Formicaleone

“Un bel nulla”: Viaggio nella narrazione tossica dei paesi

All’improvviso si riscopre il Sud. Si parla di borghi come di paesi in via di sviluppo o come meta per salvare la nostra spiritualità.

Il modo in cui si raccontano i territori è molto diverso da qualsiasi rilevamento, ed è facile che chi ne parli non ci sia mai stato. L’argomento paese ha perso la sua dimensione pubblica per diventare un oggetto del marketing editoriale. Si leggono resoconti di progetti che sono brand personali o sponsor di aziende, senza verificarne i contenuti, l’efficacia del progetto, e il coinvolgimento della comunità. Chi li osserva da teorico non partecipa al flow del paese. Alcuni accademici, pur di sostenere la propria tesi stanno sdoganando il volontariato culturale.

Chi analizza la comunità in maniera disintermediata non è munito di tempo, di attese, di ascolto, perché possono trascorrere anni prima di avere dei risultati o addirittura fallire.

Si dimentica del fattore umano, della relazione, si gioca sul potere semantico delle parole, come se queste avessero un valore mistico, da apparizione mariana. Come quando si parla del Genius Loci, che ha il potere di risolvere una serie di anni di ricerche non fatte, ma ben sintetizzate in qualunque paesaggio.

Si sta sdoganando l’hobbismo del volontariato culturale e chiunque può documentare, cartografare, fotografare e millantare competenze storiche. Non c’è verifica di quello che dicono di fare, si fanno rimbalzare articoli di progetti che non hanno concluso nulla, ma hanno buoni agganci politici. Aziende e innovatori che hanno fatturato zero, teorie pensate da ricercatori universitari, senza esperienza sul campo, che in pieno lockdown dovevano garantire “un totale” di presenze ai convegni. Progetti che si reggono sull’esclusione del contesto, che si collocano al Sud, omettendo mancanze e bisogni, come se il necessario si creasse da sé. Si racconta del proprio territorio in maniera folkloristica, perché non si hanno le competenze, Appropriandosi di termini, luoghi, edifici, metodi di altre discipline, per lo più umanistiche, considerate fino a qualche mese fa hobby o letture estive.

Nessuno specialista esterno al paese ha il diritto di pianificare le vite future delle prossime generazioni, né come indirizzare il loro futuro.

E’ un atteggiamento brutalizzante, svalutante, positivista. Nei paesi, dove vivono ancora dei giovani, esistono delle belle energie e volontà, per continuare a desiderare. Il problema-paese, è tutto interno al paese. Tutte le decisioni prese come impegno di riscatto esterno, non pertengono al progetto-paese, ma a carriere con finalità altre. Di sfruttamento di un argomento, che si eclisserà appena il mercato si rivolgerà ad altro. Che di fatto, finora non c’è nessun business in corso sui paesi. Solo una grande speculazione, per correre dietro la vincita di un bando europeo, o fare incetta dei finanziamenti del Recovery Plan. Manovra che li sottoporrà a una pressione sociale, performativa, di predazione senza esclusione di colpi. Delegando alla cronaca locale lo smarrimento e la fuga di chi ci vive.

Ciò che non si può tradurre in questo momento è l’atavica misoginia dei paesi, della trascuratezza e dell’oblio in cui cadono le buone intenzioni dei ragazzi creativi, che non hanno gli strumenti, né gli interessa pensare di trasformare se stessi in una performance turistica. Bisogna metterli nelle condizioni di realizzarsi e liberarli dal peso di un contesto paludato, patriarcale, sessista, e fortemente maschilista che fa morire.

Il welfare nei paesi lo portano avanti, da sempre, le donne/mamme/zie/sorelle e amiche, vittime dell’accudimento coatto, mentre gli uomini svolgono le loro vite lavorative, spendono il tempo libero come gli pare. Ne parla il nutriente saggio di Angela Balzano, ricercatrice precaria eco/cyborg/femminista in Per farla finita con la famiglia. Dall’aborto alle parentele postumane, Meltemi editore. Costrette ad abbandonare i propri progetti lavorativi per rimanere a vivere in un luogo fortemente determinato da schemi misogini e di annullamento. Spingendole verso la scelta di una costruzione familiare, nonostante la mancanza di una reddito, e nessuna divisione dei lavori domestici. La riproduzione degli schemi subalterni e riproduttivi nei paesi, dove la struttura familiare dirige ancora le scelte, rischia di impantanare vite di donne in esistenze al limite del dignitoso.

La scelta di un’esistenza diversa, da quella finora registrata, in luoghi rimasti fortemente ancorati alla tradizione, è tremendamente difficile. A meno che non si faccia parte di una elitè locale a cui quasi tutto è concesso.

Bisogna farla finita con un ritorno o una permanenza come atto di resistenza, quando ci sono in ballo vite desideranti. La strategia retorica del calo delle nascite, che spinge a rimanere e riprodursi in contesti impoveriti da ogni servizio, senza prospettive di lavoro, ma che elogia le virtù della famiglia in cui le donne assolvono al loro lavoro riproduttivo.

L’ingerenza quasi statalista, di ciò che è giusto fare per i giovani che vivono nelle aree interne, viola l’essenza stessa della loro esperienza. Il ritorno per un donna in un piccolo paese, può coincidere con la fine della sua esperienza lavorativa, quella per cui ha studiato e si è specializzata, che difficilmente riesce a capitalizzare, e mettere a frutto, se non con il mutuo sostegno o la rappresentanza di un uomo. Il rischio in questo periodo di pandemia è che si radicalizzino ancora di più i ruoli, creando una maggiore disuguaglianza.

Dalla trappola paese, se ne esce solo dando competenze e formazione. Dando la possibilità a tutti di scegliere di rimanere, avendo le stesse possibilità degli altri. Quindi, fornendo sussidi economici per andare via, formarsi, istruirsi, studiare, imparare, viaggiare e scegliere dove investire la propria energia creativa. Dopo decenni di malversazioni e amministrazioni commissariate, stiamo ancora a giocare con il futuro imminente delle prossime generazioni, ipotecando l’oggi.

Le infrastrutture, i servizi, gli spazi pubblici, non si progettano come se chiunque abbia competenze, quindi creando forum e cordate di persone di varia provenienza, avendo un’idea imprecisata dei paesi nelle aree marginali. Analizzare e progettare un contesto dove manca tutto, non è partecipare ad un gioco di ruolo, questa faciloneria e approssimazione è la cartina tornasole della modalità con cui si analizzano i luoghi.

Chi è rimasto ha una buona capacità economica o un reddito per rimanere e resistere, ma chi non ha questa fortuna se n’è andato. Non rimani in un paese dove non arrivano le autoambulanze, perché si muore. E non ci vuole una pandemia per capirlo, né un ciclo di conferenze in lockdown sulla “cura e i paesi”. Perché per certi luoghi non c’è futuro. Elogiare gli ultimi rimasti, senza conoscere le loro storie è drammatico.

Bisogna dare competenze, promuovere la realizzazione personale, dare contributi economici a chi sceglie di andarsene per migliorare la propria vita. Soddisfare il conatus, il desiderio di conoscenza, che può realizzarsi altrove.

La restanza è una modalità passiva, arrendevole, depressiva, paludata, incapace di cambiare. Chi parte, rimane comunque un paesano, spesso dietro il sentimento di tradimento che vive chi rimane, si cela l’invidia, e la mancanza di opportunità. Si usa il termine restanza anche dove se ne sono andati tutti, anzi si fa leva sull’incapacità di leggere le fasi migratorie italiane per considerare tutti i paesani come restanti.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

3 commenti su ““Un bel nulla”: Viaggio nella narrazione tossica dei paesi”

  1. Mariaelena Di Giandomenico

    Sono felicissima che un amico ha condiviso questo articolo…molto profondo, realista e senza troppi giri di parole.
    Sarà un piacere seguirvi ancora

  2. Non sono d’accordo. Restanza è resistenza non passiva. E se non credi nello Stato non puoi e non vuoi chiedere susswidi. L’organizzazione per l’autoproduzione non è rinuncia alla realizzazione e a quello per cui si ha studiato: è sfruttare le proprie conoscenze in un altro modo. E’ saper costruire la propria esistenza partendo da quello che si ha e senza chiedere niete a nessuno.
    Per quanto riguarda la misoginia e il lavoro di cura, non sono per niente convinta (e parlo per esperienza in prima persona) che sia peggio nei paesio che nelle città: nelle città non ti vede nessuno, sei un numero, ma quando ti avvicini ai contesti familiari le richieste sono le stesse, e così i costi. La libertà ha un prezzo, non si chiede, la si prende.
    Quanto al “turismo”, e chissenefrega: basta non farlo. Tanto costa di più di quello che rende. E gli “esperti”, vanno solo e sempre negli stessi posti. Altrove, c’è un gran bel posto per tutti.

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