Formicaleone

“La sedia nel campo” di Grazia Palmisano

Trenta giri intorno al campo, spingere spingere e ancora spingere con le braccia. Era il suo allenamento. La sedia è vuota, la vedo da qui, in un campo di avena matura. Spicca contro il verde degli alberi, al fondo delle spighe. Le grandi ruote di metallo scintillano al sole di mezzogiorno. Quando è uscito di casa pensavo sarebbe subito tornato indietro. Avevamo di nuovo litigato. Invece quando ho finito di lavare i piatti non l’ho trovato in soggiorno. La televisione era accesa ma nessuno la stava guardando. L’ho chiamato due volte, gli ho mandato un messaggio su telegram, ho chiamato di nuovo. Non ha risposto. Il cellulare però era acceso. Prima della sedia veniva sempre qui a correre, nella stradina che da casa nostra costeggia il parco e porta fuori dal paese, fino ai campi della provincia. Correva anche per trenta, quaranta chilometri. Ogni volta pensavo non sarebbe più rientrato, non lo so perché. Mentre pulivo i carciofi, o mentre spolveravo, o sotto la doccia, mi prendevano dei brividi nella pancia, nello stomaco, e da lì si allargavano fino a chiudermi in un cappotto di chiodi sbriciolati. Le punte aguzze a tratti mi colpivano e a tratti mi evitavano. Restavo immobile o mi agitavo, pochi minuti, ore, poi passava. Quando glielo raccontavo mi prendeva in giro. Diceva che ero una femmina iper sensibile. Poi quelle sensazioni non le ho più avute. Il giorno che mi hanno chiamata dall’ospedale, hanno cessato di tormentarmi. E dopo, quando ho cercato di farlo venire di nuovo qui, non ha mai voluto. Lo sto chiamando da quando sono scesa dalla macchina, senza sedia non può essere andato lontano. Il campo è deserto, uccelli cinguettano passando da un ramo all’altro, qualche insetto che ronza e un po’ di vento. Le poche auto che passano sulla statale sono lontane da qui, le sento appena. Cammino attraverso l’avena. Provo di nuovo a  chiamare. Mi pare di sentire qualcosa alle mie spalle, allontano il cellulare dall’orecchio, è una vibrazione. Mi faccio guidare dal rumore. Vedo una scarpa, mi spavento, non so se correre per vedere meglio o per andarmene. Fermo la chiamata, la vibrazione cessa. Aggiro il cespuglio tenendomi lontana. E’ steso a terra, una gamba piegata, le braccia incrociate sul petto, il telefono accanto. Cerco nel torace il movimento del respiro. Mi getto su di lui come in un mare che mi porterà al largo. Non si muove. Vedo tra le dita un foglio, intravedo: Per Angelica.

Le mani sono gelide, il polso non batte. Mi rifiuto di pensare a quel verbo, mi rifiuto. Chiamo un’ambulanza, è complicato dare l’indirizzo di un campo. Alla fine riesco a far capire dove ci troviamo. Quindici minuti, ha detto l’operatore. Sono ancora inginocchiata accanto a lui. Lo scuoto, lo chiamo, so benissimo che non serve ma non voglio saperlo. Tengo la lettera sulle gambe, gli accarezzo la guancia, è fredda. Apro il foglio. Non voglio leggere, spero di sentire l’ambulanza. Però poso gli occhi sulle parole.

Ho provato, ho tentato, ma non può funzionare per me. Non la voglio una vita a rotelle, rivoglio la mia vita con passi, camminate, nuotate, libero di alzarmi e sedermi e lavarmi senza che ci sia sempre tu ad aiutarmi. Oggi mi sono dato l’ultima possibilità. Se fosse accaduto un miracolo, sarei rimasto. È stato durissimo arrivare fino qui. Non voglio più stare fermo, voglio muovermi e non me ne frega un cazzo degli altri che secondo te ce la fanno. Io non ce la faccio più. Tu le gambe le hai, tu sei libera e non puoi capirmi. Dici di volermi bene ma non vuoi il mio bene. Il mio bene non è quello che pensi tu. Il mio bene è andarmene. Sarai libera anche tu adesso. Non imboccare la via del sale, non per me, non ne vale la pena.

– Bastardo vigliacco.

Lo tempesto di pugni, so che non serve a niente, forse serve a me. Strappo la lettera, urlo, lo insulto ancora, mi alzo, mi allontano, corro a prendere la sedia.

– Alzati, maledetto, alzati.

Lo afferro per le mani, lo tiro, è pesante, di solito collaborava  e ce la facevo, così non ci riesco. Mi rialzo e grido al vento, strappo spighe di avena.

Le lacrime per lui erano la via del sale. Ti disidrati e non servono a niente. Rideva, mi accarezzava il viso e finiva col far ridere anche me. 

– Ho bisogno di te, torna indietro stramaledetto egoista, torna da me.

Mi accascio accanto a lui. La sirena è vicinissima, non riesco a scuotermi, a rialzarmi. Mi aiutano, dicono di non piangere ma dicono anche che non c’è più niente da fare. Lo sapevo, ma dovevo sentirlo. Prendono i flaconi delle compresse, uno dice all’altro che sarebbero state sufficienti a uccidere un rinoceronte. Pensano che io non li abbia sentiti. Lo stanno caricando in ambulanza. Mi lascio andare sulla sedia, non lo avevo mai fatto. E di colpo il campo mi sembra immenso, l’avena invalicabile. 

– Signora? 

Mi dice che lo portano via, se voglio seguirli, si, se mi lasciano il tempo di prendere la sedia, possono avviarsi, li raggiungo subito. Quando resto da sola, spingo sulle ruote, non avanza. Provo a scendere senza usare le gambe, mi faccio male e cado. Cerco di spostarmi attraverso l’avena, spingo sugli avambracci. Perché non ho mai provato prima? Mi rialzo, tolgo dagli abiti pezzi di spighe, elimino le tracce della via del sale dal volto e vado verso la macchina. Metto in moto e me ne vado. Nello specchietto vedo rimpicciolire la sedia nel campo. 


Grazia Palmisano, nata a Martina Franca (TA) nel gennaio del ’67, trasferita a Torino nel ’91, a Corsico dal 2009. Ha scritto il primo racconto a 28 anni, poi più niente fino a 36, continuando a fasi alterne. Legge molta narrativa, parecchia saggistica. Le piace la musica, quasi tutta. Ama scoprire in qualsiasi ambito. Irrequieta, scontenta, pigra, dinamica, suscettibile, permalosa, curiosa, intuitiva. È stata fra i tredici vincitori al book pride anno 2017; la pubblicazione non andò in porto per problemi organizzativi. Il 12.02.2021 è stato pubblicato un suo racconto inedito su Verde Rivista. Ne verrà pubblicato un altro sul n° 65 de L’Irrequieto. Dal 2015 cura un blog personale http://graziapalmisano.wordpress.com

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

1 commento su ““La sedia nel campo” di Grazia Palmisano”

  1. Pingback: Formicaleone – La sedia nel campo – Grazia Palmisano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *