Formicaleone

viaggio onirico ne “LA CITTà” DI LEVRERO

a cura di FABIO VENERI

“La città” è un romanzo del 1970 dell’uruguayano Mario Levrero. La Nuova Frontiera l’ha pubblicato per la prima volta in Italia a novembre 2020 nella traduzione di Cinzia Imperio. La città di cui qui si racconta, quella menzionata nel titolo dell’opera, non ha un nome. Vi giunge il protagonista dopo un viaggio in dormiveglia attraverso la campagna, la periferia, l’altrove. Questa città, ma sarebbe più corretto chiamarlo villaggio, è un “nonluogo”, o forse almeno Marc Augé potrebbe definirlo tale. Ma a differenza dei nonluoghi iconici della modernità (gli aeroporti, le stazioni ferroviarie, i nodi intermodali), la città di Levrero è un luogo onirico e isolato dal resto del mondo. È quasi impossibile arrivarci, ancora più difficile è lasciarlo.

In un certo senso, il protagonista del romanzo di Levrero assomiglia a un cavaliere contemporaneo. Si può citare qui la profezia di García Lorca il cui cavaliere, pur conoscendo le strade, mai arriverà a Cordova. Il narratore in prima persona è una sorta di Don Chisciotte che si interroga e vaga alla ricerca di un senso. Ad animare il protagonista del romanzo è il tentativo di ritrovare una donna, Ana, misteriosa presenza conosciuta durante il viaggio per arrivare in città: una Dulcinea post-moderna, forse. 

Ma non c’è epica nel cavaliere di Levrero: piuttosto straniamento, senso dell’assurdo, continuo rimbalzo tra realtà e finzione. Kafka è il riferimento primo per Levrero, citato anche nell’esergo dell’opera: per l’autore uruguayano, in quei primi anni Settanta, una sorta di stella polare.

Oggi Levrero è autore di culto in America Latina. Scrittore inclassificabile, umorista, sceneggiatore di fumetti, grande amante del tango (uno dei suoi titoli è il surreale “El alma de Gardel”): la sua è una figura poliedrica. Dopo la scomparsa nel 2004 l’opera è stata oggetto di costante rivalutazione. Si possono tirare i due lembi estremi della sua produzione e metterli in correlazione con “La città”. Da un lato, agli esordi, nello stesso anno 1970, pubblicava il libro di racconti “La máquina de pensar en Gladys” (a quanto mi risulta, mai tradotto in italiano). Il racconto che dà il titolo al libro è un piccolo capolavoro che in poche righe si addentra negli stessi territori sospesi e surreali del romanzo in questione. Mentre nel 2005 usciva postumo “Il romanzo luminoso” (pubblicato in Italia da Calabuig nel 2014). In quest’opera monumentale e smisurata, in questo meta-romanzo, Levrero fa i conti ancora una volta con i temi a lui più cari: il narrabile e l’inenarrabile dentro il viaggio esistenziale e ipnotico di una vita, le esperienze luminose del quotidiano che possono esistere (e resistere) solo fino a che non diventano romanzo.

Altri riferimenti che “La città” mi evoca: a leggerlo, vien da pensare alle atmosfere del romanzo più misterioso di Boris Vian, “Autunno a Pechino”. E, perché no, anche a “Epepe” dell’ungherese Ferenc Karinthy (anche questo libro profondamente kafkiano).

E poi, alla fine della storia, forse come una liberazione, arriva, citata un’unica volta nel libro, Montevideo. Senza voler svelare dettagli della trama, specifico solo che la capitale è il possibile punto di fuga dalla “città” protagonista del romanzo: la fine del sogno, il ritorno alla realtà.

E, concludendo con un ricordo personale, era proprio l’anno 2004 in cui camminavo per le strade luminose della Montevideo di Levrero. Nelle librerie, allora, non avevo cercato i suoi volumi. Oggi certamente lo farei. Mi ritroverei in ottima, appassionata, aficionada compagnia.   

Banda sonora – una canzone per accompagnare la lettura.

Il tango made in Uruguay più famoso, la Cumparsita, interpretato da Carlos Gardel

(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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