Formicaleone

Giovanni Di Iacovo risponde a Fante

John Fante
«Passo il mio tempo a scrivere fino a che la situazione prenderà una piega migliore. È la cosa più appropriata che posso fare al momento, perché sono determinato a guadagnarmi da vivere scrivendo, e in nessun altro modo. Ogni scrittore deve fare la fame per un po’ prima di valere qualcosa. Deve sperimentare tutte le difficoltà quanto le cose facili, e in questo momento mi tocca la parte brutta di quest’affare di vivere. Non preoccuparti per me. In qualche modo me la cavo sempre».
(Lettera alla madre del 4 ottobre 1932)

Ah non ho dubbio caro John. Anche con questa dannata pandemia, qualcosa di buono comunque resterà, se continuiamo a scrivere e creare nell’attesa che si possa tornare davvero a vivere la cultura. Anche io seguo concerti ed eventi in streaming ma, per me, sono solo una forma di “metadone” della vita culturale, utili in caso di crisi di astinenza culturale ma nulla di più. Ora mi sto dedicando alla scrittura anche del testo di canzone, ho avviato un progetto di musica elettronica che si chiama Anticorpi e la pandemia ci ha beccato proprio quando eravamo in tour nella tua città natale, Denver, e io avevo appena visitato la casa dove sei nato. Letteratura e musica, in fondo scrivere è un po’ come suonare, che ne pensi? 

John Fante
«Scrivere è come suonare il piano; devi tenerti in forma, e io non lo sono proprio. Ma a poco a poco la vecchia sensazione sta tornando, e tornerà del tutto. Non posso sapere quando, ma sarà presto».
(Lettera alla madre del 24 aprile 1935)

Presto, io credo molto presto. Così come una persona è composta, alimentata, costruita dalle fasi di cui ha fatto esperienza, così la propria scrittura si alimenta, sia della propria vita che di ogni possibile nutrimento culturale, da un film visto, a una mostra a una chiacchierata. Tutte cose che vanno poi a convergere nella propria scrittura, nelle idee, nella costruzione di immaginari e di storie. Passiamo momenti espansivi in cui ci ingravidiamo di idee e immagini e altre in cui espiriamo tutto quello che abbiamo dentro, facendolo emergere, organizzare e sedimentare nella scrittura. In questi mesi di pandemia non possiamo dire di avere vissuto appieno la nostra vita ma se abbiamo scritto qualche pagina o anche solo ordinato i nostri ricordi, la nostra vita e le scaffalature delle nostre idee, abbiamo fatto qualcosa di importante che difficilmente, con i consueti ritmi del quotidiano,  saremmo riusciti a fare.

John Fante
«C’è proprio una grandissima differenza fra lo scrivere per l’industria cinematografica e la semplice pubblicazione. Di fatto, un buono scrittore ha successo solo di rado a Hollywood, ma ci sono molte eccezioni. Quello che vogliono i produttori è un’idea, e non gli importa di come la presenti, se la realizzi rapidamente. D’altra parte, quando si scrive un racconto letterario, bisogna pensare ai valori della scrittura; si può scrivere con più calma e si può essere più sicuri che la storia sia ben fatta, dal momento che lo scrittore vede il suo lavoro sulla pagina davanti a sé».
(Lettera alla madre del 15 giugno 1934)

Hai ragione, hanno tratto un film dal mio ultimo romanzo, Confessioni di Uno Zero, accanto all’ottimo regista Andrea Malandra ho capito che sono linguaggi completamente diversi, anche approcci mentali alla narrazione completamente diversi, con altri ritmi. Amo studiare certe meccaniche di quel tipo di storytelling e poi sperimentarne l’applicazione nei miei romanzi declinandoli con gli strumenti artigianali della scrittura.

John Fante
«L’estate scorsa sono stato in Italia per sette settimane, soprattutto a Napoli, ma anche qualche giorno a Roma, per il progetto di un film. È stata un’esperienza molto commovente e importante per me. In qualche modo l’Italia era come me l’immaginavo, almeno per quanto riguarda il cinema e l’ambiente, ma ho trovato che la gente è semplicemente splendida, cortese e raffinata. Persino il contadino più infimo in Italia è in un certo modo nato a una cultura e a una vita civilizzata che noi non conosciamo. Poi ho odiato la gente ricca che ho incontrato, gli impostori nel mondo del cinema, gli osceni uomini di Roma, la loro arroganza bucolica di imbroglioni di città. Un giorno ti racconterò di questo viaggio, della condizione miserabile dello scrittore italiano».
(Lettera a Carey McWilliams del 15 gennaio 1958)

Però dobbiamo fare una distinzione, caro John. Non è mai condizione miserabile quella di uno scrittore che cerca e riscuote la sua soddisfazione all’ interno del percorso della scrittura in sé, nei minuti e nelle ore dedicate al piacere di costruire narrazione. Lo è se il tempo dedicato alla scrittura è dovuto alla ricerca di uno status, dell’aspirazione alla gloria. Non scrivere pensando che con i tuoi libri pagherai le bollette. E non scrivere neanche pensando che questo ti illuminerà o renderà sopraelevato rispetto agli altri. Neanche se cambi la tua mail da pinodesantis@gmail.com a scrittoredesanctis@scrittori.com. Ma non che sia miserabile tu, è miserabile il sistema con il quale uno scrittore o un professionista della cultura viene considerato nel nostro Paese. Guarda le commedie americane, le più pop, le più mainstream. Lo scrittore, l’artista, sono le figure più chic, ricercate e desiderate dalla bella società, adocchiate, nelle love stories, dalla protagonista e dalle sue amiche. Dalle nostre parti, invece, lo sono i calciatori o gli sconosciuti tatuati che ruttano nei reality. Anch’io sono estesamente tatuato, ma almeno sono educato. E’ una sfida impari, un modello culturale, non è colpa tua.  Pensa che nella nostra regione, l’Abruzzo, l’affermazione: “sei proprio un artista” significa “sei un terribile scansafatiche” 
Ma la condizione miserabile di cui parli è una caratteristica peculiare del nostro Paese e non di tutti gli altri. Il problema italiano é l’agorafobia culturale. Paura viscerale di aprirsi, di respirare nuovo ossigeno a pieni polmoni . In Italia, i generi letterari sono pochissimi, chiusi e stretti, mentre ovunque in Europa e del mondo l’offerta di importanti generi e temi è straordinariamente ampia. L’agorafobia culturale è un serpente che si mangia la coda. La casa editrice ha paura di pubblicare cose che siano un pizzico fuori dei binari consolidati (e abusati!) per paura di andare “fuori mercato”. Lo scrittore ha paura di scrivere cose troppo fuori dai binari per paura di essere snobbato dalle case editrici perché non venderebbe. I lettori leggono quello che trovano e, se l’offerta è asfittica, non ci si può meravigliare che in tanti non trovino titoli, concetti, vicende e temi che potrebbero avvicinarli alla lettura aumentando quindi il numero dei lettori nel nostro Paese. Questo disprezzo per il mestiere culturale e l’agorafobia culturale stagnante in Italia sono alla base di quel meccanismo che, per usare le tue parole, rende miserabile la condizione dello scrittore italiano.


Giovanni Di Iacovo vive tra Pescara e Berlino, è stato sceneggiatore per RaiDue della fiction Offline (2015) e ha pubblicato racconti e romanzi tra i quali Sporco al Sole (Besa, 1999), Sognando una cicatrice (Castelvecchi, 2000), Sushi Bar Sarajevo (Palomar, 2007), Tutti i poveri devono morire (Castelvecchi, 2009), La Sindrome dell’Ira di Dio (Zero91, 2012), Noi siamo la notte (Galaad, 2013) e Confessioni di Uno Zero (Castelvecchi, 2018). Da quest’ultimo romanzo è stato tratto un film dal titolo omonimo. Ha fondato e diretto il FLA e diversi altri festival. Svolge attività di ricerca in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea e ha pubblicato saggi e monografie su Celati, Tondelli, Bassani, De Lollis, sulla sci-fi, sul noir e sulla letteratura dell’area adriatica italiana.
E’ stato titolare di cattedra di Letteratura e Musica e ha pubblicato diversi saggi sulla musica in particolar modo sulla musica elettronica sulla new wave.
Ha vinto la sezione narrativa della Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo (Sarajevo, 2001), il Premio Teramo (2007) ed è stato finalista del premio letterario della Rai La Giara (2012). Alcuni suoi racconti sono stati messi in scena nello spettacolo con Stefano Benni e David Riondino Viaggio nelle Metropolis (2009). 
É fondatore e autore dei testi della band di musica elettronica italo-tedesca Anticorpi.Consigliere della città di Pescara dal 2009, l’autore è stato eletto nel 2014 Assessore alla Cultura e nel 2019 Vice Sindaco di Pescara con delega alla Cultura e alla Creatività.

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