Formicaleone

Ronzani Editore

Che cosa significa oggi, nell’era del digitale, degli audiolibri, scegliere di pubblicare su carta? Un sogno romantico, una coraggiosa sfida?
Credo che non sia né un sogno romantico, né una sfida coraggiosa, ma semplicemente la voglia di continuare a utilizzare un medium importante e fondamentale. Dico sempre che con i libri e attraverso i libri l’uomo è arrivato sulla luna, e quei libri erano fatti di carta e continueranno a essere fatti di carta. Credo, tuttavia, che il digitale abbia apportato delle interessantissime innovazioni nella nostra cultura materiale, quella del fare libri, e che abbia senso sia a livello di tecnologia per la stampa, sia a livello di ebook, perché il digitale è molte cose, è l’utilizzo di una tecnologia che dal mio punto di vista non può che portare benefici. Ne elenco alcuni: la possibilità di stampare meno copie di un libro e di stamparle quando servono, e quindi con tutto ciò che ne consegue: la possibilità di programmazione finanziaria a livello di impresa e di impresa culturale; e più latamente, per esempio a livello di risparmio ecologico, stampo quello che viene consumato, produco quello che viene consumato, non produco per immagazzinare.
L’ebook è un altro medium, è un altro mezzo di comunicazione, se la tecnologia attuale ci permette di utilizzarlo ben venga anche l’ebook. Io sono e resto un editore che ama la carta perché provengo da quel mondo: mi piace toccarla, mi piace annusarla, mi piace ciò che si fa con la carta; però dico sempre che se qualcuno, e penso magari ai più giovani, legge un ebook è molto probabile che arrivi a comperare un libro di carta, se uno non legge niente probabilmente nemmeno al libro di carta arriverà mai. Gli audiolibri sono tutta un’altra cosa, sono un altro medium, perché no? A me piace molto sentire, per esempio, Paolini che legge (in realtà recita) “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu. L’ho letto su carta e ascolto la voce di questo grande artista e mi sembra che mi dia emozioni e mi faccia capire cose diverse. Quindi, ripeto, per me qualsiasi cosa che trasmetta un messaggio e che trasmetta cultura, che è civiltà, che è progresso, va bene, dopo di che sono e resto un editore che ama la carta e che continuerà a stampare su carta.

L’editoria è ancora “quella giungla” di cui scriveva uno scoraggiato John Fante a Carey McWilliams?
Volendo liquidarla con una battuta direi che “bisogna chiedere alla polvere”, in realtà credo che sia molto, molto peggio di quello che John Fante diceva a Carey McWilliams, per il semplice fatto che lo diceva in un tempo in cui non era ancora così una giungla com’è adesso. Però, io credo che se ne uscirà solamente avendo a mente un obiettivo ben preciso, cioè che chi fa cultura deve gestire delle imprese culturali. Io credo che la frammentazione, il grande casino che mettiamo sotto il nome, sotto il mantello, il capello di ‘creatività’ sia troppo spesso e troppo volentieri lasciato agli artistoidi così che non abbia né arte né parte. No, la cultura, in tutte le sue sfaccettature, cioè l’impresa culturale, si manifesta attraverso i libri, la recitazione, la musica e quindi ci sono di mezzo non solo le case editrici, ma i teatri, le filarmoniche, il cinema, gli spettacoli di varietà. Qualsiasi cosa e qualsiasi medium va organizzato come una vera e propria impresa culturale, è necessario che diventi una cosa seria e rigorosa e che sia avvertita da tutti come tale proprio per diventare un asset importante per il nostro Paese. Scusate, non voglio buttarla troppo sul gestionale, sull’asettico/imprenditoriale, dico solo che quello è un prerequisito per poter creare il contenitore giusto allo sviluppo adeguato dei contenuti culturali, che sono poi la cosa importante, il cuore: il contenuto culturale è l’idea, ma se le idee non hanno delle gambe sufficienti e quindi una struttura organizzativa sufficiente per farle veicolare, per trasmetterle, per fare conoscere, allora anche le idee avranno le gambe corte. Ecco, io insisto molto sull’idea di impresa culturale perché voglio dare gambe alle idee e al contenuto.

Qual è la fitta rete di rapporti, compromessi e scelte che stanno dietro alla pubblicazione di un libro? Qual è la cura che dedicate ad ogni storia?
Per rispondere a questa domanda bisognerebbe scrivere un libro, ovvero, dietro alla pubblicazione di un libro c’è una storia che meriterebbe un libro, questo mi viene da dire. Andando con ordine, la fitta rete di rapporti è il grande valore ed è la cosa che mi piace di più perché credo che un editore sia essenzialmente un creatore di rapporti, lega questi fili, tiene uniti autori e lettori, parla con tanti autori, cerca di cavarne il meglio, di gestire quello che poi diventerà un prodotto da veicolare, da far conoscere, da fare amare. Quindi, questa fitta rete di rapporti credo sia il sale dell’attività editoriale. Qual è? È una rete di rapporti che parte dall’autore, passa ai rapporti con il personale della casa editrice che si occupa della prestampa, dell’impaginazione, della copertina, poi passa dall’illustratore, dall’eventuale traduttore; che poi diventa, sempre all’interno della casa editrice, il rapporto con chi si occupa della promozione, della pubblicizzazione, il rapporto con l’ufficio stampa, il rapporto con i distributori, e alla fine, i più importanti, i rapporti con il pubblico. Questa è la fitta rete di rapporti che sta dietro alla pubblicazione di un libro, non ci si può limitare a pubblicarlo tanto per, bisogna proprio seguirlo, da quando sta nella mente dell’autore che ti propone una storia e tu magari ci credi e lo incoraggi ad andare avanti, fino a quando arriverà allo scaffale di una libreria, o meglio delle librerie dei lettori, appunto.

Compromessi, sempre andando con ordine. Io cerco sempre di evitarli, ma per un fatto molto semplice, che la chiarezza aiuta sempre tutto, poi è chiaro che se per compromesso si intende quell’accordo che si trova a volte anche con le persone con le quali non si va spontaneamente d’accordo, beh, questo fa parte della vita, non solo dell’attività editoriale. ‘Le scelte che stanno dietro alla pubblicazione di un libro’, beh, io ho sempre detto ‘la missione della Ronzani Editore è fare libri belli’ ma mi è stato risposto da più parti e sono convinto che sia così, che non è sufficiente dire che si fanno libri belli, bisogna anche dire cosa si fa e perché lo si fa; quindi bene, la scelta che si fa dietro alla pubblicazione di un libro è la scelta che riguarda per esempio un’idea di collana, un messaggio che si vuole dare. Per esempio, per la narrativa ci occupiamo di noir mediterraneo, di giallo, di letteratura dell’est Europa e se mi propongono un romanzo drammatico, classico, probabilmente non siamo gli editori adatti, e questa è già una scelta, la scelta dei filoni editoriali. Penso poi alla collana di tipografia e anche lì, in questo grande mondo della comunicazione visiva, di cui la tipografia fa parte, bisogna scegliere.
Per esempio, noi non pubblichiamo libri di grafica, abbiamo dei colleghi editori, amici, che sono più ferrati di noi e magari noi consigliamo a loro questi libri, mentre noi ci concentriamo di più sulla tipografia in senso stretto, cioè con l’espressione grafica e tipografica attraverso le lettere e la loro disposizione in uno spazio fisico che è lo spazio bidimensionale della pagina del libro. Quindi, ci occupiamo di teoria della tipografia, di storia della tipografia, di materiali, di tutto ciò che compone la storia materiale del libro, chiamiamola così, con particolare rilevanza per questa arte che è la tipografia e che passa attraverso lo studio dei caratteri, il loro sviluppo nel corso dei secoli, dall’invenzione della stampa in poi, fino alla grande avventura del digitale che ha reso i caratteri, i cosiddetti fonts, di dominio pubblico. Fino a trent’anni fa mai si sarebbe pensato che una persona comune, un comune scrivente col computer, scegliesse di impaginare il proprio file word in Garamond, piuttosto che in Calibri, o in Times New Roman. Invece adesso, la maggior parte delle persone queste cose le conosce, quindi sa che esistono dei fonts, c’è una cultura diffusa che permette a questi concetti tipografici di trovare linfa, seguaci e quindi magari un giorno, che speriamo non sia troppo lontano, quello anche di avere una consapevolezza visiva quando si scrive.
Quando si usa un carattere bisogna ragionarlo, pensarci su, perché è possibile creare bellezza anche quando si scrive una normale lettera con un computer o per lo meno non creare bruttezza, quello che io chiamo “inquinamento visivo”. E questo per dire che queste sono le scelte che stanno dietro alla pubblicazione di un libro, scelte che riguardano gli stili, i messaggi che si vogliono dare e i concetti che si vogliono portare avanti. Stiamo avviando una collana che si intitolerà «Cambiamenti» e che si occuperà del green, della necessità della salvaguardia dell’ambiente, e voglio che vada dalle filosofie sulla vita green fino alle regole per la miglior raccolta differenziata dei rifiuti. Ecco, questa è una scelta di campo molto precisa, cioè è dove l’editoria entra nei gambi vitali della società in cui si opera per cambiarli, “cambiare il libro per cambiare il mondo” dicevano negli anni Cinquanta alcuni einaudiani a cui io mi ispiro sempre. E questa cosa vale ora come valeva allora, e vale però magari per altri concetti tipo questo straordinario concetto della concentrazione che dobbiamo avere sulla salvaguardia dell’ambiente e sulla tutela del nostro pianeta. Queste sono le grandi scelte che deve fare un editore.Anche in questo caso sarebbero tante le cose da dire. La storia la cura l’autore, cosa fa l’editore? L’editore può fare e mettere a disposizione di un autore un editing. La cura avviene, dal mio punto di vista, in due modi, che sono essenzialmente due modi di rapportarsi con l’autore e col suo prodotto: da un lato, a livello di contenuto, e quindi fornendo un editing adeguato, che non deve stravolgere nulla ma deve servire a rendere migliore la storia, la scrittura piuttosto che lo svolgimento della storia; dall’altro la cura di tipo materiale e questa è la cura massima di chi ama la tipografia e di chi ama il libro.

Quando si usa un carattere bisogna ragionarlo, pensarci su, perché è possibile creare bellezza anche quando si scrive una normale lettera con un computer o per lo meno non creare bruttezza, quello che io chiamo “inquinamento visivo”

Come nasce il progetto della vostra casa editrice, quali gli obiettivi futuri? Sta andando tutto come vi aspettavate?
Qui dovrei tornare a quello che diceva Jost Hochuli in un suo libro che abbiamo pubblicato tre anni fa: “mi dicono che mi mandano nove domande e poi ogni domanda ne ha dentro quattro o cinque, quindi non mi mandano nove domande, me ne hanno mandate venti o trenta!”. Quindi cerco di rispondere a queste tre domande.

Nasce da una grande voglia di esprimersi attraverso i libri. Era arrivato per me personalmente il momento di fare un qualche cosa di diverso. Eravamo in una decina di amici nel progetto iniziale e tutti volevano fare qualche cosa per la cultura, per la quale abbiamo comunque sempre lavorato a livello politico-nazionale. E io detto “beh, arrivati a questo punto, fatemi fare qualsiasi cosa ma non fatemi fare l’ennesima associazione culturale in cui non credo più”, perché i primi statuti per un’associazione culturale li ho fatti a 16 anni, “l’unica cosa a cui posso dedicarmi è una casa editrice” e casa editrice fu. Ed è stata chiamata Ronzani Editore, che è il mio cognome materno, mia madre che non c’è più da qualche mese, non ha mai voluto comparire in alcun modo ma, per quanto mi riguarda, al di là del rapporto personale e del vuoto incolmabile che ha lasciato la sua perdita io non posso fare altro che ringraziarla e ricordarla come uno dei fondatori. Ha fornito idee, ha fornito un totale supporto anche economico alla nascita della Ronzani Editore, che porta appunto il suo nome. In realtà io non volevo che avesse il mio nome, anche se riconosco di aver avuto un ruolo di forte propulsione, ma come dico sempre il progetto è collettivo, un progetto straordinariamente collettivo che accoglie le sensibilità di molte persone che stanno dando anima e corpo per fare collane, per portare idee, per portare contatti, per portare libri nuovi. Insomma, fare libri per cambiare il mondo è una cosa che anima tutte e quante le persone che erano attorno a questo gruppo. Il progetto della casa editrice nasce da una volontà, che hanno avuto in un certo momento storico – era il 2015 – alcune persone, alcuni amici di esprimersi attraverso i libri. E quindi poi è nata come società autonoma alla fine del 2018, e abbiamo elaborato un business plan, sempre per tornare al concetto iniziale di impresa culturale. Qui non si fanno le cose a caso, molti di noi sono avvocati, commercialisti, professionisti, abbiamo apportato anche delle conoscenze professionali che hanno servito a creare un progetto. L’obiettivo principale è, da un punto di vista societario, quello di arrivare alla piena e completa sostenibilità economica in maniera autonoma, senza bisogno di finanziamenti esterni o da parte di soci, e questo è l’obiettivo aziendale.
Un obiettivo che però si raggiunge attraverso un infinito e colossale lavoro di produzione, perché bisogna scegliere cosa produrre, e quindi magari dei titoli che abbiano un buon successo e che possano portare degli adeguati introiti, e quindi questo successo, che è un successo di tipo culturale, perché il messaggio è essenzialmente culturale, vedete come poi si traduca anche in una possibilità di andare avanti, perché se un libro è fatto bene, è curato e ha successo porta anche i danari per poter pagare lui e magari sviluppare ulteriori e diversi progetti. L’obiettivo futuro da un punto di vista culturale è continuare ad alimentare adeguatamente le collane che sono partite, sulla base di quello che ho detto prima collane che coltivano delle idee, dei pensieri, dei progetti veri e propri, e quindi obiettivo duplice: mantenere vitali queste collane, che significa per me pubblicare almeno tre/quattro titoli l’anno per ogni collana e pareggiare i conti al bilancio e quindi sostanzialmente poter pagare tutta una struttura che oramai, al di là di quelli che lavorano gratuitamente come me (perché io divido la mia giornata ancora con la professione di avvocato, che amo e che seguo con costanza) – siamo io, il presidenze Claudio Rizzato, la mia condirettrice Luisa Maistrello e il nostro amministratore Dario Dal Ferro -, abbiamo quattro dipendenti, che significa anche pagare gli stipendi a quattro persone e questo è un orgoglio non da poco, specialmente a chi come noi crede nel lavoro, nel creare e valorizzare il lavoro intellettuale. Allora, nessuno si aspettava l’anno del Covid, è stato massacrante per molti versi ma la Ronzani Editore ha reagito, come per altro molti di noi hanno sempre fatto in qualsiasi momento di crisi, e quindi lavorando ancora di più e investendo soldi in risorse, in sviluppo, in nuove idee. Quindi, a questa domanda, al netto di un anno nefasto che è ancora indecifrabile per molti versi, posso dire di sì, nel senso che mi aspettavo che la casa editrice avesse un grande sviluppo sia dal punto di vista materiale, che occupazionale, che di proposte, di idee e di titoli, quindi sta andando tutto come mi aspettavo. E mi aspettavo che il progetto culturale attirasse investitori interessati alla cosa e anche da questo punto di vista sta andando come mi aspettavo, nel senso che c’è la sensibilità di persone che hanno investito e infatti la Ronzani Editore, che è nata come società autonoma a settembre del 2018, ha raccolto oramai 19 soci che hanno investito proprio in questo progetto culturale. Cosa non va come mi aspetto? Ovviamente, il fatturato. Perché è stato sostanzialmente quasi dimidiato da questo anno che non ci ha permesso di fare praticamente nessuna iniziativa pubblica, nessuna presentazione e la presentazione, al di là delle vendite dirette che si fanno al momento, è anche poi un volano di conoscenze, di pubblicità e di persone che magari si recano in libreria ad acquistare i libri che vengono presentati e promozionati. Un giudizio positivo ma con la prudenza.

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In un articolo di Oliver Burkeman dal titolo “Come trovare il tempo per leggere” pubblicato su Internazionale il 7 aprile 2015, il giornalista inglese racconta del paradosso e della sciagura di questo suo amico editor che non trovava più il tempo per leggere. È capitato anche a voi?
Questo articolo è più vecchio della Ronzani Editore che è nata invece una settimana dopo, il 15 aprile 2015, nascita ufficiale e notarile del marchio editoriale. Sì, capita anche a noi, in che senso? Nel senso che purtroppo o per fortuna arrivano molte proposte, se la casa editrice ha un certo appeal, se il progetto piace, è chiaro che poi si avvicinano anche molte persone, come capita almeno tre/quattro volte a settimana, specialmente pubblicazioni di carattere narrativo o poetico. Non c’è il tempo per leggere tutto a volte, ma credo che Burkeman volesse dire anche qualche cosa d’altro, non solamente letture legate alla propria attività editoriale, ma anche letture extra, letture di altri libri, di libri che servono ad accrescere la nostra cultura o dei libri che semplicemente leggiamo per svago. Insomma, il tempo per la lettura, che non deve essere per forza studiosa o istruttiva, ma può anche essere di svago, il tempo per leggere in una domenica pomeriggio senza aver l’assillo che l’indomani devi relazionare a una riunione su un libro che ti hanno proposto di pubblicare. Sì, è capitato anche a noi, però io uso una tecnica molto semplice: non vado a dormire se non ho letto almeno dieci pagine di un libro che mi interessa, e garantisco che dieci pagine sono poche, si riescono a leggere e studiare quasi in un quarto d’ora; però, dieci pagine per dieci giorni fanno cento pagine, per trenta giorni di un mese fanno trecento pagine e così via. Gutta cavat lapidem, piccole dosi quotidiane portano a grandi risultati nel corso del tempo e durante l’anno. Quindi, è vero che a volte non si trova il tempo per leggere ma, se si vuole, se ci si impone con disciplina di farlo, si trova anche quel tempo senza perdere il gusto che deve avere la lettura o senza che la lettura diventi per noi un mestiere, che sarebbe la cosa più brutta che può capitare a uno che fa l’editore. L’editore deve continuare a leggere per amore, per passione.

Un libro, un film, una canzone.
Libro – Non un libro Ronzani, ovviamente, sarebbe troppo banale, un libro che ho sempre con me: “Il dettaglio in tipografia” di Jost Hochuli, edito dai nostri amici di Lazy Dog, casa editrice con sede a Milano ma con redazione e cuore a Verona, una bella redazione capeggiata dal nostro amico Riccardo Bello e un libro molto importante che si può acquistare in tutte le librerie, nel loro e nel nostro sito, con questa iniziativa che abbiamo in comune che è il «The Printing Office».
Film – Ultimamente sono più legato alle serie televisive, devo confessare che i film personalmente, e molto consapevole di sbagliare, li utilizzo per svago e quindi mi piacciono, a detta di alcuni amici, dei filmetti che a volte non sono ricordati nella storia della cinematografia come dei capolavori, però se devo dirne uno, uno qualsiasi di Clint Eastwood, ma senza andare sui super classici di Sergio Leone, io credo che “Gran Torino” sia un film che mi ha fatto veramente impazzire di gioia.
Canzone – Una canzone è molto difficile da scegliere ma per la poesia, per la qualità del testo, per l’emozione delle note musicali, “Sally” di Vasco Rossi.

(Beppe Cantele, direttore generale della Ronzani Editore)


(In copertina: foto di Iole Cianciosi)

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