Formicaleone

“L’AVVISTAMENTO” di Antonio Potenza

Dal sacrestano al fornaio, tutti sono convinti di aver visto un fantasma. Il luogo dell’avvistamento è la stradina sterrata che dall’asilo abbandonato, a nord del paese, raggiunge Gallipoli attraverso chilometri di natura sporcata da sacchi di spazzatura e rifiuti non riciclabili. Le spedizioni si susseguono di sera in sera e il paese è diviso: i sostenitori dell’avvistamento tacciano l’altra fazione, quella più inviperita (convinta che sotto il lenzuolo ci sia invece Fabio), di estrema razionalità.

Oggi con Daniele e Luigi abbiamo deciso di organizzare anche noi una piccola spedizione. Luigi sputa per terra con fare temerario. Ha il viso colmo di bubboni. Daniele invece è più metodico, ha già pensato a tutto. Ha anche una pelle più liscia, da bambino. Appoggiato al suo motorino sbilenco ci illustra il piano tra i denti storti: arriveremo dai campi alle spalle dell’asilo nido. 

La sua idea parte dal presupposto che il fantasma non esista e che si tratti di Fabio e se, come è presumibile che accada, la parte d’ingresso della stradina sarà bloccata da altri esploratori sarà facile stanarlo, occludendogli qualsiasi possibilità di fuga. Il piano di Daniele si completa con un compito per casa: trovare sbranghe, dice lui, che ci aiutino nell’impresa. Ci vediamo alle ventidue, conclude, sale in sella al motore e sgasa di direzione di casa.

Rimaniamo io e Luigi a boccheggiare l’ultima sigaretta. Che te ne pare, faccio. E lui risponde che va bene, sa pure dove racimolare il materiale. Fammi sapere se riesci a trovarle per te, fa. Lo rassicuro, poi parte anche lui e rimango da solo con un cielo immenso tagliato da nuvole sanguinolente. Immagino il momento in cui scopriremo sotto il lenzuolo il volto trafitto dalla paura di Fabio. Mi chiedo se avremo veramente il coraggio di pestarlo. Fabio fa uso di eroina da anni, lo sanno tutti qui, ma nessuno conosce la sua età. O i suoi genitori. Fabio è un’entità arrivata in paese dal nulla. 

Nel percorso in scooter verso casa allungo per le campagne attorno al paese. Penso a Fabio. Chissà se ha ancora una madre rassegnata alla sua dipendenza, se suo padre piange a tavola con il vino in mano. Mi sento complice dell’istituzione arbitraria del gobbo di paese, anche se la situazione mi appare anche più complessa.

Tra il paese e il mare, prima di arrivare in prossimità della riva, si snerva un dedalo di stradine tra i campi coltivati. Poco prima della masseria Spisali accade l’impensabile. Nel mezzo della piccola vallata di campi d’angurie, trapassata dai raggi rossastri, una figura lattiginosa di donna avanza lungo il crinale in salita. Non riesco a riconoscerne il volto perché i lineamenti si bruciano a causa della luminosità abbacinante del tramonto. Scorgo però il passo claudicante letteralmente trafitto dalle piante e il corpo nudo smagrito che avanza verso di me. Gli ultimi chiarori della giornata aumentano l’alone luminescente che si estende oltre le sue spalle, ma che allo stesso tempo la invadono trapassandone ciò che al mio sguardo sembra carne. Ne estende i confini e i componenti, le brucia i capelli biondi, talvolta si incastona tra le costole che emergono rivestite di una pellicola nuova oltre il fine strato di epidermide biancastra, rivelandosi come falci ricoperte di polvere dorata. Le stesse luci che vedo morire oltre l’orizzonte spezzato dalle trame nere degli alberi, adesso bruciano dall’interno anche il seno rinsecchito, attaccato come suppellettile di carne in disuso alle ossa fulve. Così, prima che me ne accorga, il sole è quasi tramontato e la donna appare come una chimera evanescente: l’ombelico caleidoscopico filtra gli ultimi raggi in una corona policroma di spettri, il monte di venere e il pube riccioluto si scuriscono. Ecco, la notte. 

Nel frattempo mi sono pisciato nelle mutande e decido di tornare a casa.

Avrei preferito passare una notte insonne a causa degli incubi che sicuramente sarebbero stati vividi ma ad un certo punto sarebbero terminati. E invece posso contare su briciole di sonno saltuarie, in tutto credo di aver davvero dormito mezz’ora. Sono rimasto nel letto a tremare, con il cuore tachicardico, avvolto da un’oscurità movimentata. Ho pensato di vedere bisce iridate di luce verdognola sgusciare dagli armadi, redivivi rantolare ai piedi del mio letto, costole dorate pendere dal soffitto. In bagno ho vomitato rame fuso.

Ora ho bisogno di una tripla caffettiera, invece. Nel primo pomeriggio poi lo schermo del mio cellulare inizia a brillare, scosso da tremolii cadenzati. Lo prendo e scopro di non essere stato il solo ad aver avvistato altri spettri. 

Luana era stata presa per mano da un bambino dai bulbi oculari rinsecchiti come olive; Massimo era stato letteralmente attraversato da un uomo nudo dal cui scheletro cadevano lembi di carne putrida. Al telefono, atri ragazzi continuano a denunciare numerose apparizioni: il paese è sotto assedio, penso. 

Chiamo prontamente Daniele e Luigi. Entrambi mi danno la stessa risposta: cercare Fabio, subito. Non avevo dubbi che per Daniele si trattasse di ulteriori tossici con il senso dello umor un po’ weird. Accendo l’auto e mi dirigo verso il frantoio abbandonato, appena fuori il paese, in direzione Ovest. Daniele è convinto di trovarlo in quel vecchio edificio. Durante il percorso i pensieri si annodano come capelli sporchi e mi portano alla conclusione che il paese sia vittima di una specie di fantasmagoria crepuscolare. Non ho prove, né argomentazioni valide a favore, ma la situazione mi fa credere con una certa convinzione a queste apparizioni come molecole di un evento, più simile ad un ciclo meteorologico che ad una vendetta sciamanica.

Ho un’illuminazione. Chiamo Daniele, lui è arrivato prima, mi informa che lì non c’è Fabio, che si sta dirigendo all’asilo. Chiudo, con la consapevolezza che non l’avrebbe trovato.

L’intuizione, estensione ultima dell’istinto, fugge le chiacchiere da paese. Faccio inversione e attraverso nuovamente le case rivestite di porfido e pietra leccese. 

Quando arrivo alla masseria Spisali, poco dopo il luogo del mio primo avvistamento, noto la mancanza di rumori artificiali. Solo una brezza leggera smuove la macchia mediterranea. Mi faccio coraggio e scendo dall’auto. 

Attraverso le finestre rotte della masseria lance rubiconde di luce bagnano gli interni polverosi. Mi inoltro nel rudere, qui le ombre giocano al mosaico con i frammenti dorati del sole. Addentrandomi scorgo ulteriori schizzi policromi. Le ante sporche di una pagina larga di plexiglass, appesa alla fine del corridoio come una porta, è l’unica cosa a separarmi dalla verità. La sposto e capisco che il paese non era sotto un assedio ectoplasmatico, ma aveva assistito ad un ritorno scortato.

Al centro di una cucina decadente e fuligginosa, Fabio giace svestito con le braccia aperte tra le maioliche annerite. Il viso è stirato, pacifico. Attorno a lui un coro di figure nude e slavate lo osserva meditabondo in attesa di qualcosa. 

Le silhouette luccicano di una fluorescenza propria. Le loro carni biancastre, che brillano e pendono dagli scheletri fulvi, in qualche modo mi ammaliano. Osservo il sedere scarno della stessa donna che si era mostrata a me qualche giorno prima. Penso che nella sua scabrosità sia bella. La vedo accovacciarsi verso i piedi inzaccherati di Fabio. Li sfiora con la punta delle dita bianchicce e il corpo stesso di Fabio risponde con un fascio di luce rossastra. In un dialogo di bagliori, quelle anime arretrano e ogni parte del tossico inizia a dissolversi debolmente. 

Ho l’impressione che la sua dissipazione proceda in sincrono con le ultime luci del tramonto. E così avviene: alla prima oscurità della notte, Fabio è irreversibilmente etereo. Ora tutti insieme brillano di un fulgore più tiepido, guardano nella mia direzione per un attimo, poi mi attraversano ordinatamente per sconfinare nei campi arati. Li osservo migrare verso l’ignoto, fino a perderli all’inizio dell’uliveto.

Scrivo l’ultimo messaggio a Daniele: l’ho visto, è scappato via.


Antonio Potenza (1993) è nato in provincia di Lecce. I suoi racconti sono apparsi su Nazione Indiana, La Nuova Carne, Split, Morel-Voci dall’Isola, Rivista Blam, Suite Italiana, Spore e Lahar Magazine, Il Rifugio dell’Ircocervo. Altri saranno pubblicati da Piegàmi, Voce del Verbo e Micorrize. È stato editor di Sundays Storytelling. Ha co-fondato Rivista Salmace

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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