Formicaleone

“Eva Hitler” di Simone Consorti

A tarda notte si sentono solo le bombe e, quando tacciono, uno strano rumore. Ci ho messo un po’ a capire che era il generatore. Questa notte è stata particolare. È stata la notte del mio matrimonio, anche se senza anello e con la sposa vestita di nero. Il celebrante non ci ha chiesto nemmeno il documento. Gli è bastato che lui dicesse di far presto. Una cosa veloce nel male, in povertà e nella malattia. Una cosa talmente spiccia che, sul contratto, ho sbagliato la firma. Dopo la celebrazione, tutti si sono messi in fila indiana per stringerci la mano. Sembrava una processione, talmente era tutto ordinato. Come se stessero per darci un ultimo saluto. Magda aveva una faccia contrariata. Mai avrebbe pensato che Hitler si sarebbe sposato, tantomeno con una donna come me. Mi giudica frivola e ridicola. Pensa che sia stata solo un giocattolo e che ora questo giocattolo vuole portarselo nella tomba, come un bambino viziato che accetta il buio solo in compagnia del suo pupazzo. Sta di fatto che ora la first lady non è più lei. Quando ci siamo conosciuti, mio marito fantasticava di sposarsi con l’ultima figlia di Wagner e dare vita a un figlio eccezionale, musicista e imperatore di sangue. Il bunker odora di stivali, di umidità e di detergente. La cosa che non sopporto di lui è il suo odore. Da quando lo conosco soffre di stomaco e, per curarlo, prende pillole terribili, che lo fanno puzzare come una carcassa di piccione e hanno un ruolo enorme nei suoi sbalzi d’umore. Alterna urla a momenti laconici. Quando non dà ordini, ordina a se stesso di starsene in silenzio. Ha dato il mandato di uccidere F. con due parole: «Alto tradimento». Alto! Come se tradire non fosse sempre qualcosa di basso. F., mio cognato, qualche anno fa avrebbe potuto diventare mio marito. Rimarrà per sempre l’uomo con cui ho fatto l’ultimo ballo. Fuori dal bunker, ieri notte, sotto le stelle, c’era odore di non stivali, di non detergente. Una volta usciti, con cinque guardie personali che ci sorvegliavano, abbiamo ballato nel buio, nel silenzio, cercando di confonderci col vento, prima che ci riportassero dentro. Ho letto di chi ballava sul Titanic mentre affondava. Qui manca perfino l’acqua, che è contingentata. 

Mi sono scoperta a sfiorarmi il collo. La cicatrice è così piccola che devi sapere che c’è per vederla. Solo lui sa dove si trovano, ha la mappa aggiornata di tutte le mie ferite. E sa pure che non ho mai detto a nessuno, nemmeno a mio padre, come me le sono procurate. La prossima volta che mi sparerò non userò una pistola, ma un veleno. Nemmeno chi mi conosce davvero dovrà sapere quel che mi è successo. D’altra parte, lui ha già disposto tutto. S. (quel maiale che gli prescrive le pillole che lo fanno puzzare) gli ha spiegato che il metodo perfetto è il cianuro, seguito da un colpo di pistola. Hitler non se lo sparerà fino a che non avrà stabilito che sono morta. Forse mi ausculterà, non so se sul cuore o proprio sul collo. Magari, scovando la cicatrice, penserà agli anni di Monaco e gli salirà la nostalgia. A quel tempo, ero io la prima della lista. Prima di Russia e Polonia, era la sottoscritta la sua principale conquista. Un’ora dopo le nozze, alle due in punto, ha tirato fuori il testamento. Ecco perché parlava sempre di benzina. Per noi due ha in mente una grande pira. Dobbiamo sparire, non ne deve restare niente. Non devono arrivare al cuore, tantomeno studiare la struttura del suo cervello. Ha farfugliato di un grande illusionista che, all’ultimo, dopo essersi affaccendato una vita per convincere il suo pubblico, deve far sparire tutto. Il fatto è che non ci si può abortire a cinquant’anni, non ci si può suicidare per intero così tardi. A Monaco forse, tanti anni fa, in quella notte senza i miei genitori e con lui lontano. Ricordo il gelo della pistola sul collo e quando mi sono svegliata, con quella pozza di sangue tutt’intorno. Lui aveva interrotto la campagna elettorale e all’ospedale, per tenermi compagnia e le mani occupate, mi fece avere un cane. Al risveglio mi guardava con, negli occhi, una luce nuova, come se mi vedesse per la prima volta. Da dietro il paravento, avevo sentito quello che chiedeva al medico: se era una messinscena o se avevo tentato di suicidarmi per davvero. Ormai non si fida di nessuno, nemmeno del suo medico. Ha voluto provare il cianuro su Blondi, che ha condiviso, con qualche giorno d’anticipo, il nostro destino. Non permetterò che Stalin ti dia ordini, non gli consentirò di dirti cosa devi fare e cosa no, non accetterò che ti faccia fare altri cuccioli, o riportare l’osso, o che ti cambi nome, o che gli lecchi la mano, gli ha ripetuto carezzandola, finché non è stramazzata. Una volta morta Blondi e testato il cianuro sul cane, il dottore ha avuto il permesso di scappare. E quello, ovviamente, se ne è andato a gambe levate, prendendolo come un ordine, e non come una semplice opzione. Uno come lui se la caverà tutte le volte, con quella sua valigetta stipata di droghe. Per noi è stato come Lord Rasputin per gli zar. Ha avuto fortuna al primo colpo, ci ha saputo fare con reflussi e rigurgiti, e così ha deciso dell’umore e delle decisioni di tutti noi. Ora lo immagino già lontano da Berlino, con un documento di riserva e capelli e baffi rasati. Riuscirà a passare la frontiera e a farsi passare per rappresentante di farmaci. «Hitler chi», cadrà dalle nuvole, «non l’ho mai sentito, parlate per caso di quel politico?». E tra qualche anno, quando si saranno calmate le acque, tirerà fuori una biografia bollente, magari con, nel glossario, i nomi di tutti i farmaci che gli ha somministrato. Per vendere di più s’inventerà di avergli prescritto qualche intruglio strano, tipo sangue di toro o sperma di cavallo. Chissà che si dirà, invece, di me. Almeno non potranno chiamarmi “concubina”. Questo documento parla chiaro. Dovranno rivolgersi a me come a una moglie, i posteri. Mi sarebbe piaciuto che i nostri corpi fossero imbalsamati come Lenin, mummificati insieme e visitati da milioni di innamorati. Anche se non andrà così, la cremazione non mi va giù. Quando gliel’ho detto, prima, mi ha mostrato una foto al contrario. «Sai chi c’è in questa foto?» mi ha chiesto senza girarla. «Ci sono Mussolini con l’amante, impiccati a testa in giù». «Te non t’impiccheranno», ha detto, «non lo permetterò. Nemmeno da morta dovrai ballare per altri». Gli è andata di traverso che il mio ultimo ballo sia stato mio cognato. Sarà lui l’ultimo ricordo leggero, a lui assocerò la sensazione del vento e quell’impressione di movimento, di muovermi a tempo con tutto il resto. Forse l’ha fatto uccidere per quello, per inquinarmi anche quel momento, e non c’entrava niente l’alto tradimento. Invece di ucciderlo, avrebbe potuto invitarmi a ballare. Per ultimo. Anche se non è da lui. Lui non sa muoversi. Lui rimane fermo, rigidissimo quando pronuncia le sue parole e ti fa fare tutto ciò che vuole. Lui ha trangugiato centinaia di vocabolari ed è tutto un reflusso. Ama tutte quante le parole, dalle più scurrili a quelle antiche e solenni, semplicemente per il fatto che escono dai suoi denti; tutte tranne i complimenti. Oggi gli ho dato l’ultima occasione di farmene uno, anche se la situazione era un po’ da danza macabra. «Sembra fosse una bella ragazza» ho detto, tenendo in mano la foto che mi ha mostrato. E lui avrebbe potuto dire: «Ma mai come te», o «lei non ha i tuoi capelli», o «non così bella da sposare» o tanto altro, che invece si è risparmiato. 

Il bunker odora di buio. Anche Romeo e Giulietta si sono sposati un giorno e suicidati quello dopo. Solo a dirlo mi sento ridicola. A nessuno, nemmeno a una cretina come me, sarà mai consentito di trasformare questa storia di sopraffazione in una vicenda di amore e morte. Ora lui si è addormentato. La mano sinistra gli balla anche nel sonno, come quegli aggeggi sensibilissimi che misurano a chilometri di distanza l’entità di un terremoto. È rimasta padrona di sé solo al momento della firma per il matrimonio. Lì non ha nemmeno tentennato e per me è stato una specie di miracolo. Quando incontra le truppe ormai la tiene dietro, stretta su un paio di guanti neri. È questo il suo più grande segreto. Lui che tutto il mondo ha fatto tremare, adesso è un continuo tremore. Chissà che sta sognando. Magari è tornato indietro di qualche anno oppure sta immaginandosi la Terza guerra mondiale o il Quarto reich. È l’ultimo sonno che farà. Se se ne andasse adesso, dormendo, non potrei conoscere le sue ultime parole. Le ultime resterebbero quelle insulse, biascicate prima che l’iniezione gli facesse effetto, quegli insulti contro i nuovi giovani crucchi indegni di lui. Ma sono sicura che ne ha preparate ben altre e che ha in serbo una sua frase. Ogni grande uomo ha lasciato parole famose. Napoleone ha pronunciato il nome della sua patria accanto a quello della prima moglie. Lui ieri mi ha rivelato che avrebbe voluto resistere fino al cinque maggio e morire lo stesso giorno esatto del suo eroe. Chissà se anche per Hitler scriveranno poesie; di sicuro non gliela daranno i posteri la sentenza, ma i sopravvissuti e i tribunali di guerra. Per me il giudizio, invece, sarà lasciato ai pettegolezzi dei giornaletti. In ogni caso, se del mio corpo non rimarrà niente, resteranno, invece, i filmini al Berghof e nelle mie biografie metteranno tante foto e cartoline, oltre che le pagine dei diari. Non mi ricordo, di preciso, tra la fine del ’36 e l’inizio del ’37 cosa ho scritto. Per fortuna che non ho detto tutto. A dire il vero, anch’io ho un segreto. Niente avi ebrei, inutile cercare all’anagrafe, interrogare, approfondire: non sono di razza inferiore. Non è questo. E non ha nemmeno a che fare con il sesso. Non mi sono fatta sterilizzare come le sue amanti precedenti, tantomeno ho abortito perché non sarebbe mai diventato un Wagner nostro figlio! Mi tocco la cicatrice sul collo e guardo sul tavolo la mia pasticca di cianuro. Se la prendessi adesso, mentre sta dormendo, sconvolgerei il suo piano, così ben calcolato. Tutto deve avvenire secondo una sequenza precisa. Se si accorgesse che gli ho fatto saltare un dettaglio, lo prenderebbe per uno sgarbo e diventerebbe ancora più pazzo. Ora però dorme. Mi piacerebbe che nel sonno mi dicesse quello che non mi ha mai detto da sveglio; che, anche se sotto pillole, ci riuscisse. Mi avvicino, e aspetto. Poi glielo suggerisco, come se fossi un ventriloquo. Dillo» gli dico, «dillo». Ma le sue labbra sono serrate, come se ormai non gli servissero più, nemmeno per respirare. Allora mi avvicino, mi avvicino al suo orecchio. «Mi senti?», gli chiedo, «Volevo rivelarti un segreto!». Poggio le mie labbra delicatamente, contenta che non esistano palpebre per le orecchie. Glielo dico così piano, come se il resto del mondo fosse una microspia nemica. Glielo dico, glielo sto dicendo, ma, un attimo dopo, il suo respiro è lo stesso, così come la sua espressione. Nessun cambiamento apparente. In ogni caso, io mi sono aperta. Quando decide, per me può iniziare il conto alla rovescia. Non ho più fretta. 


Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’”(Baldini e Castoldi 1999, Euroclub 2000, Premio Linus). Ha pubblicato i romanzi “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012),“Da questa parte della morte”(Besa, 2015), “Otello ti presento Ofelia” (L’erudita, 2018), “La pioggia a Cracovia”(Ensemble, 2019), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui “Nell’antro del misantropo”(L’arcolaio, 2014) e “Le ore del terrore”(L’arcolaio). “ La sua piéce “Berlino kaputt mundi” è andata in scena al Teatro Agorà di Roma nel 2018. Si occupa di street photography; ha tenuto mostre personali in Italia e partecipato a collettive in Russia.  

(In copertina: illustrazione di Mimma Rapicano)

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