio cane Stupido.  Considero questi i suoi gioelli, per la lucentezza verbale e la terribile leggerezza con la quale mette in scena l’amarezza e la delusione, e le fa palpitare, le dipinge, ne fa arte. Qui sta la consolazione, no? Per chi legge e per chi scrive.

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

La sua scrittura, specie in quegli afflati lirici che le sono cari, ha molto a che fare con la musica. E posso garantirle che i suoi traduttori italiani sono stati bravissimi nel mantenere l’effetto sognante di tanti suoi paragrafi, quell’incedere incalzante e sensuale di coordinate – suo figlio Dan definì il suo stile “una messa latina”. Lasci che li menzioni – ho conosciuto i suoi romanzi prima in traduzione, quindi a loro devo almeno quanto a lei: Mariagiulia Castagnone, Carlo Corsi, Francesco Durante, Alessandra Osti.
Mi ha sempre stupito che per lei la scrittura sia stata fondamentalmente una forma di gioia, un’eccitazione mentale così acuta da inseguirla ancora ad oltre settant’anni, cieco e privo di gambe a causa del diabete, dettando a sua moglie Dreams from Bunker Hill. Uno dei malintesi a cui hanno contribuito i suoi discepoli (i fantologi, secondo la felice definizione di Martino Marazzi) è l’insistenza nel chiamare autobiografici i suoi romanzi: mentre per lei il materiale autobiografico è la tavolozza di colori, non il quadro. È il mezzo, non il fine. E il fine è il piacere artistico della composizione.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

Lei è diventato il classico scrittore di culto, specie in Europa – per questo chiamo i suoi ammiratori discepoli. In America, ho l’impressione vi sia un rigetto nei confronti del suo specifico umorismo: non è un caso che, in vita, l’unico suo romanzo di successo sia stato Full of life, proprio quello in cui lei rinuncia totalmente all’umorismo e, con l’esplicito scopo di far soldi, scrive uno zuccheroso racconto di redenzione, sgradevolmente fasullo (oggi si direbbe politically correct). Naturalmente i suoi discepoli, accecati dall’adorazione, non se ne accorgeranno mai; pensi che il suo Primo Discepolo Stephen Cooper conclude la prefazione a un’accozzaglia di brutti racconti o bozze di racconti ritrovati in soffitta dopo la sua morte, scrivendo: “John Fante, prega per noi”. Suvvia. Quello che rimprovero ai suoi discepoli è la banalizzazione della sua arte, il non accorgersi che lei è uno scrittore meno spontaneo e viscerale di quanto sembri, e che dietro la costruzione di quella prosa così fresca – vi sono studio, riflessione, lavoro di scalpello.

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

Roma è una cagna in mezzo ai maiali, così canta un cantautore romano. Non lo so, non ho opinioni, non conosco Roma né ho grande confidenza coi maiali. Né con gli scrittori italiani, devo dire: ne conosco uno o due. Non sono miserabili, al limite un po’ lamentosi, ma credo sia un tratto tipico non solo degli scrittori, ma degli Italiani in genere.


Emanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana a Florida Atlantic University, a Boca Raton, in Florida. Su Fante ha scritto diversi articoli fra i quali ricordiamo: “Ethnicity, Desires, and Dreams in John Fante’s Fiction” in Quaderni del ‘900 – The Road to Italy and the United States: La creazione e diffusione delle opere di John Fante. Vol. 6 (2006); “Tra umorismo e satira: donne americane e donne italoamericane nella narrativa di John Fante” in Lettere Aperte, n.2, Winter 2014/15; e “When we were Bandini” in VIA. Voices of Italian Americana, 30.1 (Spring 2019). Dalla sua dissertazione Ph.D, ha tratto il libro Nel nome del padre del figlio e dell’umorismo. I romanzi di John Fante (Cesati, Firenze, 2010, a breve un’edizione aggiornata). 

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