Formicaleone

“IL PRIMO BACIO” di Mattia Alari

L’amica di sua madre l’aveva detto quando aveva messo il dolce a tavola: sembra il paese, che è a forma di girella. La cosa l’aveva molto colpito.
Si era subito immaginato i muri scuri delle case come ruvidi, soffici e ben lievitati. Muri appetitosi. Come non era poi quella torta, dalla crema troppo dolce e dura.
Guardando le case cadenti attorno però, stava pensando che non avevano niente di buono e neanche di bello e l’aria sapeva di minestrone o qualcosa di simile. La chiesa poi, faceva troppo rumore. Ma era domenica, normale fosse così.
I figli dell’amica della madre lo guardavano con sufficienza e con loro, già sua sorella.
Quando incontravano altri bambini lei faceva la lega con chiunque e poi tutti addosso a lui. Un classico. Guardandola pensò che avevano tutti i capelli neri e ricci, gli occhi scuri. Erano abbronzati, vestiti di colori accesi. Lui era diverso.
E dopo la battuta a tavola su come sembrasse “straniero” per i suoi occhi chiari e i capelli quasi rossi, avevano cominciato a chiamarlo “tedesco”. Tutti. Pure sua sorella.
Pensò che fosse davvero seccante, perché lo ripetevano troppo e continuamente. Neanche capiva che ci fosse da ridere, dopo averlo detto.
Subito dopo mangiato, vista la casa piccola, erano stati svuotati fuori in strada a giocare con gli altri bambini del paese, quelli che erano in giro per il medesimo motivo.
A sua madre, già in ansia per scalini e pietre sconnesse, la sua amica aveva detto che i suoi figli si arrampicavano pure sui muri facendo la qualunque. E poi che non aveva senso avere paura, perché il paese era a forma di girella e non potevano perdersi neanche volendo.
Guardando i bambini di fronte pensò che l’amica di sua madre aveva ragione: erano decisamente scimmie. Che si appendessero alla qualunque era quindi tranquillo, senza pericolo. Quello che lo preoccupava era sua sorella, che correva senza sosta per le vie di fronte allo spiazzo cercando di imitarli. Non vi riusciva, non vi era abituata. Sperò che non sudasse troppo o si sarebbe ammalata e sarebbe stata colpa sua; e che non si facesse male, altrimenti sua madre avrebbe fatto male a lui. Era un classico.
E intanto guardando il cielo tra i muri stretti pensò che davvero in qualche modo girava. E pure la sua testa, visto il caldo. Una testa che sembrava friggere. Aveva prurito ovunque, come le formiche addosso. C’erano formiche ovunque. Se ne era lamentato con suo padre e aveva rimediato uno schiaffetto sulle guance e un bevi un po’ d’acqua. Ne aveva bevuta tanta ma le formiche le sentiva anche dentro gli occhi.
Avrebbe pianto formiche, probabilmente. Si tirò il colletto della maglietta verso il mento e guardò la pelle sotto.
Il tedesco è moscio, sembra arrostito! È rosso come un peperone.
L’ennesima risatina. Glielo dicevano da un’ora almeno, avevano iniziato a tavola, e il fastidio per quello era superiore a tutto il resto, forse anche più del bruciore che aveva addosso. Aveva di nuovo le bolle sul petto.
Ti scotti sempre. L’aveva detto sua madre seccata, come fosse colpa sua. Si era scottato? Sentiva la pelle come fosse caduto di nuovo su una pala di fichi d’India. Ricordava il bruciore e gli aghi sottilissimi, come peli controluce, che avevano fatto imprecare malamente suo padre all’atto di toglierli, uno per uno. Alcuni però erano rimasti dentro e lui gli aveva detto che il corpo li avrebbe assorbiti. Ma sotto la pelle avevano fatto un gran male, per giorni. Dopo quella disavventura nessuna consolazione, solo un ceffone per aver perso l’equilibrio in campagna, mentre giocava. E a darglielo ovviamente sua madre.
Notò come un grosso formicaio a forma di budino, vicino a lui sul gradino di casa, fosse intento a smontare una vespa morta. Buon appetito, pensò.
E poi che gli sembrava di avere gli aghi anche in gola.
Lo strillo sguaiato di uno dei ragazzini gli fece alzare la testa e vide che sua sorella era caduta a terra, davanti ad una macchina. Si alzò di scatto e poi vide che non era caduta, ma si era solo inginocchiata davanti a qualcosa. Vide un gatto a cui stavano dando il tormento. Non gli avrebbero però fatto del male, era il gatto di casa, che non voleva giocare. Proprio come lui.
Si risedette sul gradino e guardò sua sorella aggiustare il vestito rosso con le stampe colorate. Era quello del mare, sotto avevano ancora il costume. La pelle faceva quell’odore di sale caldo che gli piaceva sentire sulle braccia. Aveva un sapore buono, la pelle salata. Lo sapeva perché l’aveva leccata nella noia dell’esilio sotto l’ombrellone, mentre sua sorella giocava tra le onde. Era un sapore che gli faceva venire fame. Non in quel momento.
Pensò che sua sorella in mezz’ora era diventata lurida come tutti gli altri, aveva le ginocchia nere. Non aveva nulla contro lo sporcarsi, anche a lui piaceva, ma non a quel modo. E non con loro. E attorno quell’odore di verdura, portata da un venticello fino, era sempre più disgustoso. Forse perché avevano finito di mangiare da poco e niente che gli era piaciuto: troppo sale. Anche per questo aveva ancora sete.
Tedesco, tedesco, tedesco! continuavano a urlare. In mezzo anche la voce acutissima di sua sorella. Avrebbe continuato a farlo a casa, per giorni. Lo sapeva.
Pensò di allontanarsi un po’ da loro o sarebbe finita a pugni, come volevano. Ma non era così scemo da farsi pestare come l’ultima volta.
Mentre si allontanò fece caso appena a sua sorella che lo guardava andare via, mentre altri bambini e bambine, che si erano avvicinati al gruppo, arrivavano da strade laterali. Sentì il pallone rimbalzare nella strada e subito un rumore di ferraglia colpita. Al secondo colpo, un urlo.
Sapeva già che avrebbero lanciato la palla contro quella vecchia saracinesca e che vista l’ora qualcuno avrebbe protestato. Succedeva sempre anche davanti a casa sua, soprattutto i pomeriggi in cui la gente dormiva. Come facevano a dormire il pomeriggio? Non l’aveva mai capito.
Fissò di nuovo il cielo sopra di lui.
Il paese era come una girella. Una girella dalla crema azzurra. Si chiese che gusto potesse avere il cielo e poi rientrò nell’ombra della casa.
Appena dentro purtroppo non la trovò gradevole.
Puzzava di chiuso. E sudore. Gli adulti parlavano e ridevano facendo più confusione dei bambini. La casa gli parve buia e l’odore di cibo mangiato, di rifiuti quindi, era intenso.
Vide che avevano ripreso a cucinare e sua madre e la sua amica erano intente a fare qualcosa da friggere. C’erano bucce ovunque e un disordine che nella cucina di casa non vedeva mai. Andò verso di loro che gli chiesero perché non fosse fuori. Sete, molta. Una mezza scusa, ma in fondo era vero.
Chiese un bicchiere d’acqua e gli fu detto che c’erano quelli dei bambini ancora a tavola e di prenderne uno. Uno a caso? Ma certo, gli fu risposto. Fece una smorfia. Bere dal bicchiere di un altro gli faceva schifo.
E all’asilo come facevi?
Rispose che non aveva fatto l’asilo e la madre, subito, aggiunse che era cagionevole di salute e aveva dovuto lasciarlo a casa. Non era vero, ma lo diceva sempre.
La donna fece spallucce e indicò la tavola.
Prendi, se hai sete.
Rimase indeciso. Non voleva il bicchiere di un altro. Con un sospiro teatrale la donna prese una tazza sporca dal lavello in cui stavano lavando i piatti, la riempì d’acqua e gliela diede.
La prese indeciso. Era scivolosa, umida. Unta. Sapeva di caffè. La rimise tra le cose sporche e vide che sua madre l’aveva guardato male. L’amica rise.
Tuo figlio è troppo nobile, disse.
Aspettò ma lei non gli diede un bicchiere pulito e sua madre, vedendo che alla fine non aveva bevuto, concluse che non aveva davvero sete. Si allontanò da loro senza una parola e poi guardò suo padre e il suo amico in fondo alla sala, sul divano. Si vedeva l’imbottitura gialla dei cuscini vomitata da uno strappo largo come una profonda ferita. Era stata scavata da piccole dita annoiate, come quelle di sua sorella. Lei aveva fatto la stessa cosa con una poltrona di casa e poi dato la colpa a lui. Le aveva prese anche per quello e poi sua madre aveva ricucito lo strappo con “perizia medica”. Almeno così aveva detto suo padre, che era davvero un dottore. Ma per lui era un falso complimento per tenerla buona, visto che la cicatrice sulla poltrona nera era lunga e brutta come una scolopendra. Pensò al gatto fuori. Forse quel divano l’aveva tagliato lui e non una delle scimmiette di casa. Il divano gli sorrise con la gommapiuma gialla e fu indeciso se ricambiare, mentre la risata forte del padre fece voltare sua madre e l’amica, ancora vicino al lavello. Negli occhi, il solito fastidio di sua madre praticamente per tutto.
Smettila di fare tutto questo casino inutile.
No, non smetteva e ora la prendeva anche in giro. Non le piaceva, si vedeva.
Pensò che anche lui l’avrebbe pagata, come al solito.
Li odiava entrambi, lui e suo padre. I maschi fanno schifo, diceva sempre.
Guardò altrove.
Anche se gli occhi si erano abituati alla luce in penombra, la casa era buia perché bassa. Le finestre grandi erano aperte sulla strada, si sentiva ancora il pallone battere ma solo sulle pietre a terra e sui muri. Non c’era corrente, tutto stagnava. Vide che le grate erano chiuse e sul davanzale che aveva di fronte c’erano poggiate delle vecchie scarpe sporche. Immaginò che puzzassero, come tutto il resto. Ebbe un conato di vomito ma si trattenne.
Suo padre e il padre delle scimmiette fuori, continuavano a parlare e c’era con loro anche un ragazzo che non aveva visto prima, così scuro che il bianco degli occhi sembrava fosforescente nell’angolo in cui si trovava. Pensò ad uno dei cugini più grandi dei bambini fuori, avevano detto che sarebbe arrivata altra gente per cena. Iniziavano ad esserci troppe persone in quella stanza buia. E a tavola.
Avrebbero lavato o solo sciacquato i bicchieri che erano ancora a tavola?
Guardò il pavimento di segato di marmo. Era sudato di un unto che appicciava la ciabatte in plastica del mare e c’erano briciole a terra e già altre formiche. Lo sporco faceva sempre un certo rumore sotto i piedi. L’odore di vecchio sopra ogni cosa gli ricordava casa della nonna, ma quella non puzzava di calli crudi dati al gatto. Quel povero gatto che si era andato a nascondere sotto una centoventisei che doveva essere calda come un forno, per il sole.
Attraversò la stanza ignorato da tutti, e passò oltre la porta bianca che teneva separata la stanza in cui avevano mangiato dal resto della casa, più luminoso. L’odore era già migliore e il pavimento più chiaro.
Le stanze erano chiuse a chiave ed era aperto solo il bagno dai sanitari rosa, dov’era già stato a lavarsi le mani. Non pisciare a terra, gli avevano detto. Per non farlo, si era seduto. Guardò il lavandino e passò oltre, anche se aveva sete.
Il lungo corridoio portava ad un’apertura sul fondo da cui intravedeva del verde. Andò verso di essa, passò la tendina di plastica che la copriva e vide che oltre c’era un piccolo giardino sul retro.
La luce lo colpì di nuovo dentro gli occhi e quindi nella testa che gli faceva male. Malissimo.
Non facevano che ripetere che aveva occhi bellissimi e grandi, ma di fatto con quella luce ci vedeva peggio degli altri. Il sole faceva male come nulla e non gli credevano.
Si guardò attorno e vide che non vi erano abbastanza mattonelle per il piccolo cortile irregolare in cui si trovava. C’era uno stendino polveroso con degli stracci appesi, un tavolino da parte, e poi le mattonelle che finivano in tronco, franando sulla terra nuda. Poggiata contro la parete di fronte, in mattoni vecchi, una carriola incrostata di cemento. E ad un tratto lo notò di colpo. Come la sparizione immediata di quell’odore sgradevole di verdure cotte e cibo cattivo. Il vento era purtroppo caldo, ma in quel momento sembrava sospirare un profumo buono e quando lo vide oscillare ondulato nella corrente, alto fino ad una finestra di un secondo piano, lo fissò con gli occhi spalancati nonostante tutto il sole attorno. Era candido.
Sapeva di pulito e di biscotto alla vaniglia.
L’enorme gelsomino era una palla di fiori attorno a cui si affannavano api grosse e anche le ammazzacavalli, come le chiamava sua nonna. Sua sorella scappava urlando quando le vedeva, ma lui non ne capiva il perché. Non era un fiore e le ammazzacavalli volevano solo mangiare. Bastava non disturbare, come si faceva con le formiche. Che alla fine si mangiavano le ammazzacavalli morte (e le vespe) quindi vincevano sempre loro.
Si avvicinò ma ebbe come l’impressione che il vento caldo lo avesse spinto lateralmente e cercando di evitare delle mattonelle taglienti in un cumulo da parte, finì in ginocchio con le mani sulla ghiaia. Gli fece più male che altre volte perché le mani già bruciavano, ma si alzò subito pulendole palmo contro palmo.
Il grande gelsomino sembrava averlo guardato da sopra ma senza sgridarlo.
Vide che una liana, erano liane di fiori, toccava a terra strisciando nella sporcizia. Gli sembrò sbagliato, qualcosa a cui rimediare.
Si chinò, la prese e provò ad alzarla sul muro, cercando di costringere quel germoglio ad arrampicarsi altrove. Pur sapendo che il gelsomino tendeva a cascare, pensò che invece avrebbe dovuto fare come gli alberi e andare altrove, verso l’alto. Guardò il tronco della pianta. Sembrava vecchio, spesso. Chissà quanti anni aveva. Trovato un appiglio per la liana cascante, scostò la tendina di fiori che copriva il muro e lo toccò.
Era tiepido.
Come quello di altre case, aveva un aspetto vecchio e pieno di buchi. Notò che in alcuni punti c’era anche del muschio giallastro, secco. Sembrava mangiarsi le pietre e forse lo faceva ma qualcosa, sotto un’altra frana di fiori candidi dai petali ricci, sembrava diverso dal resto.
Dal muro sporgeva, coperta dal gelsomino, una grossa pietra bianca e liscia su cui la pianta ricadeva come fosse una massa di capelli.
Con entrambe le mani divise i rami teneri. L’odore era dolcissimo e fu tentato di portare tutto alla bocca ma non lo fece. Sembravano grovigli di nodi, come lo erano i ricci di sua sorella. Piangeva sempre molto quando faceva lo shampoo e poi sua madre la pettinava. Quando era capitato che lo facesse lui, vi metteva molta più delicatezza, non voleva farle male.
E non voleva farne neanche alla pianta.
Cercò di non strappare nulla e con un po’ di pazienza riuscì a guardare sotto la cascata di fiori, scoprendo cosa nascondeva sotto. Era una testa.
Decisamente una testa. Non una testa vera, naturalmente, ma una pietra bianca come quelle delle chiese e dei cimiteri, grande come una testa e persino con una faccia. Era la cosa più strana infatti: quella pietra aveva naso, guance e labbra. Che fossero un po’ sparse a caso neanche la rendeva inquietante ma persino espressiva diversamente. Mise una mano sopra di essa e la toccò. Era più fredda del resto del muro. Il marmo bianco era consumato, scivoloso. Sembrava un enorme ciottolo lavorato dal mare. Chissà da quanto tempo era lì e si chiese perché fosse l’unica pietra bianca in un muro scuro. La guardò con comprensione da simile senza neanche esserne del tutto cosciente.
Le labbra della testa, venate leggermente di grigio, erano vicine ad un occhio chiuso. Sembrava dormire. E anche lui aveva sonno, molto sonno. Un sonno che gli veniva dal mal di testa e che aveva a che fare con le formiche negli occhi. La nausea era trattenuta dal profumo. Ma il profumo era troppo caldo, come il resto. Tranne la pietra. Con l’indice accarezzò quella bocca schiusa ma senza profondità. Era bella.
Per un istinto che non sapeva di avere, poggiò le sue labbra su quelle della testa di marmo bianco e la baciò. Era fredda, liscia. Assaggiò la pietra e aveva un sapore neutro, polveroso.
La lasciò umida e fece un malfermo passo indietro. Tutto girava, girava davvero. La testa faceva male. Anche quella di marmo.
Le formiche gli uscirono dagli occhi lucidi, verdissimi, quando vide la sua mano perdere i contorni e avere quasi dieci dita. 

La bambina fece scalza il corridoio e andò decisa verso il giardino, suo fratello doveva essere lì.
Aveva detto alla madre che l’aveva lasciata lì con gli altri e poi era andato dentro. Lei lo sapeva, aveva chiesto di nuovo di bere, però poi non era più uscito in cortile con loro e nessuno vi aveva fatto caso.
La cena era ormai quasi pronta e lui doveva essersi nascosto da qualche parte per non stare con loro.
Pensò che non doveva farlo e non era stato giusto, rovinare il gioco. Aveva fatto il tedesco davvero, che poi non aveva capito in che senso.
Si guardò attorno tra le cose accatastate e vide che suo fratello era rannicchiato accanto al muro vicino al gelsomino. Gli andò vicino e sorridendo. Dormi? Dormi. Se dormi davvero ti sveglio, perché è pronto da mangiare.
Lo toccò con il piede nudo sporco.
Se non ti muovi te lo metto in faccia.
Non si muoveva.
Vide che la sua pelle era strana, c’erano vesciche ovunque. Bruciavano molto, lo sapeva. Le spiacque per lui ma solo per un momento.
Alzati da terra, se ti vede mamma te le suona.
Nulla. Spazientita premette il piede sulla sua coscia, lasciandovi quasi un’impronta.
Ti vuoi muovere?
No? Lo vuoi tu. Poi lei ti gonfia la faccia ancora di più di ora, che già fa schifo.
Mamma. Mamma, vieni qui! Vieni subito!
La madre non era lontana, solo a lavarsi le mani nel bagno rosa. Uscì e appena lo vide a quel modo ringhiò il suo nome fino a storpiarlo. La bambina sorrise soddisfatta.
Alzati, scemo! Alzati che lì è sporco. Alzati subito!
Lui non si muoveva.
Spazientita la bambina gli diede un calcio ma lui non reagì, guardò la madre e lei si inginocchiò e lo scosse, sempre più forte. Sentì la voce della madre passare da rabbiosa a incredula. Il tono si fece poi strano, più dolce e lamentoso. Mamma…?
Non la ascoltò. Gettò un urlo.
Sentendola arrivarono di corsa gli altri e così il padre, che subito la allontanò da lui come non aveva mai fatto e poi si chinò su suo fratello girandolo supino. Era pallido. Anche se era bruciato.
Lui non dorme. Non dorme. Non dorme. Diceva questo, suo padre.


Mattia Alari è nato tra due mari ma naufragato lontanissimo e solo di recente ha pensato di proporre le sue storie, anche se precedentemente aveva già adattato e scritto dei testi per il teatro.
Si occupa di critica, ha pubblicato racconti su R.O.A. Rivista On Line d’Avanguardia, Madre, De-Siderium, Bomarscè, Malgrado le Mosche e Sulla Quarta Corda.
Al momento è concentrato sullo studio della lingua inglese e della sceneggiatura.

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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