Formicaleone

BANDIERA BIANCA

Era il periodo dei saggi ginnici. Fra Giarre e Riposto, compresi quei villaggi di frontiera intorno alle costole del vulcano, si organizzavano terrificanti eventi ai quali la gente era costretta ad assistere per un disumano numero di ore consecutive. Padri, madri, nonni, zii, fratelli, vicini di casa e vicini di vicini anche lontani di casa; un martirio che i più alleviavano portandosi dietro generosissime porzioni di parmigiana e fiaschetti di vino padronale che al terzo sorso avrebbero stordito anche un imperatore della dinastia dei Ming. Oltre ai fonici, torvi esponenti del free jazz punk ripostese, la categoria più bistrattata era senz’altro quella dei fotografi: crocifissi ai bordi del palco, vituperati dal pubblico per le involontarie sovrapposizioni, sottopagati e inoltre derisi dal presentatore di turno, in quelle ore di servitù coatta sviluppavano mostruose protrusioni discali e severe intolleranze verso l’umanità; la vita era stata particolarmente dura con loro. Non è però a quest’ultimi che vorremmo rivolgere la nostra buona scorta di misericordia bensì a quel tale, un certo Enzo Battiato, già promessa non mantenuta del cantautorato locale, già astro morente, già disoccupato morente, già tutto di quel nulla a cui l’avverbio veste sempre un’aura di grandezza mai raggiunta. La sua ultima esibizione pubblica era coincisa proprio con un saggio di danza dove, per l’interessamento di un furbo contrabbandiere macedone, era stato invitato a cantare durante l’intervallo. Non un granché a dire il vero, perché l’addetto al mixer se n’era andato a pisciare e aveva lasciato i bassi sfasati, in più la gente pareva infischiarsene intenta com’era a passarsi l’uva passa che le dava più calorie. Eppure Enzo se lo ripeteva in testa ogni secondo: “…quando sarò famoso me la pagherete tutti, maledetti callisti!”. 

Da allora erano passati tre anni. Nel mezzo era arrivata la pandemia ed Enzo aveva fruttuosamente impiegato tutto il tempo utile (e anche l’inutile) per compiere uno di quei miracoli che si attribuiscono alle menti migliori di ogni generazione. Intendiamoci: non che la laurea costituisca in sé una patente di intelligenza superiore alla media, ma per lui, per come si erano messe le cose, per come la sua vita ne aveva escluse altre  e per gli anni che già sfondavano gli anta, era un qualcosa di straordinario. Un miracolo, appunto, che genitori e parenti avrebbero voluto vedere subito convertito in un impiego statale, non importa se gradito o ben retribuito. Tutto ciò, come è facile immaginare, l’aveva allontanato dalla musica, e allontanandolo dalla musica l’aveva allontanato dalla vita, dalle donne, da Dio, dal come in into my life e da tutte quelle cose che oppongono una tenace resistenza alla morte. Per fugare gli istinti suicidi che giornalmente lo tentavano come le sirene di Ulisse, Enzo Battiato da anni sfogava la frustrazione con l’accumulo compulsivo di fumetti, edizioni limitate, dvd, astronavi Lego, cimeli feticistici e tutto ciò che restituisse anzitutto soddisfazione tattile. All’arrivo del corriere per un istante gli ritornava la voglia di vivere, ma passato quell’istante la depressione se lo riabbracciava prepotentemente. 
Figlio unico di una famiglia piccolo borghese – la madre pareva ormai una vecchia bretone con i capelli color riso – con i regali della laurea aveva raccolto una piccola somma, duemila euro che doveva spendere in qualche modo perché gli scalciavano in tasca come coppie di anziani che ballano al ritmo di sette ottavi. 
Sognando ancora di diventare un cantautore famoso, ora che si era tolto di dosso il fardello della laurea, per farsi tornare l’ispirazione aveva deciso di fare il grande colpo: una Gretsch White Falcon. Ma i soldi che aveva non sarebbero bastati così aveva chiesto al padre nove mesi di anticipo della paghetta mensile. Nove mesi, il tempo di una gravidanza, pensa mai che dramma se avesse messo incinta qualcuna nei suoi momenti di foga ormonale quando raccattava in giro per l’Italia carnazze sfatte e isteriche. 

L’importatore europeo per la chitarra aveva sede in Germania e la si poteva acquistare solo lì. Enzo in verità aveva scovato un insospettabile negozietto nella sperduta provincia di Agrigento che ne aveva una in pronta consegna, capitata lì chissà come, ma non si era mai fidato dei suoi conterranei e di sicuro non avrebbe cominciato a farlo in quell’occasione. Così aveva fatto il bonifico alla ditta tedesca e si era messo in lista d’attesa confidando di essere accontentato nel più breve tempo possibile. 
Le settimane però passavano e la data veniva sempre posticipata perché dal Giappone, sede di produzione di quel modello, non figuravano esemplari disponibili. Un giorno poi gli fu comunicato che i tempi d’attesa si sarebbero prolungati oltre l’anno. Si fece restituire subito i soldi. 

Trafitto dalla rassegnazione, sempre più frustrato e incapace di scrivere nuove canzoni, vinto da un mondo femminile ostile e materialista, Enzo le provò tutte pur di spendere quei soldi, ma niente, c’era sempre un impedimento, qualcosa che all’ultimo click gli bloccava la trattativa. Persino quelle buttanazze alle quali ricaricava masochisticamente la Postepay invitandole a sperperare i suoi soldi lo snobbavano rifiutando nuove donazioni.
Un giorno, mentre si trovava a passeggiare sul lungomare di Torre Archirafi, ebbe un’intuizione geniale e definitiva: comprare una bara. Del resto era l’unica cosa che avrebbe potuto sistemare nella sua stanza, sul letto, poiché tutti gli altri spazi erano intasati. 
Pensateci, nessuno compra una bara in vita per sé; farlo significa non solo poterla scegliere, decidere il colore, le rifiniture interne, ma anche provarla e capire in coscienza come potrebbe essere il sonno eterno, se comodo, scomodo, o inaccettabile. 
Si rivolse allora alla premiata ditta di pompe funebri dei fratelli Cinghiale Bianco, due filibustieri che insieme avevano seppellito più morti delle cavigliere del Katakali. L’ufficio era sobrio e accogliente. 
Dopo un’eccitante scorsa sui cataloghi, messo di nuovo in difficoltà per l’indisponibilità della bara prescelta, ottenne un fruttuoso sconto per una pronta consegna in radica di noce, maniglie d’ottone smaltato e interni con trapunta di lino, frutto di un’improvvisa rinuncia per un clamoroso risveglio da morte apparente. Naturalmente i fratelli Cinghiale Bianco insistettero per il funerale. 
«Vi ho detto che non è morto nessuno…»
«Cioè lei ora mi vuole convincere che uno compra una bara per gioco?»
« Lei non ce la racconta giusta»
«Così è…»

Alla fine di un’estenuante discussione, tutt’altro che persuasi, i becchini insistettero per portargliela fino in casa così da verificare se mancasse davvero il morto. Il gesto, come potete immaginare, rappresentò un grosso vantaggio giacché Enzo non avrebbe saputo come fare per spostarla e caricarsela in macchina. 

«Ecco, potete metterla qui» comandò ai due energumeni che nel frattempo incrociavano lo sguardo incredulo e impietrito dei genitori del ragazzo. 
«Sul letto?»
«Eh ma signori, qui non ci siamo capiti… sul letto, va messa sul letto, perdio!»
«Bah… questo ha il cervello mangiato» commentava un fratello all’altro. 

Giunse la sera e quando fu ora di andare a dormire Enzo, vestito col pigiama delle occasioni, si coricò dentro la bara. Fu un sonno piacevolissimo, come non gli capitava ormai da almeno trent’anni. 
La mattina seguente si svegliò di buon’ora, pieno di forze e con una gran voglia di vita. Fece un’abbondante colazione e uscì di casa per andare a portare personalmente il curriculum a tutte le aziende della zona. Erano gentili con lui, lo facevano parlare, ma quando usciva dagli uffici e scoprivano la sua età si guardavano in faccia con una smorfia di disappunto.
«Questo scrive che è cantautore, che cazzo ha fatto per quarant’anni?»
«Io non lo voglio, troppo vecchio… e poi non è neppure famoso»
«Tutti artisti…»Dopo qualche tempo Enzo Battiato volle saggiare l’ebrezza di dormire dentro la bara col coperchio di sopra appena poggiato così che se avesse avuto qualche crisi di panico sarebbe riuscito a venirne fuori agevolmente. Questo ulteriore azzardo non solo lo condusse a un sonno ancora più profondo e delizioso, ma gli procurò tutta una serie di polluzioni notturne neppure fosse tornato adolescente. Sognò rapporti proibiti con le migliori balinesi nei giorni di festa, spalti gremiti in attesa di qualche suo concerto, dervishes turners che giravano al duomo, nuove astronavi per viaggi interstellari e lussuose ville in Côte de Fognarel. 
Quando, trascorso qualche mese, la cosa smise d’appagarlo convinse la madre (che era assai più accondiscendente del padre) all’atto estremo: le viti. Non tutte s’intende; già otto o nove bastavano per impedirgli di uscire autonomamente. 
Per dodici giorni, più o meno consecutivi, se la passò liscia bussando sul coperchio quando cominciava a mancargli l’aria. La madre lo liberava prontamente.
Durante la notte del tredicesimo giorno, però, si consumò la tragedia. Colpito da un’arsura ingovernabile per via di una pizza con peperoni e olive mangiata la sera prima, Enzo cominciò a bussare forsennatamente. Aveva sete, doveva bere. Stavolta però i suoi genitori si erano addormentati sul divano. 
Passavano i minuti che lì dentro sembrano giorni: “aiuto…aiuto” gridava, e dal primo piano del palazzo rispondeva la voce demoniaca di un autistico “Battiato… devi morire”.  
Resosi conto che non arrivava nessuno, Enzo cominciò a dimenarsi consumando ancora più rapidamente l’aria e portando il cuore a un’impressionante sequenza di battiti. Centottanta, centonovanta.
E girava tutto intorno alla bara mentre si disperava. 
Più veloci di aquile i suoi incubi attraversarono il mare. 
Per il resto non c’è molto da aggiungere. Lo trovarono senza vita il giorno dopo. La bocca spalancata come un usignolo stecchito dall’afa. 
Con la laurea aveva comprato la sua morte. 
Erano giorni di maggio e fra gli amanti si giocava a raccogliere ortiche. 
Enzo Battiato aveva già superato le correnti gravitazionali e ora, fra lo spazio e la luce non sarebbe più invecchiato. 
Sul palco degli incompiuti sventola oggi bandiera bianca.


(In copertina: foto di Vladimir Di Prima)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *