Formicaleone

Giuda, il traditore che non ha tradito

A un tratto Giuda era ovunque, con la sua copertina verde scuro e quel personaggio raffigurato sotto il peso di un vecchio televisore a tubo catodico corredato di un cane e di un gatto, e tutti gravavano sulla nuca dell’uomo e sugli anni della sua vita. Non è stato difficile accorgersi del fatto che il suo autore, Graziano Gala – trent’anni miracolosi e una saggezza composta e garbata – aveva scritto un libro di cui parlavano tutti: quelli che lo avevano letto e quelli che non ne avevano ancora iniziato la lettura, e questa sarà forse stata la prima intuizione degli editori, targati minimum fax, che pubblicano il suo Sangue di Giuda esattamente un anno e mezzo dopo il Bonfiglio Liborio di Remo Rapino. Questa parentela tra la creatura di Remo Rapino e il Giuda di Gala è il secondo dato certo acquisito prima ancora della lettura. Il terzo dato riguarda la singolarità della lingua parlata da Giuda.

Tendenzialmente non mi precipito su quei libri che si fanno precedere da troppe informazioni e sembrano togliere sorpresa al lettore generando troppe aspettative, però è importante riconoscere il valore di certi lavori e sperimentarne in prima persona l’esperienza di lettura. Inoltre, mi è accaduto di ascoltare la voce dell’autore che leggeva un passo del libro, e davvero era la voce del personaggio che si era impossessato del suo creatore, così non ho resistito alla tentazione di conoscerlo meglio e mi sono gettata tra le pagine di una storia amara e bizzarra, popolata da personaggi sopra le righe e riaffioranti dalla memoria di una vita di periferie, di strade assolate e deserte, di chiacchiericcio continuo e di silenzi complici. E ho riso e sofferto a ogni pagina. E questo è accaduto anche se il caso ha destinato la lettura di Sangue di Giuda a giorni di troppe distrazioni e contrari al raccoglimento che ci auguriamo per certe storie: ogni volta che mi ritrovavo il libro tra le mani, però, mentre lo aprivo e già mi preparavo a una nuova immersione cercando di ristabilire i contatti con i personaggi e di ripescare il filo del racconto, la voce di Giuda era lì ad aspettarmi, vibrante di sofferenza e di solitudine, pronta a farsi strumento di un canto disperato e necessario che puntava dritto e senza rimedio alla nostra coscienza.

Giuda apre bocca e dà vita a una koiné diάlektos,impastata di dolore e vergogna, di un Meridione d’Italia ancora calpestato dalla Storia e da tutte le declinazioni dell’ingiustizia e della sofferenza, e attraverso strade soffocate dalla polvere ci introduce nella Merulana degli ultimi, orfani di speranza, che si affannano abbandonati dalla ragione e privi di direzione in un presente senza futuro e, talvolta, come nel caso di Giuda, ultimo tra gli ultimi, senza passato. Giuda, privato di ogni diritto, privato della sua stessa identità nella dimenticanza di un nome che non esiste più perché nessuno lo ricorda più, e soppiantato da uno sfregio che reca la firma di colui che avrebbe dovuto proteggerlo, consegnandolo al mondo con la dolce solidità di una storia familiare, che invece si traduce qui unicamente in privazione, rifiuto, disgregazione, offesa.

Giuda ha tradito il padre che lo voleva sporco e violento come lui e come la sua gente, un padre che ha fatto a pezzi quella stessa identità che invece avrebbe dovuto contribuire a costruire, lasciandolo senza nome e senza denti, e soltanto con una devastante paura che, insieme al gatto incontinente e al cane malnutrito, abitano il vuoto di una casa in cui si combatte il silenzio con la voce di Pippo Baudo. Il conduttore televisivo, infatti, ha assunto nella sua imponente figura e nella sua rassicurante voce, quel senso di protezione che serve a Giuda per combattere la desolazione di una casa abbandonata dagli affetti più elementari e infestata dallo spirito del padre che, saltando fuori dalla credenza e dall’armadio, continua a perseguitarlo non appena si fa spazio il silenzio e lo costringe a fuggire di casa e a vagare tra l’indifferenza dei parenti e dell’intera comunità. Pippo Baudo è rimasto a proteggere Giuda anche quando è scomparsa la moglie ’Ngiulina, di cui non si hanno più notizie ma il cui nome risuona ancora nella sua inconsolabile preghiera d’amore, è rimasto Pippo Baudo quando la stessa figlia Rosina gli ha voltato le spalle e gli ha mostrato il volto più crudele del disprezzo, Pippo Baudo ha raccolto il grido di speranza di Giuda persino quando lo hanno abbandonato i santi: quei santi che vantano un certo curriculum e una reputazione da difendere.

Ma il triste equilibrio dell’esistenza di Giuda si spezza definitivamente quando sparisce il vecchio Mivar che tanto gli aveva tenuto compagnia e tanta protezione gli aveva offerto contro il terribile fantasma paterno. È così che incontriamo Giuda e la sua scalmanata compagnia, e attraverso un’avventura che assume le tinte di un giallo, mettiamo piede in un villaggio difficile da rintracciare sulla carta geografica, il cui nome di gaddiana memoria anticipa la confusione che lo anima, e che riflette tutte le ingiustizie e i crimini sociali e le prevaricazioni di cui avevamo colto profondi segni sulla pelle di Giuda, sul fondo triste dei suoi occhi e nella voce spezzata e drammaticamente ignorata.

La storia di Giuda è una ferita sociale che ha radici nelle più dimenticate periferie, il suo grido d’aiuto solleva le responsabilità di quanti, dinanzi ai soprusi e alle violenze di ogni genere perpetrate ai danni dei più deboli, volgono altrove lo sguardo e si rendono conniventi con le mafie e i violenti.

La lingua che si libera da questo libro buca le pagine come farebbe con la coltre di omertà che opprime l’esistenza di tutti i dimenticati, e si fa preghiera corale, tentativo estremo di dar voce a chi non ha voce. Una lingua che conferisce solidità alle cose che nomina, che dà colore ai sentimenti più violenti e poi digrada dolcemente accarezzando le emozioni più pure, una lingua che si abbatte con la forza di un flagello quando descrive situazioni difficili e ci catapulta in mezzo ai personaggi che prendono vita tra noi. In carne e ossa. E sangue: il sangue che Giuda ha versato lungo un’esistenza di vessazioni, quello stesso sangue che lo anima e lo induce a pensare e a parlarci ancora, e gli dà la forza di sperare e di amare la sua ’Ngiulina anche se non sa più nulla di lei, dimostrando che più forte di ogni sopruso è la vita che continua a scorrere, nonostante tutto, e che si nutre della incorruttibile fiducia nell’amore. Perché a Giuda hanno tolto ogni cosa, ma l’amore ha conservato in lui la forza di ricominciare. Fino all’ultimo respiro.

Cara ’Ngiulina,

Anche se tu non rispondi lo sai ch’io ti scrivo sempre. Sono stati giorni brutti, ’Ngiulì. M’hanno arrubbat’o Mivàr, chillu ca ne ccattamme comm regalo ’e nozze. È rimasto solo ’o tavolino, ma agg’ sfondata ’a porta ’e casa pe’ scappare da papà ’ntra nu moment’e confusione, quindi non escludo ca qualcuno prossimamente se lu pote fottere, ’o tavolino. M’hanno purtato in galera, Angiulina, dicene c’aggiu arrubbato, ma io ti giuro, Angiulì, ca nun avevo capito niente. Tutti m’hannu chiamatu Giuda, n’autra vota, comm se non tenessi nome ’e battesimo. Qualcuno s’è pigghiata pietà, ma nessuno m’ha chiamato col nome vero. Secondo me se l’hannu scurdatu chilla notte, papà li ha convinti tutti che mi chiamavo Giuda a furia di gridare Giuda! Giuda! Giuda! Rosina m’ha chiamato papà, ma ’ntra nu bruttu modo e ’ntra na brutta situazione. Nostro genero m’ha fatto vedere ne canna ’e fucile e me l’ha fatta pure sentire, nel caso la vista cominciasse a mancare. Ammonio continua a pisciare a tutte ’e vanne da quando t’hanno purtata via. Io penso che è na forma ’e protesta, più che na question’e vescica. Hannu pigghiatu a mazzate Turi Bunna, comm quannu eravamo piccirilli, ma mo’ non lo picchiano perché s’ha arrubbat’e caramelle o cose accussì, mo’ lo picchiano perch’è ricchione dichiarato. Lo picchiano gli stessi ca ’a notte lasciano le mogli ’ntru lettu p’andare a mettercelo a mmocca, a Turi Bunna. Tu lo sai ch’io frequento quelle zone del paese non pe’ vizio, ma solo perché non ho capito cosa ho sbagliato chilla sira per fare arrabbiare accussì papà. L’altra notte ho sentito Nilla Pizzi alla radio. M’ha fatto pensare a tante cose brutte e a una bella: a te, a quanto profumavi, a quanto facevi profumare ’a casa, ca mo’ è diventata nu catetere formato famiglia, a quannu me facivi ’e carezze e me dicivi: «Dormi, dormi». E io m’addurmentava senza ’a paura ’e papà. Pe’ tutti accà io resto nu traditore, e poco importa, Angiulì, se non aggiu fattu niente.
io sempre ti penso, Angiulì, e spero che ovunque sei mi leggi e mi pensi puru tu. Quando torni festeggiam’e nozze d’oro e chiamamm’a presenziare Pippo Baudo. ’A foto tua è sempre sulla credenza, e ogni volta che la guardo mi ricordo che posso pure essere nu disgraziato senza famiglia, ma sto cu la meglio femmena ’e Merulana. Tu si ffocu e io so’ pagghia: nun te pozzu pensà senz’appicciarmi.T’aspetto, sempre, comm’a na promessa.

Graziano Gala ha esordito con un libro straordinario, che è un esperimento linguistico perfettamente riuscito, uno sguardo lucido e maturo su certe periferie che non rispondono unicamente a coordinate geografiche, ma affondano nella storia di singoli uomini e di interi Paesi, e tracciano un solco profondo nell’animo di ogni lettore.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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