Formicaleone

“esagerata” di simona raimondo

È successo d’estate, ricordo che pioveva ma faceva un caldo torrido e l’aria era infuocata, impossibile da respirare. 

Come sempre eravamo in ritardo per il pranzo della domenica a casa dei miei e l’acquazzone non aveva reso più facili le cose, costringendomi a far cambiare i sandali a Marta che, convinta com’era che bisognasse necessariamente infilare i piedi in qualsiasi pozzanghera presente sopra il marciapiede quando pioveva, avrebbe finito per bagnarsi fino a sotto le ginocchia se le avessi lasciato dita libere e gambette al vento. 

Giulio, invece, della pioggia non si era nemmeno accorto: continuava a sfogliare le pagine del suo libro sul fantastico mondo degli animali della savana come se il rumore prodotto da me, sua sorella e suo padre che ci agitavamo intorno non lo sentisse. 

«Forza sbrighiamoci, siamo in ritardo di una vita», «esagerata»; sempre, lo ero sempre secondo Pietro. Non gli importava se davvero lo fossi oppure no, come quella volta che Giulio, a soli 4 anni, correndo era inciampato e aveva sbattuto il mento sopra una pietra finendo per spaccarlo in un buco richiudibile solo coi punti e io, alla vista del sangue che colava a fiotti pure se il bambino rimaneva fermo e mi guardava senza piangere, avevo imposto a mio marito di correre a prendere la macchina ché avremmo dovuto portarlo in ospedale in tutta fretta. Esagerata, mi aveva detto anche quel giorno, in tutta fretta

Quattro punti gli avevano dato, col dottore che mi aveva detto «brava che è venuta subito, anche se sembrano insignificanti, se s’infettano certi tagli poi sono rognacce». 

Finalmente in macchina e bagnati meno di quanto avessi messo in conto, ci siamo immessi nel traffico moderato di una domenica che non aveva particolari requisiti se non quello di essere un giorno festivo in cui né io né mio marito avevamo impegni di lavoro, i bambini non avevano scuola e mio padre aveva deciso di farci l’arrosto. 

Credo sia stato poco prima che scattasse il verde all’ultimo semaforo che ci separava dalla villetta a schiera doveva vivevano i miei che ho realizzato la verità, improvvisa e lucida come l’ispirazione per un artista, l’illuminazione per uno scienziato, la linea internet che torna dopo mezz’ora che spegni e riavvii il modem senza successo. 

«Bambini, siamo arrivati».

Pietro si volta a guardare i nostri figli, l’uno ancora infilato naso e occhi dentro il suo libro e l’altra pronta a rispondere con uno sguardo verde limpido come quello del padre, le gambe che scalciano per la felicità di potere finalmente giocare con Poppy, il piccolo bulldog francese di mia madre. 

Scendo per prima, mentre Pietro spegne il motore, Giulio chiude finalmente il suo libro e già Marta ha slacciato la cintura per aprire la portiera e fiondarsi verso il cancello: le piace suonare lei il citofono quando andiamo in visita da qualche parte, non ho ancora capito bene perché. 

Mia madre apre al primo gracchiare del pulsante, ci aspettava. Meglio: aspettava i suoi nipoti adorati, educati, vivaci e buoni come non ero io alla loro età. Apre la porta d’ingresso e con lei, sulla soglia, vediamo spuntate Poppy che già si agita, freme zampettando sul posto con la coda attorcigliata che si agita per come può, mugolii di gioia mentre Marta gli corre incontro impaziente. Dietro di lei, Giulio cammina dritto e lento col libro sotto al braccio, io seguo con la busta del pane e un vassoio di dessert e Pietro al fianco.

No, Pietro no. 

Pietro è indietro, una mano sul cancello socchiuso e l’altra a tenere il cellulare su cui digita veloce qualcosa con il pollice come nemmeno un ragazzino. Mi dico che non è per quello che so sta scrivendo che l’ho capito, né tanto per la persona a cui lo sta effettivamente scrivendo. No. Quello che ho capito mentre aspettavo che tornasse il verde al semaforo di poco prima l’ho sommato nei giorni, nei mesi, negli anni, e l’ho riscosso per la mia coscienza solamente adesso perché, solamente adesso, mi sto lasciando il tempo di tirare somme, di guardare mio marito coi giusti occhi, senza abbozzare.

«Oh, Clara, buongiorno», mio padre che sbuca nel soggiorno dalla cucina, una presina nella mano destra e nell’altra la bottiglia del vino in vetro, di quelle che riempie dai bidoncini di plastica che porta ogni primo del mese il suo amico Tonio, quello che ha la vigna, che gli dà il vino buono che fa salute, che rimesta il sangue nel verso giusto. 

Mi bacia la guancia, ha quasi ottant’anni e ancora si tiene su, dritto, asciutto, un uomo di forma e in forma da sempre, al pari della moglie secca e rigida che gli sta al fianco e che brilla, da circa dieci anni, come mai l’avevo vista brillare prima per merito solo dei figli. I miei. I suoi nipoti che lei ama come ama Pietro, così a modo, un ragazzo in gamba sin dai tempi del liceo, che lo sapevo sarebbe andata com’è che è andata, non avresti potuto trovare un marito migliore neanche a cercarlo. 

Che infatti non l’ho cercato e io e Pietro stiamo insieme da quando eravamo due ragazzini coi brufoli e l’apparecchio, io, e la faccia tonda come la pancia, lui. Negli anni dell’università la dieta, il dentista, le creme, la palestra, lo stress, persino il sesso ci hanno sistemati e fatti sembrare e sentire migliori fino ad arrivare ai quarantenni che siamo oggi: nella norma, ma ancora in grado di piacere, piacersi, darsi piacere. 

È pronto in tavola, i bambini hanno lavato le mani anche se dopo si sono di nuovo messi a giocare insieme a Poppy, che a me non crea fastidio ma a Pietro si, e allora sarei io che dovrei dirgli esagerato, ma lascio stare, continuo a tagliare la fetta di arrosto che mio padre ha appena messo nel piatto di Giulio e mi fissa le mani per imparare come si usano il coltello, la forchetta e tutte quelle cose che sulla tavola lui ancora non può toccare senza il permesso e l’aiuto di un adulto. Marta, di fronte a noi insieme a sua nonna, che mangia una patata smozzicandola dalla forchetta con l’appetito di un camionista come suo nonno, come suo padre, come la gente che serba energia e non sembra stanca ma perché mangia, allora, come se invece poi lo fosse e, guarda anche il caso, nemmeno ingrassa?

Però è anche meglio, penso, e continuo ad imboccare Giulio che forse ormai questo passaggio qui da solo potrebbe farlo ma io non voglio, mi tengo stretta finché è concesso la sua incapacità dolcissima di stare al mondo senza sua madre; con la sorella non ho voluto e, per il lavoro, non ho potuto, e allora ho lasciato che crescesse in fretta e che fosse indomita, indipendente, e brillante senza il mio ausilio. 

Si parla del meno, del più, del lavoro di Pietro che da poco è salito di grado, ha cambiato ruolo. Mia madre si congratula, mio padre si annoia presto e si tira su, si scusa, lascia la tavola per fare due boccate dal suo sigaro fuori in giardino. Poppy lo segue, Marta segue Poppy, Giulio li guarda, guarda me, il suo libro, ci pensa un attimo ma fuori è uscito il sole e si sta bene e allora va, mi lascia sola al tavolo con mio marito e la sua fan più grande, più accanita, più accalorata da che ho memoria. 

La stessa fan che ha continuato a tenere appeso in camera il suo poster anche quando ha visto le mie occhiaie, ascoltato i miei dubbi, intuito i miei pensieri. 

Non mi sono chiesta perché lo ami al tal punto e perché, a tal punto, mi remi contro, riesco a capirlo. Le apparenze, i vicini, gli amici, i parenti. Una donna di settant’anni che non tiene semplicemente alle etichette ma è essa stessa la sua etichetta. E la mia, che però non sta più in piedi, che s’è staccata con il vento, con la pioggia, con le unghie che ho usato per grattare sopra la superfice quando ho potuto. 

Pietro risponde ancora a qualche altra domanda, educato, gentile come il ragazzo del liceo che a mia madre è rimasto caro in testa, sovrapposto all’uomo falso e mediocre che adesso ha davanti ma che non vede. Che finge, forse, di non vedere. 

Cauto, si scusa, chiede permesso, si alza. Una chiamata di lavoro che si è domenica ma ci sono cose che proprio non puoi rimandare. Lo capisco dalla ruga che le spunta tra le sopracciglia in mezzo alla fronte che non ci crede neanche mia madre. Io? Figuriamoci, ho smesso di crederci il giorno esatto in cui ho smesso anche di chiedere, di chiedermi.

Le cinque, il cielo ancora acceso del pomeriggio estivo, Poppy che sonnecchia sul divano, incollato alle gambe di Giulio che beve un succo alla pesca mentre guarda i cartoni, Marta sul pavimento che colora arcobaleni e cani dalle forme incerte che sostiene essere simili al suo Poppy senza che nessuno abbia il coraggio di contraddirla. Mio padre in cucina che pulisce il forno, mia madre che sistema cose che avrebbero potuto anche aspettare ma a lei, lo so, aspettare di riavere l’ordine non è mai piaciuto. 

Pietro che smania sulla poltrona di fronte alla mia: seduti ai lati del divano, ognuno per conto proprio con i figli e le questioni irrisolte nel mezzo. Io col giornale, lui col cellulare maledetto da tutto il tempo. 

«Beh, direi che forse è il caso di rientrare», si tira su, il cellulare finalmente infilato dentro una tasca, le mani che si strofinano tra loro in un gesto che dovrebbe indicare fretta ma in modo garbato, io che abbasso il giornale sulle gambe accavallate e lo guardo per due secondi senza rispondere. 

«Va bene, andiamo». 

Soddisfatto, mio marito scuote la testa e si dirige verso la cucina per avvertire i suoceri che ce ne andiamo, io che strappo i bambini dai loro cani e cartoni e rimetto scarpe, riannodo trecce. Pochi minuti e già siamo sulla porta, in fondo il cancello automatico è già aperto mentre mia madre bacia i nipoti e mio padre mi infila in mano un sacchettino pieno di avanzi che li riscaldi nel microonde e vengono buoni. 

Baci, abbracci, carezze a Poppy, saliamo in macchina. 

Pochi isolati che già i miei figli stanno dormendo, il moto ondulatorio dell’auto, il cibo nelle pance piccole, la stanchezza di una giornata fuori dalla routine cui sono abituati, la contentezza. Pietro guida, la radio è accesa ma messa piano, i finestrini sono abbassati nel pomeriggio caldo; un venticello fresco che arriva a farmi respirare un poco mentre mi porta al naso gli odori forti dei fiori gialli, arancio e rossi di un giardino poco distante, lo vedo se giro il collo giusto un pochetto. 

Semaforo rosso, pochi minuti e saremo a casa. 

«Voglio il divorzio».

Pietro si gira, mi guarda, apre la bocca ma poi la chiude, riparte al verde, non dice niente. 

Esagerata? penso. Mi viene da ridere. 


Simona Raimondo è nata a Catania nel 1988, e lì ha studiato comunicazione e scrittura creativa. Nel 2015 si è trasferita a Torino per studiare Narrazione del Reale presso la Scuola Holden. Dopo aver conseguito il Diploma in Storytelling&Performing Arts è tornata a vivere a Catania, dove per lavoro si occupa di Social Media e Content Editing e, per passione, scrive racconti. 

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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