Formicaleone

Giulia Caminito risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

Caro John,
che dire, se questa tua lettera mi avesse raggiunta un anno fa avrei avuto un’altra risposta da darti, ma in un anno il mondo è cambiato, veramente cambiato e anche io. La stiamo aspettando questa “piega migliore” anche noi, e a lungo l’ho aspettata nel 2020 continuando a scrivere con sempre più scoramento. Chissà se all’uscita di un libro ti senti anche tu come un serpente che ha appena fatto la muta stagionale, se ti percepisci nudo e pronto a correre tra la folla, tra le grida. Un anno fa volevo fare così anche io, scrivere e basta, guadagnando poco, ma resistendo, per fare soprattutto quello. Un anno dopo le mie idee sono differenti, i progetti che avevo in mente sulla scrittura sono finiti a testa in giù, mi aspetta la pubblicazione di un nuovo romanzo e guardo a quel giorno con molta meno gioia del consueto: mi sono spremuta per scriverlo, tanto da aver buttato fuori la polpa e i semi, e ora che sono tutta buccia, mi sembra di voler solo rallentare, farmi essiccare dal sole. Il 2020 ci ha mostrato e ancora ci sta mostrando quanto è ridicolo il nostro benessere, quanto è fragile il nostro patto sociale, quanto è rumorosa, faticosa, forzata questa nostra comunicazione continua, questo parlarsi addosso persino alla distanza. Un anno fa dovevo finire il mio terzo romanzo ed ero pronta a più incertezze, a più salti nel vuoto, ora attendo l’uscita per poi ritirarmi. Hai presente le stanze con le luci spente, le stanze della nostra infanzia, dove al buio brillano le cose che già conosciamo? Ecco immagino un posto così, dove andare a nascondermi. E tu? Continui la tua scrittura, resisti? Non farti pregare e dimmi, quando tornerà quella scintilla che fa nascere un romanzo, quel grumo di storia ancora compatta al modo di una scatoletta di tonno.

 

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

Hai ragione, eccome se hai ragione. Ho suonato il piano da bambina e ora quando ne ho uno davanti riconosco a mala pena tre note, so a memoria una sola canzone, anzi no, una sola strofa di una sola canzone. Scrivere è riconoscere le note, i tasti, le melodie, è memoria, è invenzione, è esuberanza, è disperazione. Sai perché ho smesso di suonare? Perché prima di salire sul palco mi veniva sempre un forte mal di pancia, e pensavo tutti lo sapessero, che provavo dolore. Ma non era così, da fuori vedevano solo una bambina ben vestita che suonava la sua canzocina, come un libro in vetrina. I libri occupano meno spazio di quello che abbiamo abitato scrivendoli, i nostri mal di pancia, da fuori, nessuno li riconosce.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

Come vorrei che tu avessi ragione anche questa volta. Come mi piacerebbe poter dire che si può scrivere con calma di questi tempi, che viene riconosciuto il valore della scrittura. Dalle tue parole capisco quanto tutto si è confuso ormai. Ma è proprio questo che vorrei: la calma, il pensiero, la digestione di una storia. Sai, ruminare come le bestie l’erba, i fiori, la paglia, perché devono passare e ripassare tra i denti altrimenti faranno male allo stomaco, alla pancia (sempre la pancia, John). Sminuzzare, triturare, ammorbidire con la saliva le parole, le virgole, i personaggi. Quando torneremo a essere mucche da pascolo? Sarà tardi secondo te? Se ti dicessi che l’editoria italiana assomiglia più alla tua Hollywood di quanto immagini? Non c’è scrittura senza tempo. Dobbiamo tornare a dircelo, a pensarlo. L’ultima volta che ho provato a lavorare nel cinema, ho proposto a uno sceneggiatore di lavorare gratis per lui pur di imparare, lui ha detto va bene e non ha mai richiamato, come gli amanti a cui hai offerto una notte magra.

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

Sono stata da poco in Germania perché lì è stato tradotto un mio libro, e con molta ingenuità ho fatto loro notare, agli incontri o nelle interviste, che in Italia spesso non si viene pagati per ciò che si scrive e che non c’è molto riconoscimento per una “carriera” da autrice di libri: se ne pubblicano talmente tanti, oggi sei su tutti i giornali e domani scrivi al massimo i post-it della spesa. E loro erano sbalorditi, sconvolti, da quella che tu anche chiami la condizione miserabile dello scrittore italiano, io aggiungerei anche della scrittrice. Ma sarà così solo da noi? E poi, John, gli uomini a Roma forse sono osceni come dici, ma la prossima volta, quando tornerai, fermati a parlare anche con le donne, magari cambi idea.

Incontriamoci a Testaccio, quando la pandemia sarà finita, mangiamo delle polpette di bollito all’aperto, passeggiamo verso Porta Portese e poi saliamo a Trastevere e da lì ci inerpichiamo come stambecchi, come adolescenti, fino al Gianicolo. La gente dice che Roma sta cadendo a pezzi, ma non è del tutto vero, alle pietre non si può imputare alcuna morte, alcuna oscenità, e a Roma ci sono le pietre più belle. Fammi sapere se verrai, metterò le scarpe sol tacco solo per te, per camminare sbilenca sui sanpietrini e oscillare sotto alla statua di Garibaldi. Saremo eroi di un mondo e poi anche dell’altro.

Stammi bene.
Tua,
Giulia


Giulia Caminito è nata a Roma nel 1988. Nella vita lavora come editor e scrive. Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti per adulti e ragazzi. Si occupa di scrittura delle donne, soprattutto del Novecento italiano. Fa parte della Società italiana delle letterate e della redazione della sua rivista online, Letterate Magazine. Ha fondato con altre quattro giovani donne il collettivo editoriale: le Clementine, che organizza incontri e workshop di editoria e scrittura. Il suo terzo romanzo, “L’acqua del lago non è mai dolce” verrà pubblicato a gennaio 2021 da Bompiani. 

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