Formicaleone

la balbuzie e il poeta

a cura di SERGIO DANIELE DONATI

Che l’inciampo e l’incaglio della parola siano territori cari ai poeti è cosa conosciuta.Non di rado in poesia questo tema viene affrontato come un vezzo, quasi il poeta volesse schernirsi, celando le sue abilità dietro un apparente limite. Non è il caso di questa poesia. Mai come con Ronny Someck l’elemento deflagrante della balbuzie emerge come territorio impervio. È, per paradosso evidente, un territorio, prima che esplorato, strappato dal corpo dell’autore che diviene il luogo di una battaglia interiore molto potente tra il voler dire e il percepire il limite anche fisico della parola

La balbuzie che il poeta qui descrive è un inciampo che torna in sé, nell’altura (monte) di una incapacità d’elevazione del limite a qualcos’altro. In questo Someck si scontra con il racconto biblico e la poesia diviene terreno di sfida con il suo personaggio principale: Mosè. Mosè è balbuziente (lento di parola), e pertanto dubbioso di poter assolvere all’incarico di liberare il suo popolo da una schiavitù sia interiore che esterna. Esprime questo suo dubbio vorace al creatore e ne nasce una piccata risposta sull’origine della parola

Dice il testo biblico: “ 10 – Allora Mosè disse all’Eterno: Ahimè, Signore, io non sono un parlatore; non lo ero in passato e non lo sono da quando tu hai parlato al tuo servo, poiché sono lento di parola e di lingua. 11 – Il Signore gli disse: «Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, vedente o cieco? Non sono forse io, il Signore? 12 – Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire».13 – Mosè disse: «Perdonami, Signore mio, manda chi vuoi mandare!».  – Shemot – Esodo 4:10-13).

Mosè riconosce il suo limite di parola e ne riconosce la persistenza anche dopo aver ricevuto le comunicazioni alte del creatore (non lo sono da quando tu hai parlato al tuo servo: come a dire nulla è cambiato nei miei incagli anche dopo la tua manifestazione). È solo a questo punto che viene ricordata a Mosè l’origine d’ogni visione, ascolto, parola dell’uomo. 

Ogni nostro senso, ogni nostra espressione, dice il pensiero ebraico, deve ricordarsi la sua funzione primaria: il suo essere eterodiretto.  Gli stimoli sensoriali e le parole ci ricordano in ogni istante l’esistente dell’altro da noi.  L’altro da noi, che ci definisce, è la fonte del nostro vedere, udire, parlare; e allo stesso tempo il suo fine. 

Abbracciando questo pensiero gli inciampi, gli impedimenti e le difficoltà di percezione ed espressive divengono luoghi di meditazione sul sé e sul mondo; sul nostro posizionamento nei confronti dell‘altro e dell’Altro.

In una cosa Someck e il biblista concordano. Di questa funzione spesso non abbiamo memoria. Abbiamo bisogno di un altro che ci ricordi chi siamo, da dove proveniamo e quale sia la nostra funzione nel mondo. L’essere umano dimentica e, per questo motivo, la memoria è un audace sforzo etico: sempre. 

Il tenero gesto (la mano su una spalla) e le dolci parole del maestro del poeta, la piccata risposta del creatore a Mosè servono a suscitare un moto di memoria in entrambi. 

Fin qui il percorso di Mosè e di Someck nella descrizione del proprio essere limitati combacia, pur nella differenza espressiva. ma al poeta la memoria non basta e non fa ardere la parola. E non può esserci ascesa senza fiamma. Oppure, come sembra lasciar intendere la poesia, le parole verso la bambina amata, prendono fuoco troppo velocemente nel palato di Someck bambino, prima che possano raggiungerla.

Allora il poeta torna ad un rapporto con la parola clandestino, quasi che i lemmi fossero qualcosa da contrabbandare, da rubare o da camuffare.  Corpi estranei da modificare nell’essenza, perché trovino vie di espressione.  E, forse per questo stesso motivo, per aver celato alla parola il fine della parola, quest’ultima non si infiamma e non raggiunge il cuore della bambina cui sarebbe dedicata.  Un percorso nella balbuzie quello descritto da Someck molto potente, ineluttabile.

Come vento freddo in faccia.  L’autore sembra dirsi (e dirci di essere stato) incapace dell’atto di resa all’evidenza di Mosè (manda chi vuoi mandare).  E in assenza di quella resa alla etero-direzione dell’origine e della direzione della parola, in assenza, in altre parole  e del guizzo di speranza dell’uomo (sembra dirci il poeta) le parole stesse, se si infiammano, lo fanno dentro di noi e dentro di noi si spengono. 

La balbuzie bambina di Someck non è dunque vezzo di chi proclama il proprio limite, cosciente delle proprie grandezze.  È al contrario una descrizione inesorabile (e allo stesso tempo il ricordo) di un limite inespugnabile, privo di fiamma e ascesa, privo di resa e di coscienza e di fronte al quale non resta al poeta che descriverne gli effetti nel corpo.  La bocca di Someck resta la bocca del poeta; Mosè si arrende di fronte all’evidenza di un’appartenenza altra della propria balbuziente oralità.  Entrambi ammettono l’esistenza del limite.

Mosè è però capace di ascolto dell’Altro da sé anche nella gabbia della sua stentata (sdentata?) parola.  Someck, al contrario, ci narra di una fiamma inesistente (o troppo vorace) e di una parola che non raggiunge altro che se stessa, costretta in un palato che sbriciola ogni nostro tentativo di dire. 

Breve nota biografica sull’autore: Ronny Someck, poeta israeliano, nasce a Bagdad e si trasferisce molto piccolo coi genitori a Tel Aviv. Completa gli studi di filosofia e letteratura ebraica presso l’Università di Tel Aviv.  Attualmente insegna letteratura e tiene seminari di scrittura creativa. La sua bibliografia vede la pubblicazione di tredici raccolte poetiche che hanno ricevuto prestigiosi premi nazionali ed internazionali. È autore anche di racconti per bambini

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LA VENDETTA DEL BAMBINO BALBUZIENTE

Oggi parlo in memoria dei vocaboli
impigliatisi un tempo nella mia 

bocca,
in memoria delle ruote dentate che sbriciolavano
sillabe sotto la lingua e fiutavano
polvere da sparo nello spazio tra il palato e le labbra oscurate.
Ho sognato allora di contrabbandare le parole 

camuffate da merce
rubate nei magazzini della bocca,
di strappare il cartone ed estrarre 

i giocattoli dell’alfabeto.
L’insegnate mi posava una mano sulla spalla, narrando 

di un Mosé balbuziente
asceso, nonostante tutto, al Sinai.
Il mio monte era una bambina seduta in classe
accanto a me, ma il roveto della lingua
non infiammava
innanzi a lei,
le parole arse
dal mio amore
per lei.

(In copertina: foto di Costantino Tuccori)

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