Formicaleone

Un territorio immaginato

A supporto di quanto affermato nel precedente articolo arriva una ricerca condotta dall’antropologa Maria Molinari racchiusa in una pubblicazione voluta dal comune di Berceto in collaborazione con la regione Emilia Romagna e intitolata «Un territorio immaginato – vecchie e nuove migrazioni in un paese d’Appennino». 

In special modo, nel quinto capitolo, l’autrice approfondisce la definizione di «nuovo montanaro» riportando una serie di considerazioni che danno maggior profondità alle idee espresse, ricordando quanto sia importante non sottovalutare l’impatto con il mondo «locale».

«La persona che viene da fuori, l’ultimo arrivato, è e rimarrà sempre forestiero. (…) Anche la lentezza dell’instaurarsi dei rapporti sociali, la pazienza e la lunga tessitura che porta alla composizione della rete spesso è sottovalutata. La cura della casa e del proprio ambiente circostante talvolta coincide ed è importante come la cura delle relazioni di vicinato, per dare avvio a qualcosa di nuovo nell’ambiente acquisito».

In ambito lavorativo l’autrice indica come «quasi nessuno degli intervistati pare aver fatto sufficientemente i conti con la mancanza di persone (e dunque di clienti in caso di attività commerciali) o con la scarsità dei servizi dovuti in parte alle medesime ragioni, oltre che con la differente via di circolazione delle informazioni».

A ben vedere entrambe le affermazioni indicano come sia proprio l’aspetto della pianificazione a essere spesso sottovalutato o nella peggiore delle ipotesi a non essere nemmeno preso in considerazione. Credo, semplificando la realtà, ma non troppo, che una parte di questi atteggiamenti siano da imputare al tipo di narrazione o all’immagine che si è dato in questi anni dell’Appennino e delle Aree Interne in generale.
L’idea di un luogo senza immaginazione, senza talento, dove basta arrivare, iniziare un’attività – magari innovativa e legata ai temi della tecnologia – per riscuotere immediatamente successo, e se proprio non quello, vivere con la consapevolezza che non manchi molto a vedere compensate le proprie rinunce e i propri sforzi.

Illusioni pilotate dal tipo di storie raccontate, dalla narrazione infarcita di luoghi comuni, di ottimismo ingiustificato, e spesso poco veritiero. Le storie di successo hanno inquinato le acque, trasmettendo indizi e suggerendo soluzioni che poco rispecchiano la vita e l’impegno che deve essere profuso per ottenere successo. E se questo vale per qualsiasi attività, in qualsiasi ambito, sogno, speranza, lavoro, vale ancora di più in luoghi complessi come quelli definiti «marginali».

La vita nelle aree interne è complicata perché come abbiamo più volte sottolineato, mancano i servizi di base, le infrastrutture sono spesso vecchie e fatiscenti, le strade tortuose e accidentate, basta un temporale o molti giorni di pioggia per vederne crollare pezzi, i chilometri da percorrere tanti che senza un’autovettura diventa quasi impossibile muoversi. 

Proprio per questi motivi ci sembra necessario sottolineare con forza la necessità di raccontare con giudizio e onestà la realtà dei paesi e dei borghi, creando una campagna promozionale efficace, vera, puntuale, capace di dimensionare, temporalmente ed economicamente, i progetti e gli impegni profusi dalle persone. Abbiamo sempre in testa che si impari più dagli insuccessi, comprendendo con essi gli errori macroscopici, i limiti dei soggetti coinvolti, gli approcci non oggettivi, le scelte errate, le ingenuità e molto altro ancora, che non da poche e «costruite» storie di successo.

Un’altra considerazione sulla quale merita riflettere è la seguente «l’ambiente montano visto con gli occhi di un giovane di oggi invece è ricco di opportunità e di stimoli, soprattutto se connessi al vivere green e all’aria aperta».
Seguendo questo slancio è inevitabile, quasi fisiologico, tralasciare o dare meno importanza ad alcuni aspetti che poi, nel tempo, risulteranno determinanti.
La vita e i problemi delle aree interne non sono poi così tanto cambiati rispetto a quelli vissuti dai nostri genitori o dai nostri nonni; essi si sentivano lontani dal centro, senza collegamenti, costretti a muoversi a piedi per raggiungere una qualsiasi meta. Sentivano di vivere una vita dura e vedevano nelle città un riscatto dalla povertà e dalla fatica; un riscatto per loro e per i figli, soprattutto per quest’ultimi. 

Oggi, nonostante i molti anni passati, la sensazione di isolamento permane; non più fisica forse, ma sicuramente sociale, con connessioni internet a singhiozzo, un’offerta culturale spesso troppo limitata se non del tutto assente e una mancanza di interazioni sociali. Questi elementi, all’apparenza superabili nel momento di massimo entusiasmo, giorno dopo giorno, rinuncia dopo rinuncia, iniziano a minare il morale e la determinazione diventando gabbie da cui voler evadere.

Trasferirsi non può e non deve essere una moda, ma sfrutto di una decisione ponderata, nata dal confronto, da riflessioni profonde e da un’attenta pianificazione.

L’unico modo per ridurre questa possibile pressione è, e ancora una volta si torna al punto di partenza, raccontare i limiti, le mancanze, le difficoltà, le rinunce e la lontananza da molto, senza utilizzare filtri, riportando la pura e semplice verità in modo da educare e forgiare chi deciderà di diventare «nuovo montanaro» dotandolo della consapevolezza necessaria. Trasferirsi non può e non deve essere una moda, ma sfrutto di una decisione ponderata, nata dal confronto, da riflessioni profonde e da un’attenta pianificazione.Inseguire i sogni è importante, chi dice il contrario non ha mai davvero sognato, ma affinché possano realizzarsi bisogna avere le idee chiare, la mente libera e le spalle larghe.

(in copertina foto di Berceto)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *