Formicaleone

“l’estate del ’79” di davide ceraso

«L’estate del ’79 è stata una delle più torride della storia, fin dai primi giorni di luglio. Agnese spalancava ogni singola finestra della casa ‘per fare corrente’, diceva, ma l’aria era sempre la stessa, viziata come una bambina cresciuta ad Albaro e calda come le cosce delle prostitute che colonizzavano tutte le sere Viale delle Brigate Partigiane. Ben inteso, ragazzo, non che io lo sapessi per esperienza diretta, intendo il grado di calore di quelle gambe, ma nel cantiere navale i racconti e le storielle aiutano a far passare il tempo, a farlo scorrere più veloce, e Dio solo sa, oltre agli operai è chiaro, quanto invece l’orologio ticchetti lento mentre si lavora. Il collega con la lingua più lunga, e forse anche con la fantasia più accesa, ma questo resti tra di noi, era Carmelo, un napoletano trasferitosi in città da quasi trent’anni senza che la brezza satura di salsedine avesse scalfito la superficie del suo accento originario. Lisciava con un pettinino nero i capelli radi e i baffi da ranger texano per poi descrivere nei minimi particolari la nottata insonne e gli amplessi consumati dentro l’abitacolo della sua Prinz 4S rosso fuoco, e noi a cercar di capire dove raschiasse le forze da quel corpo tutto ossa e nervi. Io parlavo poco, soltanto del campionato e del Genoa, di quando ero bambino e mio padre, pace all’anima sua, nascondeva gli spiccioli in una scatola di cartone per portarmi una domenica all’anno nella Fossa dei Grifoni. Non ero più andato allo stadio dopo la sua morte, ma l’estate del ’79, alla fine del turno, allungavo la strada per tornare a casa e costeggiavo Marassi, le grida degli spettatori e il rumore sordo del pallone colpito di collo pieno a risuonare nella memoria mentre il cuore smetteva, per un attimo, di battere nel petto. Come quando vidi Agnese per la prima volta. Era inverno, lei fissava un mare in burrasca che si era tinto di cenere, quasi il colore dei suoi occhi scavati in un viso di porcellana, e il cielo era vestito a lutto con nuvole gonfie di temporale, la spiaggetta di Boccadasse a far da quinta. I nostri sguardi s’incontrarono ancora l’anno successivo nell’atrio della scuola, un sorriso, mano nella mano, dita intrecciate, e poi di corsa ad abbracciarci in piedi sulle panchine per sembrare più grandi, sfidando il libeccio e riemergendo da baci silenziosi come dopo un’immersione, senza fiato e con la voglia di scendere più a fondo. Agnese viveva con la madre in un appartamento al piano terra che affacciava su di un cortile tappezzato di portoni anneriti dai gas di scarico. Le comari del quartiere malignavano che il padre fosse fuggito ancor prima che Agnese nascesse. Lei, però, non dava peso a quelle voci, si limitava a un’alzata di spalle. ‘Anche se raccontassi la verità’, mi confidava, ’mio papà non tornerebbe…’. Io rimanevo in silenzio e invidiavo la sua innata capacità di farsi scivolare addosso ciò che non ritenesse importante, il suo vivere di bolina, risalendo il vento, un’onda alla volta e senza guardarsi indietro. Ci sposammo il giorno del suo diciottesimo compleanno nella sala delle cerimonie di Corso Torino, ricordo il sorriso su di un volto ancora da bambina, la pelle appena più rosa del solito, per l’emozione e per un filo di trucco. Rimase incinta pochi mesi dopo, due gemelle, entrambe femmine, nate in una notte stellata, come gli amori estivi e l’ispirazione dei poeti. E quando ho stretto le mie figlie tra le braccia, ho sentito il loro odore: sapevano di spuma di mare, essenza di speranza e biscotti alla cannella… Ricordo che l’estate del ’79 Rachele e Anita avevano sei anni e io, una volta smontato dal turno del pomeriggio, sarei dovuto tornare da loro. Come ti ho detto, invece, cambiavo strada e costeggiavo Marassi per poi spegnere la mia Talbot arrugginita sotto casa. Restavo lì, immobile, respiravo piano con la fronte poggiata sul volante, gli occhi chiusi, le mani strette a pugno e abbandonate sulle ginocchia, l’odore di sigaretta che coagulava dentro le narici, finché lo sferragliare di un treno o le grida di qualche gabbiano facevano riaffiorare pian piano il presente da quel mare di pece. Allora salivo le scale fino al quinto piano, un gradino alla volta, aprivo la porta, salutavo Agnese che cucinava canticchiando in cucina e le bimbe che giocavano nella loro cameretta, e mi chiudevo nell’unico bagno, stretto e lungo, piastrelle verde bile, vestiti poggiati alla rinfusa sulla lavatrice o stesi sopra la vasca dalla tendina di plastica sempre rotta, un tanfo perenne di scarico intasato. La luce della specchiera rifletteva il mio viso stanco mentre aprivo l’acqua del lavandino e la lasciavo scorrere. Poi uscivo sul balconcino e un attimo dopo ero al di là del parapetto…»

«Ti prendo qualcosa da bere, nonno? L’infermiera ha lasciato un bicchiere di camomilla».

«Grazie, sto bene così».

«Sei sicuro di voler continuare? riprendiamo domani, sei pallido, mi sembri stanco!»

«Meglio di no, figliolo, questa storia è un dente da latte, se inizia a muovere bisogna estrarlo subito, altrimenti fa più male di quanto dovrebbe! come la vita, d’altronde, che a volte riesce a schiacciarti con giornate sempre uguali e la mia, in quel periodo, era un nastro magnetico su cui mi pareva ci fosse ben poco da incidere. E così nell’estate del ’79 mi chiudevo in bagno e scavalcavo la ringhiera del balcone per restare sospeso nel vuoto, i talloni incastrati tra pavimento e montanti, le braccia tese all’indietro come ali di una neonata farfalla spiegate al sole, le dita ad azzannare il corrimano corroso dagli anni e dalla pioggia. Mi creavo uno spazio esterno tutto mio, un confine delimitato da un eruv immaginario, e da lì osservavo un orizzonte di palazzi uguali l’uno all’altro come le vite che si dipanavano al loro interno, sussurri, gesti, esistenze tanto fragili da poter svanire a un frullo di vento. Agnese dopo un po’ bussava alla porta, io tornavo dentro e la sera, distesi sul letto, le chiedevo di abbracciarmi fin quasi a farmi male, una dose di dolcezza, zucchero liquido iniettato in vena. Ho provato a farla finita ogni singolo giorno, fino all’autunno, a buttarmi di sotto nel cortile dove i bambini giocavano a palla e andavano in bicicletta. E sappi che a volte ci vuole più coraggio a rimanere appesi che a lasciarsi andare… Ho smesso d’improvviso, con l’arrivo delle piogge che al contrario di quanto si pensi hanno lisciviato via parte della tristezza, hanno scosso il mio corpo da quel torpore. Non mi sono pentito della scelta. Mai. Avrei lasciato un vuoto e perso gli unici ricordi che adesso popolano le notti insonni. Accompagnare le mie figlie all’altare. Diventare nonno. E accarezzare la mano di Agnese quando era in ospedale, per calmarla, per farle sapere che ero vicino, perché non avrebbe meritato di morire da sola. E ora, in questa casa di riposo, ricordo a malapena quello che ho mangiato a pranzo o se ho pisciato prima di mettermi a letto, ma ho memoria di quei vecchi frammenti di vita, di quell’estate in cui credevo di non avere nulla… era una delle estati più torride della storia… era l’estate… l’estate del ’79…»


Davide Ceraso (1976) nasce e vive a Cuneo. Ha una moglie, due figlie di nome Cloe e Camilla, e un cane che lo segue ovunque lui vada. Scrive seduto sulle carrozze dei treni che lo portano al lavoro. Un suo racconto è contenuto nel libro “Quartieri” – La Feluca Edizioni –, altri sono apparsi sulle riviste Crack, Marvin, Voce del Verbo, Smezziamo, Spore, Malgrado le mosche, Neutopia, Rivista Blam, Bomarscé, La Seppia e Mirino. A luglio del 2020 è stato pubblicato “La direzione della coccinella”, il suo romanzo d’esordio edito da DZ Edizioni.

(In copertina: foto di Valentina Di Cesare)

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